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Un peso insostenibile

19 aprile 2018 Cistin Cappelletti/L'Indro Foto: L'Indro

ROMA - Nel 2015 gli arrivi sulle coste europee di Italia, Spagna e Grecia erano stati più di un milione. Spaventata, impossibilitata a gestire un così alto numero di rifugiati, anche a seguito della chiusura delle frontiere da parte dei Paesi balcanici, l’Europa è corsa ai ripari siglando un accordo bilaterale con la Turchia per la gestione dei flussi migratori.
Il testo dell’accordo prevede che «per ogni rifugiato siriano rimandato in Turchia dalle isole greche, un altro verrà ricollocato nell’Unione Europea tenendo conto dei criteri di vulnerabilità previsti dalle Nazioni Unite». Un processo di scambio, volto a diminuire gli sbarchi, che prevede anche il ricollocamento di 18.000 profughi in Europa e una prima tranche di 3 miliardi di euro alla Turchia, più altri tre in un secondo momento.Poco prima dell’entrata in vigore dell’accordo per aiutare Grecia ed Italia a dividere l’onere dell’accoglienza, l’Unione Europea aveva attuato il meccanismo di ricollocazione di emergenza che prevedeva, entro la fine del 2017, il ricollocamento di 98.000 persone negli altri Paesi europei. A settembre 2017 erano stati ricollocati da Grecia ed Italia solo 31.503 rifugiati dei 98.000 previsti.
A due anni dall’accordo Ue-Turchia gli sbarchi sono certo diminuiti. Nel 2015 erano arrivate in Grecia 856.723 persone, numero che è diminuito nel 2016 dove, secondo i dati dell’UNHCR, sarebbero sbarcate 173.450 e solo 29.718 nel 2017. Certo i numeri raccontano una bella storia, quella del presunto successo dell’accordo, almeno in termini di sbarchi. I flussi migratori sono sì diminuiti, ma la realtà è molto diversa.
La Grecia, un Paese afflitto da una pesante crisi economica deve fare i conti con un gran numero di richiedenti asilo bloccati sulle isole greche a causa del lento e complicato processo di rimpatrio in Turchia e ricollocamento negli altri Paesi europei. Al momento la Grecia ospiterebbe più di 60.000 richiedenti asilo in diversi hotspot. Di questi, 15.000 sono confinati sulle isole greche a seguito di un provvedimento del Governo che impedisce ai rifugiati di spostarsi ad Atene, fino a quando la loro richiesta di asilo non verrà risolta.
Costretti a vivere in campi e tende spesso inadeguati, in condizioni pessime, come denuncia MSF, Medici Senza Frontiere, i richiedenti asilo sono imprigionati, impossibilitati a muoversi, una situazione che alimenta situazioni di depressione, alcolismo e tentati suicidi. Gli Hotspot, ovvero dei centri di identificazione e documentazione, ospitano spesso un numero due volte la loro attuale capacità, impedendo ai rifugiati di avere o accesso a bisogni elementari, come cibo, acqua, e adeguate cure mediche.
Ma a farne la spesa, oltre ai richiedenti asilo, è proprio la Grecia, costretta a gestire una crisi che l’accordo avrebbe dovuto stemperare, o quanto meno sollevare Atene da un peso economico e sociale non sostenibile. Infatti, già afflitta da una pesante crisi economica, la crisi di rifugiati non ha fatto altro che incidere su una gravosa situazione economica.
L’economia greca ancora in lenta ripresa dalle misure di austerity imposte per far fronte alla crisi ha subito grave perdite economiche. Il tasso di disoccupazione in crescita al 25% è il più alto all’interno dell’Unione Europea, con un’economia più piccola del 25% rispetto al 2009, che ha fatto ridurre proporzionalmente i redditi. Inoltre, “questa situazione ha avuto un grosso impatto sul turismo, da cui le isole traevano i maggiori profitti”, mi racconta Elisabetta Casalotti, collaboratrice Rai dalla Grecia. “Sono isole che hanno sempre vissuto di turismo. Chiaramente il turista, che vuole andare a riposarsi e vedere immagini idilliache, evita questi posti, causando un grosso danno economico”. Si può dire che la crisi economica e la questione dei rifugiati si sono sovrapposte ed alimentate a vicenda. “Certo, tuttavia questa non è la prima crisi che la Grecia si trova a dover gestire. Già negli anni 90, durante la guerra nei balcani, arrivarono molti albanesi, tuttavia le condizioni lavorative erano molto più favorevoli, limitando il malcontento ed i problemi di integrazione”.
