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Il 2021 potrebbe essere l'anno della verità

31 dicembre 2020 Servizio ripreso da Soli Ozel/ISPI Foto: ISPI

ISTANBUL - Nel 1945, superata la grande guerra senza aver combattuto, ed evitata l'invasione da parte dell'esercito tedesco, la Turchia si ritrovò all’indomani del D-Day piuttosto isolata.
Di fronte ad una Unione Sovietica che pretendeva due province turche oltre che il controllo congiunto degli stretti, e costretta a resistere da sola alla minaccia sovietica per quasi un anno e mezzo, in quel momento - nel 1945 - Ankara assunse la decisione strategica di entrare a far parte del blocco americano figlio delle divisioni della Guerra Fredda. La dottrina di Truman annunciava protezione per Grecia e Turchia e, alla fine, i due paesi si unirono alla Nato nel 1952.
Oggi la Turchia potrebbe trovarsi di fronte a un altro “momento 1945”. Dal punto di vista geopolitico, il paese è più forte che in passato e in grado di proiettare la sua potenza militare sui paesi confinanti, come recentemente dimostrato nel Caucaso, ma è anche molto isolato. I suoi rapporti con gli alleati sono conflittuali. In Medio Oriente come pure nel Mediterraneo orientale, un blocco di nazioni considerano la Turchia paese rivale. Il 2021 potrebbe essere l'anno di importanti decisioni con pesanti conseguenze per l'identità strategica del paese. Rimane da capire quale livello di autonomia potrà concedersi Ankara nelle questioni di politica estera pur rimanendo legata all'Alleanza atlantica e cosa succederebbe qualora scegliesse di ridurre le distanze con la Federazione Russa. Quest'ultima opzione non può essere considerata un'alternativa realistica in grado di favorire l'interesse nazionale. Eppure questo non ha impedito ai vertici del governo turco di abbracciare interventi politici che la ragione avrebbe sconsigliato, come ad esempio l'acquisto del sistema missilistico di difesa S-400.
I rapporti tra Ankara e i partner occidentali sono in questo momento molto travagliati. Il livello di sfiducia reciproca con Stati Uniti e Unione europea è altissimo. Il progetto della Turchia di diventare membro dell'Unione europea è in uno stato di coma profondo, se non del tutto impossibile da rianimare. Nelle più recenti conclusioni della Presidenza, la Turchia non è stata menzionata come paese in via di adesione, né si è fatto cenno alle condizioni dei diritti umani a livello domestico, e neppure al deterioramento dello Stato di diritto o alla realtà della democrazia turca.
Le tensioni e le recriminazioni tra Ankara e Parigi durante l'estate del 2020 e l'escalation, potenzialmente esplosiva, delle tensioni tra Ankara e Atene, insieme all'effetto shock destato in alcune capitali europee, in particolare Parigi, dal riuscito intervento turco in Libia, hanno aggiunto un'altra dimensione al lungo elenco di problemi che separano i due fronti. L'assertività e le mosse militari della Turchia in Siria e il più recente supporto offerto all'Azerbaigian nella riconquista dei territori occupati, le relazioni sempre più strette con gruppi islamici militanti in Siria e l'uso di questi ultimi nelle operazioni militari turche hanno generato in alcuni degli alleati una reazione dura, anche se non sempre coerente e razionale o perfino giustificabile.
In queste circostanze, voci influenti negli Stati Uniti così come in Europa hanno più volte messo in dubbio il ruolo della Turchia all'interno della Nato e criticato Ankara per aver dimostrato atteggiamento poco consono a quello di un alleato, accusandola di perturbare la coesione fra i membri dell'Alleanza. Naturalmente destano grande preoccupazione i rapporti sempre più stretti che la Turchia intrattiene con la Russia, sebbene i due paesi siano sempre schierati dalla parte opposta di ogni conflitto che li vede impegnati.
L'acquisto del sistema missilistico S-400 dalla Russia, una decisione probabilmente non in linea con le esigenze di sicurezza della Turchia, ha determinato l'immediata espulsione del paese dal programma F-35 e l'annullamento degli ordini turchi per i nuovi caccia che avrebbero dovuto rappresentare per la Turchia il cardine della dottrina strategica e di difesa aerea dei prossimi anni. La decisione ha lasciato il paese vulnerabile e isolato all'interno della Nato, nonostante un suo ruolo piuttosto attivo nell'organizzazione, e ha alimentato l'ira del Congresso degli Stati Uniti.
