Attualità

Proteggere il confine anche con il Mar Nero

mercoledì 18 dicembre 2020 Servizio ripreso da Emenuele Rossi/f! formiche Foto: f! formiche

ROMA - Due mesi fa Allison Meakan di Foreign Policy ha pubblicato un pezzo con una mappa che riprendeva i fronti in cui è impegnata militarmente la Turchia. La carta, sotto, rende chiaro come per Ankara allungare le proprie attività al vicinato allargato sia un fattore di importanza cruciale: dal Caucaso ai Balcani, dal Nord Africa al Medio Oriente.
I turchi sono attivi in molte aree e Paesi: Libia, Siria, Iraq, Azerbaigian (per il Nagorno-Karabakh), Cipro del Nord, Mediterraneo orientale e pure in Etiopia e Corno d’Africa in generale (in Somalia c’è la grande base di Mogadiscio che osserva i traffici in risalita dall’Oriente). Poi ci sono una serie di dossier dove si muovono per partnership e collaborazioni militari utili a marcare presenza, come per esempio il Qatar, la Bosnia, il Kosovo, o quella recente con l’Ucraina, che serve alla Turchia per mettere un piede sulla costa settentrionale del Mar Nero – chiaramente un altro ambito tattico strategico lungo i propri confini.
La vicenda ucraina è rappresentativa e più nuova di altre come la Libia o la Siria, fronti ormai diventati classici per l’impegno militare turco all’estero. Droni e corvette turche andranno alle forze ucraine e serviranno per il monitoraggio del Mar d’Azov, angolo nord-orientale del bacino del Mar Nero in cui si snoda parte del confronto tra Kiev e Mosca. L’accordo reso noto nei giorni scorsi potrebbe essere seguito da un protocollo sul libero scambio commerciale (che secondo il governativo Daily Sabah è imminente) e segue quello che riguarda satelliti, piattaforme di lancio, lanciarazzi: un’intesa sullo spazio. Questo tipo di relazioni che va avanti da tempo è un fattore importante per Ankara, perché permette un ri-equilibrio parziale sullo sbilancio di cui soffre nei confronti della Russia nel Mar Nero – dove per altro si parla della possibilità di una nuova base nel distretto di Kýrklareli (che ha già attirato le critiche dei vicini).
Egualmente interessate al prolungamento geopolitico dei propri confini nel bacino, la coopetition tra Mosca e Ankara è fatta di certe attività – oltre a quelle più esplicite in Siria, Libia, Nagorno-Karabakh in cui si trovano o si sono trovate disposte su due fronti di combattimento aperto. Come in altri di questi dossier, lo sforzo ucraino dei turchi è anche utile a Recep Tayyp Erdogan per bilanciare la cura dei propri interessi con le polemiche intra-Nato. Il presidente turco sa che con la nuova amministrazione statunitense la situazione, già messa su un terreno scivoloso, potrebbe peggiorare: la diatriba nell’EastMed con la Grecia, il confronto a cavallo del Mediterraneo con la Francia, l’acquisto sanzionato degli S-400 russi, sono vicende che mettono in difficoltà l’alleanza, la espongono a vulnerabilità per problemi interni.
Aiutare militarmente l’Ucraina è invece un’attività che la Nato fatica a portare avanti – per via di non urtare troppo le sensibilità di Mosca – e il coinvolgimento diretto della Turchia toglie un ingombro all’alleanza. Ulteriore dimostrazione di quanto Ankara per ottenere risultati sia disposta a lasciarsi coinvolgere, spingendosi forse oltre i propri limiti, segnati dalle difficoltà economiche crescenti a da un calo del consenso attorno al presidente – ma forse sono proprio questi limiti parte della ragione che spinge Erdogan a cavalcare il momento: creare una narrazione internazionale attorno alla sua Turchia sfruttando certe attività esterne può essere usato per mettere in sordina malumori interni; alzare il rumore sopra a quello di fondo di un popolo in parte insoddisfatto; costruire un racconto della presidenza che sfiori l’epica mitologica imperialista ottomana e possa diventare attraente per i suoi cittadini. Il punto ruota tutto attorno a come il presidente turco saprà gestire questa ascesa che sembra essere osteggiata da buona parte degli Stati Uniti e dell’Ue.