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Tre soldati uccisi al confine siriano

lunedì 10 gennaio 2022 Servizio ripreso da Maria Grazia Rutigliano/Sicurezza Internazionale

ISTANBUL - Tre soldati turchi sono stati uccisi a causa dell’esplosione di un ordigno, nella città turca di Akcakale, situata nella provincia di Sanliurfa, al confine tra Turchia e Siria. 
La notizia è stata riferita l’8 gennaio dal Ministero dell’Interno di Ankara, che ha aggiunto che si era trattato di una bomba artigianale. In un post su Twitter, il Ministero stesso ha riferito che circa 12 “terroristi” del Pkk/Ypg sono stati neutralizzati dalle forze turche nella stessa area di Akcakale, sottolineando che le operazioni stavano continuando. 
Il Pkk è un’organizzazione paramilitare, sostenuta delle masse popolari del Sud-Est della Turchia di etnia curda, ed attiva anche nel Kurdistan iracheno. Per Ankara, l’Unione Europea e per gli Stati Uniti, il Partito è da considerarsi un’organizzazione terroristica. Le Ypg, il cui acronimo si traduce con Unità di Protezione Popolare, sono anch’esse un’organizzazione curda e hanno guidato le Syrian Democratic Forces, che sono state il principale alleato degli Stati Uniti nella lotta contro lo Stato Islamico in Siria. Con il tempo, la loro espansione sul territorio siriano si è trasformata in una minaccia per la sicurezza turca. Da parte sua, Ankara considera diverse organizzazioni curde come “terroristiche” a causa di presunti legami con il Pkk. 
Dall’altra parte del confine turco dove si è verificata l’esplosione si trova la città siriana di Tal Abyad, controllata dalle forze armate turche. Dal 2016, Ankara ha condotto quattro operazioni nel Nord della Siria, con il fine di evitare la formazione di un corridoio verso il confine turco usufruibile dai “terroristi” e di stabilire la pace nella regione. Tra queste, vi è l’operazione “Fonte di pace”, lanciata il 9 ottobre 2019 e conclusasi il 22 ottobre dello stesso anno, data in cui Erdogan e il suo omologo russo, Vladimir Putin, hanno raggiunto un’intesa a Sochi, con cui le parti si sono dette concordi sulla necessità di respingere le forze curde dalla “safe zone” al confine tra Siria e Turchia, per una distanza pari a circa 30 km.

Il tutto si colloca nel più ampio quadro del conflitto civile siriano. Questo è scoppiato il 15 marzo 2011, quando parte della popolazione siriana ha iniziato a manifestare e a chiedere le dimissioni del presidente siriano, Bashar al-Assad. L’esercito del governo siriano è coadiuvato da Mosca, oltre ad essere appoggiato dall’Iran e dalle milizie libanesi filoiraniane di Hezbollah. Sul fronte opposto vi sono i ribelli, i quali ricevono il sostegno della Turchia. 
Secondo gli analisti, da febbraio 2020, non vi sono stati sostanziali cambiamenti nella mappa delle zone di influenza militare delle due parti belligeranti. I gruppi di opposizione, al momento, detengono il controllo del 10,98% dei territori siriani, concentrati perlopiù tra Idlib, Aleppo, Tell Abyad e Ras al-Ain. Le forze filogovernative, invece, controllano il 63,38% del Paese, dalla costa, alla Siria centrale e meridionale, fino ad alcune aree di governatorati orientali e di Aleppo. Non da ultimo, a seguito degli eventi dell’estate 2021, l’esercito di Assad è riuscito ad assumere un controllo maggiore nella regione meridionale di Daraa. Infine, il restante 25,64% della Siria è controllato dalle Syrian Democratic Forces, la cui influenza si estende soprattutto su Deir Ezzor, Raqqa, al-Hasakah e su alcune zone di Aleppo.
A complicare il quadro, in Siria permane la minaccia terroristica. I Country Reports on Terrorism del Dipartimento di Stato degli USA include la Siria tra gli Stati sponsor del terrorismo, una designazione acquisita nel 1979, ed evidenzia come il regime continui a fornire armi e sostegno a diversi gruppi terroristici, tra cui Hezbollah, consentendone il riarmo anche da parte dell’Iran. Damasco, secondo il Dipartimento di Stato degli USA, anche nel corso del 2020 ha continuato ad avere forti legami sia con Teheran sia con Hezbollah. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) rimane presente e attivo in Siria, con l’autorizzazione del presidente Bashar al-Assad, il quale dipende sempre di più da attori esterni per salvaguardare i propri territori dai nemici stranieri. Non da ultimo, gruppi filoiraniani basati in Iraq continuano a recarsi in Siria, ponendosi a fianco dell’esercito damasceno.
Al contempo, il governo siriano, negli ultimi venti anni, sembra aver avuto un atteggiamento “permissivo” nei confronti di organizzazioni terroristiche quali al-Qaeda e l’Isis, consentendo loro di proliferare. Secondo gli Usa, poi, Damasco ha spesso impiegato leggi antiterrorismo e tribunali speciali antiterrorismo per detenere i manifestanti, oppositori del regime, oltre a difensori dei diritti umani e operatori umanitari, con il pretesto di combattere il terrorismo. Tuttavia, il governo stesso continua ad autodefinirsi una vittima del terrorismo. I “terroristi”, per il governo di Assad, sarebbero i membri dell’opposizione armata interna.