Il Congresso ha insistito per l'applicazione delle sanzioni Caatsa, linea che il presidente Trump ha scelto di seguire solo in tempi molto recenti quando, per la prima volta nella storia dell'Alleanza atlantica, è stato sanzionato un alleato degli Stati Uniti. Nelle ultime conclusioni del Consiglio europeo, l'Unione Europea ha condizionato il proprio approccio verso la Turchia, e l'eventuale decisione di applicare severe sanzioni contro Ankara, all'approccio e alle scelte politiche in materia della nuova amministrazione Biden.
A sua volta, la Turchia diffida degli alleati, mostra un atteggiamento provocatorio con scelte di politica estera sempre più militarizzate ed è impegnata a perseguire il proprio interesse nazionale con le regioni confinanti secondo le modalità che ritiene opportune. In quello che sembra un sistema decisionale di politica estera sempre più personalizzato, l'impegno della Turchia verso gli interessi comuni dell'alleanza occidentale è, nel migliore dei casi, vacillante.
Il pedigree ideologico del presidente turco e del suo partito ha aggiunto all'analisi e ai calcoli strategici della dirigenza politica turca una dimensione di leadership propria del mondo musulmano sunnita. Parte dell'opinione pubblica, che sia di orientamento laico o più vicina al mondo islamico, è sospettosa delle intenzioni del mondo occidentale, sebbene un recente sondaggio condotto dal German Marshall Fund e dall'Istanbul Bilgi University Migration Center indichi come quasi la metà della popolazione sia favorevole all'adesione della Turchia alla UE. Un'altra indagine condotta dalla Kadir Has University sulle preferenze di politica estera dell'opinione pubblica turca mostra una certa ostilità nei confronti degli Stati Uniti, mentre viene ancora riconosciuto il valore dell'appartenenza alla Nato.
Le ambizioni strategiche della Turchia non erano l'aspirazione esclusiva dei governi Akp. Diverse scuole di pensiero, a partire dalla fine della Guerra Fredda, hanno spinto a favore di interessi strategici turchi di più ampio respiro. All'inizio del secolo, nonostante una profonda vena sovranista nel pensiero strategico, la visione più diffusa era che l'interesse nazionale della Turchia passasse per l'adesione all'UE. Il fatto che l'Unione europea abbia rinunciato al progetto, procedendo prima con l'ammissione di Cipro come membro e poi assecondando la volontà della cancelleria tedesca e della presidenza francese contro l'adesione della Turchia, ha contribuito all'allontanamento di Ankara.
Successivamente, quando la crisi finanziaria ed economica dell'UE ha indebolito la sua attrattiva economica e le rivolte arabe hanno offerto ad Ankara un'apertura geopolitica più definita dal punto di vista ideologico e quando infine, nel 2011, l'addomesticamento delle élite militari e laiche poteva considerarsi ormai concluso, la Turchia ha iniziato ad assumere una postura regionale più assertiva. Un obiettivo perseguito all'inizio mediante elementi di soft power e poi, quando le condizioni in Siria hanno iniziato a deteriorarsi diventando un grave problema di sicurezza nazionale, mediante il ricorso al potere militare. La drammatica decisione del presidente Obama nell'agosto del 2013 di non punire il regime siriano per l'impiego di armi chimiche ha confermato alle élite di sicurezza turche di non poter contare su Washington, che nel frattempo aveva ulteriormente alienato Ankara stringendo un'alleanza con il Partito dell’Unione Democratica (Pyd), braccio politico dell'Unità di Protezione Popolare curda (Ypg) - il ramo siriano nemesi del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) turco.
Tuttavia, il punto di svolta più critico è stata probabilmente la risposta che gli alleati occidentali della Turchia hanno dato la notte del fallito tentativo di colpo di stato del 15 luglio 2016. Qualunque sia la vera storia dietro questo traumatico evento, la reazione degli alleati si dimostrò inadeguata, non all'altezza della solidarietà democratica che era richiesta e finì per scontentare sia l'opinione pubblica sia il governo che invece colse l'occasione per indebolire le regole e le istituzioni democratiche del paese. È stato in quel momento che la Turchia ha scelto di allinearsi con l'avversario di sempre, la Russia, e che ha segnato l'inizio di un nuovo interessante pas de deux.
Oggi, la visione strategica dell'Akp, di orientamento prevalentemente islamico, e le visioni più nazionaliste e decisamente anti-occidentali proprie di altri circoli politici, sembrano essersi unite a sostegno di un insieme di politiche incentrate su esibizione del potere, basi militari, diritti marittimi e ampia autonomia nel perseguimento degli interessi turchi. "Mavi Vatan" o Patria Blu, la dottrina sviluppata da ufficiali nazionalisti laici, ricalca le politiche di Erdoðan su Mediterraneo orientale e Libia.
