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Il Ponte Balcanico

martedì 19 settembre 2018 Marco Siragusa/Nena News Agency Foto: Nena News Agency

ROMA - Nell’ultimo mese l’economia turca ha dovuto affrontare una grave crisi valutaria che ha portato la lira ai minimi storici. Nonostante l’alto tasso di crescita, la Turchia resta particolarmente esposta al comportamento degli investitori stranieri preoccupati per la svolta autoritaria di Erdogan. Nei Balcani sono aumentati i timori per le conseguenze che questa crisi può provocare per le economie della regione, sempre più legate all’afflusso di capitali turchi.
Dopo la vittoria nel referendum costituzionale del 23 giugno, che ha reso Erdogan il padrone assoluto della Turchia, sono aumentati i timori degli investitori stranieri. A destare le maggiori preoccupazioni è la possibile perdita di autonomia della Banca Centrale e la decisione di autonominarsi capo del Fondo sovrano che gestisce il patrimonio delle più importanti aziende di Stato, per un valore stimato in circa 200 miliardi di dollari. Queste scelte, accompagnate dalla nomina del genero Berat Albayrak come ministro delle Finanze, darebbero a Erdogan un potere quasi assoluto anche in campo economico.
Un eccessivo protagonismo statale in economia è sempre considerato come un pericolo per gli investitori e la figura del presidente turco non aiuta certo a rendere la situazione meno preoccupante. La Turchia, nonostante un tasso di crescita superiore al 7%, è strettamente dipendente dall’afflusso di capitali stranieri e una loro riduzione ha effetti sulla valuta e sulle obbligazioni statali che, dopo il crollo della lira d’inizio agosto, hanno raggiunto rendimenti record del 20%. Ad aggravare la situazione concorre inoltre l’alto tasso d’inflazione, ormai al 16%, dovuto anche alla facilità con cui vengono concessi i crediti per le famiglie e le imprese.
L’attacco speculativo contro la valuta turca ha però radici più profonde che travalicano i confini dell’economia e riguardano i sempre più tesi rapporti politici con Washington. La crisi è iniziata subito dopo l’applicazione delle sanzioni nei confronti dei ministri dell’Interno e della Giustizia per l’arresto di un pastore americano, Andrew Brunson, accusato di spionaggio e terrorismo. A questa scelta politica si è aggiunta la decisione di Trump di raddoppiare i dazi sull’acciaio e sull’alluminio provenienti dalla Turchia. Queste mosse, con le scelte di politica interna attuate negli ultimi anni da Erdogan, hanno esposto il Paese alla speculazione e ai timori degli investitori stranieri.
La crisi valutaria ha avuto, e avrà nel futuro, importanti ripercussioni anche fuori dalla Turchia. Nei Balcani, negli ultimi anni sempre più dipendenti dai capitali turchi, è cresciuta la preoccupazione per un eventuale rallentamento degli investimenti promessi da Ankara. Una Lira debole renderebbe inoltre le esportazioni verso la Turchia meno remunerative mentre potrebbero aumentare le importazioni aggravando in questo modo la bilancia commerciale.

Bosnia-Erzegovina

In Bosnia le maggiori preoccupazioni hanno riguardato il futuro di uno dei più importanti progetti infrastrutturali della regione, la costruzione dell’autostrada Belgrado-Sarajevo che vede la partecipazione diretta della Turchia. Aleksandar Medjedovic, membro del Consiglio economico turco-serbo, si è affrettato nelle settimane scorse a sottolineare che non ci saranno ripercussioni e che il progetto va avanti secondo i programmi stabiliti confermando l’avvio dei lavori per il 2019.
In effetti, al di là delle rassicurazioni di rito, il progetto autostradale è considerato una priorità dal governo turco e difficilmente rinuncerà al suo finanziamento, a meno di un collasso totale della sua economia. Se gli investimenti infrastrutturali non sembrano essere messi in discussione, qualche problema lo registrano le imprese bosniache che esportano i proprio prodotti.
La Bimal, la più grande compagnia di prodotti alimentari del Paese, ha nella Turchia il suo mercato principale. Quest’anno la società ha registrato un forte calo dei ricavi (circa 3,5 milioni di euro) e le previsioni per il prossimo futuro non sono certo delle migliori. Secondo i dati dell’Agenzia per la promozione degli investimenti diretti esteri in Bosnia-Erzegovina nel 2017 la Turchia si è posizionata all’ottavo posto per valore complessivo degli scambi commerciali per un valore di 600 milioni di dollari.
Sembra quindi difficile ipotizzare un serio contraccolpo per l’intera economia bosniaca. I problemi più grandi potrebbero derivare paradossalmente dagli investimenti delle banche europee coinvolte nell’erogazione di prestiti alla Turchia, come ad esempio Unicredit. Se queste banche dovessero continuare a soffrire della crisi turca, il paese potrebbe subire una riduzione degli investimenti e dei prestiti.

Serbia

Discorso simile per quanto riguarda la Serbia. I principali accordi tra i due paesi negli ultimi anni sono stati siglati in euro o dollari e nel paese è presente una sola banca di proprietà turca, la Halkbank. Questo rende il sistema finanziario serbo meno esposto a conseguenze dirette della svalutazione della lira. Immediatamente dopo il crollo di metà agosto il direttore delle operazioni monetarie della banca centrale serba, Nikola Dragasevic ha affermato che la Banca Centrale ha rafforzato la tenuta del sistema finanziario contro gli shock esterni aumentando le riserve in valuta estera negli ultimi anni di 1.1 miliardi di euro.
In questo scenario sono le aziende importatrici a poter registrare i risultati peggiori. Nel 2017 la Serbia ha esportato beni per un valore di 273.2 milioni di euro, mentre le importazioni hanno toccato i 725,4 milioni di euro. Nell’immediato futuro potrebbe quindi aggravarsi il disavanzo commerciale con rischi seri sulla tenuta di alcune imprese. Il direttore analitico della Camera di commercio serba, Bojan Stanic ha affermato che il pericolo maggiore per la Serbia deriva dalle conseguenze sui mercati europei, dal momento che la maggior parte degli investimenti diretti esteri in Serbia proviene dall’UE.

Croazia

Anche in Croazia la situazione turca non desta, al momento, particolari preoccupazioni. Così come la Serbia, anche la Croazia soffre di un deficit commerciale con Ankara di circa 130 milioni di euro. Nel 2017 il Paese ha esportato beni per 152 milioni di euro, mentre le importazioni hanno raggiunto i 281 milioni. Dati di gran lunga inferiori rispetto alla Serbia, a dimostrazione di come la crisi ha avuto al momento effetti facilmente controllabili. La Camera di commercio croata ha sottolineato come i settori maggiormente esposti siano quello tessile, a causa dei prezzi sempre più competitivi dei prodotti turchi, e quello dei pannelli solari, i beni più esportati.
La situazione nei Paesi dei Balcani sembra quindi ancora sotto controllo, con limitate conseguenze relative soprattutto al commercio. Nel medio e lungo periodo però la situazione potrebbe farsi più complicata di quella attuale, soprattutto se le tensioni tra Turchia e Stati Uniti dovessero continuare aggravando la crisi economia. Il rischio di un minore afflusso di capitali turchi sembra al momento scongiurato ma un’eventuale mancanza di liquidità dell’economia turca potrebbe mettere in discussione molti progetti d’investimento, lasciando i Paesi balcanici a corto di capitali per la ristrutturazione delle loro economie e delle infrastrutture necessarie.