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Un macigno da 179 mld di $

mercoledì 31 agosto 2018 Vittorio Da Rold/Il Sole 24 Ore Foto:

ISTANBUL - Perché Ankara e la sua moneta continuano a vacillare e a non convincere i mercati nonostante le rassicurazioni della sua dirigenza? Perché ci sono circa 179 miliardi di dollari di debito estero turco che andranno in scadenza tra quest'anno e il luglio 2019, equivalenti a quasi un quarto del suo Pil annuo.
Lo afferma uno studio della banca di investimento americana JPMorgan evidenziando il rischio di una forte contrazione per l'economia colpita dalla crisi valutaria da inizio anno.
Certo l'economia del Paese della Mezzaluna sul Bosforo corre ancora ma l'indebitamento estero è troppo elevato e la corsa andrebbe raffreddata per evitare i pericoli del surriscaldamento come l'inflazione, già al 16 per cento.
Basterebbe rivede la politica monetaria in senso restrittivo ma Erdogan impedisce di alzare i tassi di interesse e parla di “complotto” internazionale “delle agenzie di rating”. Non è così, ovviamente ma intanto la fiducia verso il Paese si affievolisce.
La maggior parte del debito estero in scadenza - circa 146 miliardi di dollari - è dovuto dal settore privato, in particolare dalle banche. Il governo turco deve rimborsare o rinnovare solo 4.3 miliardi di dollari. Dunque, a differenza della crisi greca, non siamo di fronte a un debito pubblico fuori controllo ma privato e contratto con creditori esteri.
La questione è stata messa a fuoco dagli investitori mentre la lira ha perso il 40% quest'anno, tra la preoccupazione per l'ingerenza politica del presidente Erdogan nella politica monetaria e uno scontro con gli Stati Uniti sulla detenzione della Turchia di un pastore americano. Scontro che ha portato all'inasprimento di una serie di dazi commerciali tra Washington e Ankara, due Paesi formalmente alleati Nato.
Il crollo della valuta ha sollevato timori per le imprese turche, che potrebbero incontrare difficoltà a ripagare il debito in valuta forte e pesare anche sulle azioni delle banche europee esposte sulla Turchia, in particolare quelle spagnole, francesi, britanniche, tedesche e italiane.
JP Morgan sottolinea che lo scorso anno la consistenza del debito estero della Turchia in percentuale del Pil si stava avvicinando ai massimi storici, simili cioè ai livelli riscontrati alla vigilia della precedente terribile crisi finanziaria del 2001-2002, che aprì paradossalmente le porte del potere ad Erdogan.
«I bisogni di finanziamento nei prossimi 12 mesi sono ampi e l'accesso ai mercati è diventato problematico», si legge nella nota.
Circa 32 miliardi di dollari sono dovuti nel resto del 2018, secondo i calcoli del JPM basati sui dati della banca centrale di Turchia. L'entità dei rimborsi scenderà a settembre, ottobre e dicembre.
«Poiché le banche internazionali probabilmente ridurranno almeno in parte la loro esposizione alla Turchia, il rinnovo delle scadenze (roll over in inglese) del finanziamento del capitale potrebbe essere difficile per alcune società», si legge nella nota.
Tuttavia, ha detto, le società sembrano avere risorse esterne sufficienti a coprire le passività in valuta estera, e circa 47 miliardi di dollari di debito in scadenza consistono in crediti commerciali, che sono relativamente facili da recuperare. Ma c'è un nocciolo duro.
In totale, si stima che circa 108 miliardi di dollari di debito in scadenza fino a luglio 2019 abbiano un alto rischio di rinnovo della scadenza.
«In un'improvvisa interruzione dei flussi di capitali, i rischi di roll-over aumenteranno e il finanziamento del deficit delle partite correnti sarà difficile», ha aggiunto JPMorgan.
La dirigenza turca non sembra pienamente conscia della gravità della crisi economica. In un messaggio diffuso alla nazione il 30 agosto, giorno della festa nazionale, il presidente Erdogan si è detto convinto che la Turchia sia «all'alba di nuove vittorie e nuove conquiste», ricordando gli obiettivi strategici, tra cui progetti faraonici infrastrutturali, per il 2023, centenario della Repubblica e data prevista per la fine del suo mandato. Progetti che in questi giorni di bufera appaiono più cha mai in bilico.