Erdoðan tuttavia aggiunge anche un'altra componente che ha a che fare con la rivalità geopolitica - nonché ideologica - con i paesi del Golfo e l’Egitto loro alleato, in merito alla leadership del mondo musulmano sunnita. In questa strategia si inserisce la campagna di edificazione di moschee in tutto il mondo, che insegue l'obbiettivo di offrire protezione ai Fratelli Musulmani e sostenere la causa dei musulmani ovunque essi si trovino. Una iniziativa che prosegue indisturbata a condizione che essa non interferisca con gli interessi economici o geopolitici del paese, come emerso in maniera evidente con il silenzio assordante della Turchia in merito al tragico trattamento dei turchi uiguri in Cina.
In quasi tutte queste questioni, l'approccio turco ha rappresentato la risposta a un vuoto strategico. Sono stati il ridimensionamento del potere americano e la disattenzione per le questioni turche a determinare gli interventi in Siria. Nel Mediterraneo orientale, sebbene l'isolamento della Turchia sia da ricondurre al suo stesso operato, il governo di Ankara ha reagito alle mosse di un blocco di paesi avversari con risposte militari che sanno di sfida, con un'intensificazione della retorica ma, allo stesso tempo, invitando gli interlocutori a mettere sul tavolo altre questioni correlate (la politica energetica del Mediterraneo orientale, la Grecia e il controllo del Mar Egeo, Cipro e la Libia) allo scopo di intavolare un grande gioco diplomatico che permettesse di risolvere contemporaneamente tutte le questioni aperte. La Turchia ha optato per un intervento militare in Libia con cui ha siglato un accordo di cooperazione militare quando nessun altro paese sarebbe intervenuto a sostegno di un governo di Tripoli riconosciuto dalla comunità internazionale e sotto attacco da parte di forze ribelli sostenute da Emirati Arabi Uniti, Egitto, forze irregolari russe e Francia. Nel Caucaso ha aiutato l'Azerbaigian a superare la paralisi nel "conflitto congelato" di Karabagh, mettendo in risalto il letargo, se non il totale compiacimento, del gruppo di Minsk i cui membri includevano Stati Uniti e Francia insieme alla Russia. Durante il braccio di ferro con la Grecia e le pericolose tensioni dell'estate 2020, Ankara era convinta che l'UE non potesse assumere il ruolo di onesto intermediario, e che non sarebbe riuscita a controllare il comportamento della Grecia. A sua volta l'UE guardava Ankara come un aggressore, mentre Berlino considerava la Turchia un paese che non sa tenere fede alle sue promesse, in particolare dopo la decisione del governo di Erdoðan di inviare nuovamente nel Mediterraneo la nave esplorativa Oruç Reis, spedizione annunciata con un nuovo Navtex a dispetto dell'accordo frutto della mediazione tedesca e dell'intervento della Nato.
In occasione del 19esimo Forum di Doha dello scorso dicembre, il ministro della Difesa turco Hulusi Akar ha risposto a una domanda circa le relazioni fra Turchia e Nato affermando: “Siamo al centro della Nato. Non andremo da nessuna altra parte, siamo membri della Nato”. Nonostante l'acquisto degli S-400, le strette relazioni strategiche con la Russia, il profondo risentimento nei confronti degli alleati per la mancanza di solidarietà con il governo eletto durante il fallito tentativo di colpo di stato e le frequenti dichiarazioni da parte di molti esperti secondo cui la Turchia non dovrebbe essere un membro della Nato, la Turchia riamane all'interno dell'organizzazione. Alla Nato Ankara si affida in materia di sicurezza, pur richiedendo un elevato livello di autonomia, e partecipa alle esercitazioni anche in regioni che tradizionalmente non rientrano nello spazio di interesse della Turchia. Quanto sia limitato l’attaccamento nei confronti della Russia è risultato evidente quando due aerei B-1 Lancer statunitensi hanno utilizzato lo spazio aereo turco sopra il Mar Nero per un'operazione di rifornimento in volo. Evento significativo se si pensa che dalla fine della Guerra Fredda, Turchia e Russia hanno sempre cercato di tenere Stati Uniti e Nato lontani dai confini del Mar Nero.
Inoltre, come sostiene Connor Dilleen, "Ankara probabilmente rappresenta per Mosca una sfida strategica ancora più significativa che per l'Occidente... sta perseguendo una strategia ponderata e sfumata di collaborazione con i paesi della regione litoranea del Mar Nero, del Caucaso e dell'Asia centrale... a metà ottobre un vertice presidenziale tra i due paesi (riferendosi all'Ucraina) ha visto la firma di un accordo di cooperazione in materia di difesa, dando vita a una 'nuova realtà geopolitica nella regione del Mar Nero'. L'accordo di cooperazione siglato da Ankara e Kiev comprende una intensa collaborazione industriale per la difesa nel campo dei motori aerospaziali e dei sistemi aerei senza pilota, inclusa la coproduzione di un caccia a guida autonoma".