A causa dell’accordo con la Turchia i profughi che arrivano sulle isole greche restano intrappolati, in quanto prevede che i turchi si riprendono indietro solamente i profughi che si trovano sulle isole e non quelli dell’entroterra”, commenta la giornalista Casalotti, “l’esempio di Lesbos rimane il più eclatante. Nel hotspost di Moria, che era stato progettato per 3.000 persone, ora ve ne sono più di 9.000”.
Anche la composizione sociale è visibilmente cambiata. Il processo di integrazione risulta difficile, facendo nascere sentimenti xenofobi da parte della popolazione locale. Non sono mancati, e continuano a crescere, episodi di violenza a sfondo razzista. È quanto denuncia RVRN, Racist Violence Recording Network, nel suo ultimo rapporto per le Nazioni Unite. Nel 2017 si sono verificati 102 incidenti con 120 vittime. Gli attacchi, secondo il rapporto, sarebbero legati alla provenienza etnica, alla religione, al sesso ed al colore della pelle. Un numero in crescita rispetto all’anno precedente. “Il popolo greco è sempre stato e continua ad essere un popolo ospitale, tuttavia i richiedenti asilo vivono in condizioni estreme, disumane, non mancano quindi tafferugli e proteste che hanno fatto crescere il malcontento anche tra la popolazione locale, soprattutto nelle isole”. Possiamo dire che rispetto al 2015 l’atteggiamento da parte della popolazione sia cambiato. “In parte sì, perchè quando ci sono dei nuovi sbarchi, i cittadini greci sono i primi a darsi da fare per prestare soccorsi”.
Nell’accordo tra Ue-Turchia la Grecia pare non aver avuto molta voce in capitolo. “Non c’era molta fiducia nelle istituzione greche, anche a causa della crisi economica. Infatti, i soldi per gestire la crisi dei rifugiati non sono stati dati direttamente al Governo greco ma alle Ong internazionali, e tra l’altro non c’è molta cooperazione tra le Istituzioni, il Ministro dell’immigrazione, ed i gruppi umanitari che operano sul territorio”.
A due anni dall’accordo con la Turchia gli sbarchi sono diminuiti, tuttavia il numero di richiedenti asilo bloccati in Grecia rimane molto alto ed il numero di rimpatri in Turchia è praticamente assente. “Sì, l’accordo prevedeva che i siriani che fossero riusciti ad attraversare il Mar Egeo ed arrivare in Grecia sarebbero stati rimandati in Turchia, a patto che rimanessero sulle isole. Il progetto prevedeva un rimpatrio di più di 70.000 persone. Dal 20 Marzo 2016 ne sono state rimpatriate in Turchia solo 1600”, continua la giornalista, “la Grecia è uno dei Paesi in cui è più facile ottenere asilo politico, procedura che dà ai richiedenti il diritto di restare in Grecia fino a che la loro documentazione non sia valutata”.
A complicare ulteriormente la situazione c’è il continuo inasprirsi della guerra in Siria, che nelle ultime settimane ha visto una significativa escalation di violenze, con l’attacco chimico a Douma, e la reazione americana, senza contare le operazioni della Turchia ad Afrin nel nord della Siria. “Fino ad un mese fa la Turchia era riuscita a tenere i profughi dentro i suoi confini, limitando gli attraversamenti dell’Egeo. Ora, negli ultimi due mesi, per qualche motivo, vengono lasciati passare. I rapporti di Ankara sia con Atene che con Bruxelles non sono idilliaci, e questa potrebbe essere una mossa per far pressioni sull’Unione Europea”.
Tuttavia”, aggiunge l’inviata Casalotti, “la Grecia non è certo stata a guardare. É proprio di oggi la decisione della corte suprema greca di permettere ai richiedenti asilo sulle isole di spostarsi liberamente nell’entroterra. Mossa che certo permetterà a molti di tentare la strada per l’Europa. Certo una decisione azzardata di cui dovrà rispondere alle istituzioni europee”