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Acquisto dell'oro

3 novembre 2018 Sputnik Foto: Sputnik AP Photo

ISTANBUL - Le Banche Centrali di tutto il mondo stanno aumentando le loro riserve auree ad un ritmo incredibile. Solo negli ultimi tre mesi hanno acquistato oro per un valore di 5.82 miliardi di dollari, ovvero circa un quarto in più rispetto all'anno precedente. La Banca di Russia e la Banca Centrale turca hanno infranto vari record in questi termini.
Secondo i dati forniti dal World Gold Council, le Banche Centrali hanno acquistato fino a 148 tonnellate di oro, il 22%in più rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. La Banca di Russia è leader negli acquisti, che ammontano a 92 tonnellate. La Russia in precedenza aveva acquistato una quantità comparabile del metallo prezioso solo al culmine delle riforme del mercato del 1993.
Tenendo conto delle 106 tonnellate acquistate dal Paese nel primo semestre, la riserva aurifera russa ha ora superato le 2.036 tonnellate, per un valore di circa 78 miliardi di dollari. La Russia è quindi entrata nelle prime cinque nazioni che detengono più oro, superata solo dagli Stati Uniti, la cui riserva ammonta a 8.133,5 tonnellate, dalla Germania con le sue 3369,7 tonnellate, dall'Italia (2,451,8 tonnellate) e dalla Francia (2.436 tonnellate).
Se la Russia continua i suoi acquisti allo stesso ritmo, supererà la Francia entro il 2020, mentre la Banca Centrale sembra determinata a voler aumentare la sua riserva d'oro alla luce dello slogan del primo vice capo della Banca centrale Dmitry Tulin "una garanzia del 100 per cento contro rischi legali e politici".
Nel frattempo, lo status di alcuni dei più attivi compratori di oro è stato recentemente rivendicato da Turchia e Cina, entrambi Paesi che hanno avuto recentemente un rapporto teso con gli Stati Uniti. Sono anche diventati importanti venditori di titoli del Tesoro Usa nel corso dell'anno, con la Russia che ha tagliato i suoi investimenti nel debito nazionale Usa a 1/8 di quello che era in precedenza.
Il mondo si approccia a una nuova era di instabilità, con la prospettiva di una crisi globale che sembra sempre più tangibile, e molti esprimono la certezza che l'imminente sconvolgimento inciderà principalmente sull'economia americana e sul dollaro. A metà ottobre, Ulf Lindahl, a capo della società AG Bisset Associates, specializzata in mercati valutari, ha dichiarato che il valore del dollaro potrebbe diminuire del 40% rispetto all'euro nei prossimi cinque anni.
Le aspettative negative degli investitori si riflettono anche in un recente sondaggio condotto da 174 gestori di fondi di investimento, le cui attività totali ammontano a 518 miliardi di dollari. Il sondaggio è stato condotto dalla Bank of America (BofA). Gli intervistati hanno affermato che negli ultimi due mesi hanno ridotto la quantità di titoli statunitensi del 17% in media, a causa della maggiore volatilità dei mercati del Paese.
Le tariffe in alluminio e acciaio, così come i limiti delle importazioni cinesi introdotte da Donald Trump all'inizio di quest'anno, hanno già avuto un effetto negativo sui bilanci trimestrali delle principali società americane, 3M e Caterpillar in particolare. Separatamente, la guerra commerciale con la Cina ha portato a uno sconvolgimento per gli agricoltori statunitensi, dopo che Pechino ha frenato gli acquisti di prodotti agricoli statunitensi in risposta alle tariffe. I prezzi per i semi di soia sono diminuiti del 18%, il mais è venduto al 12% in meno e il maiale è sceso del 29%.
Il 31% dei gestori di fondi di investimento considera le politiche della Federal Reserve come il secondo più grande rischio. "Aumentando i tassi di interesse per i prestiti in dollari, la Federal Reserve incrementa simultaneamente il ritmo del recupero di 3,5 trilioni di dollari, riversato nei mercati internazionali dopo la crisi del 2008", ha sottolineato il chief economist di ING Bank James Knightley. "Da ottobre, il volume delle operazioni volte a ridurre il saldo è cresciuto fino a 50 miliardi di dollari al mese: la Federal Reserve pondererà buoni del Tesoro del valore di 30 miliardi di dollari e mutui del valore di 20 miliardi".
A partire dalla fine di luglio, la Cina possiede un debito pubblico di 1.2 trilioni di dollari in titoli di debito nazionali statunitensi. Liberandosi dei titoli nel mercato, si ritiene che Pechino condanni l'economia americana ad una nuova crisi finanziaria, con il dollaro che dovrebbe perdere di valore. Pertanto, sulla soglia dei nuovi sconvolgimenti economici, sia gli investitori che le banche centrali continuano a fare affidamento sul buon vecchio oro.