A mio giudizio, la possibilità che in futuro la Turchia continui a operare su entrambi i fronti di questo gioco strategico, proiettando il suo potere con disinibizione e contando sull'atteggiamento passivo degli alleati o sulla loro riluttanza a esercitare troppe pressioni, sarà sempre più limitata. L'intenzione espressa dalla futura amministrazione Biden di rinsaldare i legami transatlantici, ripristinare la coesione della Nato e promuovere governance democratica e unità dell'UE, avrà una influenza diretta sul futuro della Turchia. Nella misura in cui Washington assumerà una posizione più ferma sulle trasgressioni della Turchia su determinati temi, l'UE sarà incoraggiata ad adottare misure più severe contro la Turchia entro i limiti dovuti alla delicatezza del problema dei rifugiati.
L'Amministrazione Trump, o più correttamente il Segretario di Stato uscente Mike Pompeo, negli ultimi mesi ha assunto posizioni verbalmente e simbolicamente offensive contro la Turchia, ingaggiando uno scontro aperto con la controparte turca in occasione dell'ultimo incontro dei ministri degli esteri della Nato. È stato sempre il Dipartimento di Stato di Pompeo ad annunciare l'adozione delle sanzioni Caatsa. Una grossa spina nelle relazioni fra gli Usa e la Turchia che le sanzioni e ciò che le aveva determinate, ovvero l'acquisto degli S-400, si sono lasciati alle spalle. L'amministrazione Biden saprà voltare pagina e ci si aspetta Ankara sappia adottare gesti riconcilianti. D'altra parte, la risoluzione dei problemi nel Mediterraneo orientale richiederà la mediazione e forse l’intermediazione americana. Resta da vedere se l'amministrazione Biden avrà il tempo o la disponibilità ad impegnarsi in questa direzione.
Ma questa è l'unica condizione in grado di avviare una riconciliazione delle relazioni tra la Turchia e i suoi alleati. Il passo successivo sarà aiutare UE e Turchia a trovare un linguaggio più appropriato per condurre le loro relazioni, impedendo alla Turchia di utilizzare la questione dei rifugiati come l'asso nella manica e facendo in modo che l'UE tratti Ankara come un interlocutore alla pari anche se la Turchia non dovesse assumere lo status di potenziale paese membro.
Se l'Amministrazione Biden riuscirà a domare la furia del Congresso e a trovare interessi comuni da perseguire insieme alla Turchia, la scelta di una Turchia economicamente assediata e strategicamente isolata non farebbe che favorire le sue attuali relazioni di alleanza, sebbene accompagnate da richieste di maggiore autonomia. Va ricordato che la decisione strategica del 1945 ha inaugurato in Turchia un sistema multipartitico e ha aperto la strada a elezioni e regole democratiche, anche se intermittenti. Anche la decisione di quest'anno potrebbe avere un significato simile se il mondo occidentale, in un'epoca diversa e più complicata, saprà nuovamente impegnarsi a difendere in maniera inequivocabile i suoi valori e i suoi principi.
Infine, sarà interessante osservare in che modo i russi reagiranno all'ultimo cambio di marcia della Turchia e se avranno o meno i mezzi per prevalere su un presidente Erdoðan che si destreggia sulla sottile linea che separa gli alleati turchi e i vicini di casa sul confine settentrionale. Che la Turchia non abbia molto da guadagnare da un'alleanza più stretta con la Russia e che in realtà tale alleanza possa danneggiare i suoi interessi primari è una conclusione scontata per chi in Turchia si occupa seriamente di strategia internazionale. Se gli attuali vertici del governo turco, per cecità ideologica o allettati da ambizioni imprudenti, non dovessero giungere a una conclusione simile, sarebbero da ritenere responsabili di aver creato una dipendenza di cui il paese potrebbe pentirsi.
Questo significa che sul banco di prova ci sono anche gli alleati occidentali. A loro spetta decidere quanto pesi il ruolo della Turchia nel nuovo contesto strategico e fino a che punto sono disposti a spingersi per tenere il paese dalla propria parte incitandolo ad abbandonare la traiettoria autoritaria in cui si trova al momento. Solo se saranno disposti ad assumersi l'impegno richiesto e se saranno capaci di riportare la Turchia nella propria casa, potranno evitare e disinnescare l'assalto e le macchinazioni vendicative del presidente Putin contro l'alleanza occidentale.

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Soli Özel, Professor, Kadir Has University and Senior Fellow, Institut Montaigne