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Guerra economica

domenica 8 aprile 2018 Vittorio Da Rold/Il Sole 24 Ore Foto:

ISTANBUL - E’ una regola economica semplice, ma il presidente turco Erdogan non la vuole proprio sentir pronunciare perché vuole stravincere le prossime elezioni. Quando si ha un grosso deficit del commercio estero come la Turchia e si continua a insistere con la Banca Centrale su tassi di interesse più bassi, i capitali stranieri prima o poi scappano in cerca di rendimenti più alti e la valuta locale, la Lira turca in questo caso, precipita. Inoltre tutte le imprese turche che si sono indebitate in prestiti in valuta straniera vanno in crisi perché non hanno più i mezzi per far fronte ai debiti in valuta forte.
Thomas, nome di fantasia di un analista che lavora sul Bosoforo, non ha dubbi: a breve i migliori cervelli turchi scapperanno dal Paese della Mezzaluna per timore di restare intrappolati in una prossima crisi economica provocata da alta inflazione, svalutazione e deficit sul debito estero. Possibile?
Certo il 29 marzo il governo turco guidato da Binali Yildirim ha reso noto in pompa magna che la crescita del 2017 è stata del 7.4% annuo, ritmi cinesi, ma tutto questo è fumo negli occhi per gli investitori internazionali visto che Moody's ha ridotto il rating sovrano a livello di junk (spazzatura).
I crescenti prezzi in dollari e in euro sono diventati un problema serio per le aziende indebitate in valuta estera che hanno operato il carry trade in cerca di rendimenti più bassi. Nel tentativo di minimizzare i rischi, le aziende si sono rivolte all'acquisto di valuta estera, alimentando ulteriormente la caduta della lira. Il vice Primo Ministro Mehmet Simsek, un ex analista di Merrill Lynch a Londra fino a maggio 2007 quando decise di entrare nell'Akp, il partito di maggioranza, ha espresso pubblicamente le sue preoccupazioni, sfidando Erdogan.
La valuta turca il 5 aprile è scesa ai minimi storici, con il dollaro che ha sfondato la soglia psicologica di 4 lire tra crescenti timori sui rischi economici del Paese. Rischi ora combinati con incertezze sulla sorte di un esponente chiave del Governo: secondo alcuni organi di stampa il vicepremier Simsek sarebbe pronto alle dimissioni, voci poi smentite dal governo. L'economia turca soffre sia per l'inflazione al 10%, che costituisce un problema perché fa aumentare il costo della bolletta energetica e dei prodotti importati, sia per il continuo accumularsi di deficit di partite correnti. E con il riaccendersi di timori di guerra commerciale tra Usa e Cina, la valuta turca è tornata sotto pressione.
Moody's infatti ha anche fatto riferimento al «maggiore rischio di uno shock esterno che si sta cristallizzando, dati gli ampi deficit del conto corrente del Paese, un debito estero più elevato e grandi richieste di rollover dei bond associate nel contesto di maggiori rischi politici». Insomma in un contesto di aumento dei tassi Usa e fine del Qe della Bce i rischi dei Paesi emergenti indebitati e con bassa crescita tornerebbero ad essere più significativi. Inoltre la banca centrale turca ha mantenuto costanti i tassi d’interesse e ha dichiarato che manterrebbe la politica monetaria espansiva anche di fronte all'inflazione a due cifre. Una assurdità economica.
Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha però ripetutamente chiesto la riduzione dei tassi per rilanciare l’economia, aumentando la preoccupazione degli investitori per la forte pressione politica sulla Banca centrale.
Erdogan ha criticato le decisioni delle agenzie di rating e ha accusato Moody's di fare una mossa politica come con il suo precedente downgrade nel 2016. «Metti qualche centesimo in tasca e ottieni il voto che vuoi, è così che funzionano», disse sprezzante all'epoca.
Moody's ha detto che l'erosione delle istituzioni esecutive della Turchia è continuata con la purga generalizzata seguita al fallito colpo di stato del luglio 2016. Successivamente è stato imposto uno stato di emergenza che rimane in vigore. In seguito a una repressione di massa dopo il fallimento del colpo di Stato, oltre 50mila persone sono state incarcerate in attesa di processo per presunti legami con i cospiratori, mentre 150mila persone sono state licenziate o sospese da impieghi nel settore militare, pubblico e privato.
Moody's ha modificato la sua prospettiva sulla Turchia da “stabile” a “negativa”, dopo averla ridotta a negativa nel marzo 2017.
Tra le altre agenzie, Standard & Poor's ha un rating sovrano BB sulla Turchia, in linea con il rating di Moody's. A gennaio dello scorso anno Fitch ha declassato la Turchia a “junk” con un rating di BB +, un livello più alto di Moody's e S&P.
La Turchia dipende dai flussi di investimento per finanziare il suo disavanzo delle partite correnti, uno dei più grandi del G20, e servire così il suo debito estero. I downgrade di rating potrebbero costringerla a pagare di più per prendere in prestito denaro sui mercati internazionali.
L'anno scorso, il deficit delle partite correnti turche è aumentato del 42% a 47.1 miliardi di dollari, superando l'obiettivo del Governo.