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Una rete di gasdotti

martedì 20 settembre 2017 Roberto Bongiorni/Il Sole 24 Ore Foto: Il Sole 24 Ore/imagoeconomica

ROMA - Difficile pensare ad una casualità. A sette giorni dal referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno – un voto osteggiato da Iran, Iraq e Turchia, che potrebbe scatenare nuovi conflitti – il colosso russo Rosneft ha firmato un’intesa con la regione autonoma del Kurdistan iracheno (Krg) per la costruzione di una rete di gasdotti fino in Turchia. Rosneft «sta ampliando i suoi investimenti acconsentendo a finanziare un gasdotto nel Kurdistan», afferma un comunicato del gruppo russo e del Krg, citato dalla tv curda Rudaw.
 Non è un segreto che il Cremlino stia puntando alle grandi riserve di gas (maggiori di quella nigeriane) e di petrolio del Kurdistan iracheno, comprese quelle che si trovano in zone contese tra con Baghdad ed Erbil, rimaste in mano ai curdi da giugno 2014, quando l’esercito iracheno abbandonò la regione incalzato dall’Isis.
Già in febbraio Rosneft, in cui il Cremlino detiene una quota di maggioranza, aveva siglato un contratto triennale con il Krg per la fornitura di greggio destinato alle sue raffinerie all’estero. A inizio giugno la compagnia russa aveva poi firmato un accordo per esplorare e sviluppare cinque giacimenti. A fine giugno il Financial Times aggiungeva: Rosneft ha reso noto di aver preso in considerazione con il Governo kurdo l’intenzione di sviluppare alcuni giacimenti petroliferi, alcuni dei quali secondo fonti Ft si troverebbero in zone contese, come Kirkuk.
Il finanziamento di Rosneft – un miliardo di dollari, per la creazione di un gasdotto verso la Turchia della capacità di 30 miliardi di metri cubi l’anno – dovrebbe essere terminato nel 2019, per quanto attiene ai consumi curdi. L’export è previsto l’anno successivo. Per quanto ostile al referendum sul Kurdistan, e preoccupata che possa accendere l’irredentismo nelle regioni turche a maggioranza curda, Ankara sarebbe la prima a essere beneficiata dallo sviluppo dei giacimenti curdi, in quanto oggi produce solo l’1% del metano che consuma.
Investire nel Kurdistan iracheno significa però incorrere nell’ira del Governo di Baghdad, che già prima del 2014 aveva minacciato azioni legali contro le compagnie straniere nell’area, ponendo un ultimatum a quelle che operavano sia in Iraq sia in Kurdistan. Baghdad insiste che deve essere solo il Governo centrale a gestire tutte le rendite energetiche. A fine 2016 il premier iracheno Haider al-Abadi aveva accusato il Krg di aver esportato in Turchia 587.646 barili/giorno senza coordinarsi. In gennaio al-Abadi è insorto: l’Iraq sta violando il tetto produttivo previsto dall’Opec per colpa di Erbil, che esporta greggio a sua insaputa. Da tempo Baghdad ha ri-interrotto il finanziamento del budget del Kurdistan iracheno (il 17% di quello federale), l’anno scorso in rosso per 18 miliardi di $.