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Nagorno-Karabakh, firmata la pace

10 novembre 2020 Servizio ripreso da Francesco Battistini/Corsera Foto: Corriere della sera

ROMA - E’ la pace di Putin. Dopo 45 giorni di combattimenti, e per evitare altri massacri, armeni e azeri accettano il cessate il fuoco in Nagorno-Karabakh. Le tre firme sono del presidente russo e dei due leader di Armenia e Azerbaijan: il sigillo a una crisi che gli Usa non hanno potuto gestire, presi com’erano dalla campagna elettorale, e che l’Europa non ha saputo risolvere, nonostante i miliardi spesi in questi anni di monitoraggio e peacekeeping.
E’ un accordo che tutt’e due i Paesi definiscono «la fine delle ostilità» e che sarà sorvegliato direttamente da Mosca e da Ankara. L’annuncio è arrivato lunedì a tarda sera, l’entrata in vigore è stata fissata dalla mezzanotte, e prevede che gli eserciti si fermino esattamente dove sono, che la Russia (e forse la Turchia) dislochino un contingente di pace, che parta lo scambio dei prigionieri e soprattutto che comincino nuovi colloqui per definire «una volta per tutte» lo status dell’enclave centrasiatica, che Armenia e Azerbaijan si contendono da almeno trent’anni, dalla fine dell’Unione Sovietica.
Le armi hanno taciuto subito. E se a Baku centinaia d’azeri sono scesi in strada suonando clacson e sventolando bandiere in segno di vittoria, a Erevan altre centinaia d’armeni sono entrati furiosi nel palazzo del governo, hanno assaltato e saccheggiato la casa del primo ministro, chiedendone le dimissioni immediate.
Più che a una pace, in effetti, somiglia a una resa: quella dell’Armenia. Anche perché a pubblicare per primo la notizia dell’accordo, su Facebook, è stato proprio il premier di Erevan, Nikol Pashinyan, e con parole sofferte: una firma «molto dolorosa», ha ammesso, ma «la soluzione migliore, visto quello che sta succedendo», e necessaria dopo un’ «analisi approfondita della situazione militare». Il premier sostiene che «non è una vittoria, ma non c’è sconfitta finché non disconosci te stesso», e idealmente s’inginocchia davanti alle vittime, perché «abbiamo combattuto fino alla fine e, alla fine, vinceremo noi».
In realtà, Pashinyan era già sotto il fuoco delle critiche per la pessima gestione militare di questo mese e mezzo di guerra e 17 piccoli partiti gli avevano già chiesto d’andarsene: nel Nagorno-Karabakh, l’Armenia ormai controlla solo la «capitale» dell’autoproclamata repubblica di Artaskh, e lunedì è caduta anche la strategica cittadina di Shushi, snodo di tutte le strade principali. L’intera regione è finita sotto il controllo delle truppe azere, con una cinquantina di villaggi e otto alture riconquistate dall’esercito di Baku. «Sfortunatamente, dobbiamo riconoscere i nostri fallimenti militari», dice il leader separatista Arayik Harutunyan: questa guerra ha fatto in trent’anni 30mila morti e «la firma dell’accordo stavolta era inevitabile, abbiamo avuto oltre 1.300 vittime in sei settimane e accettato per evitare nuovi morti, per non perdere l’Artaskh».
S’è sparsa voce (smentita) che Pashinyan abbia lasciato Erevan in fuga. Di certo, non è più a casa sua: la sua villetta è stata semidistrutta ed è stato lo stesso premier a postare l’elenco delle cose rubate, «un computer, un orologio, un profumo, la mia patente di guida», aggiungendo sarcastico che «tutto questo saccheggio è stato compiuto, certamente, per la patria».
E’ una strana pace a parti invertite, almeno nelle prime dichiarazioni. Raggiunta dopo tre cessate il fuoco in sei settimane, firmati e regolarmente falliti. Un successo diplomatico esaltato da chi (il Cremlino) appoggiava gli sconfitti armeni e invece poco strombazzato dalla Turchia, che peraltro ha armato e spinto la vittoriosa offensiva azera.
C’è stata una telefonata fra i due ministri degli Esteri, Sergej Lavrov e Mevlut Cavusoglu, assieme a una breve rivendicazione del presidente turco Recep Tayyip Erdogan: «Un importante e benedetto successo» dell’Azerbaijan, con l’assicurazione che «la bandiera della lotta non sarà ammainata finché l’occupazione del Karabakh non sarà finita», nella certezza che «combattere le ostilità contro l’Islam è il requisito della nostra fede».
Sobrio tutto sommato anche il presidente azero, Ilham Aliyev, che parla di «data cruciale», si dice felice perché «il conflitto del Nagorno-Karabakh è fra i più vecchi della nostra regione» e perché questa è «una capitolazione dell’Armenia», dove un ruolo importante l’ha avuto la Russia.
A preoccupare il Cremlino, che non ha dato a Erevan gli aiuti militari sperati, è stata la rapida avanzata turco-azera e il rischio di un’escalation: proprio lunedì, un elicottero Mi-24 russo era stato abbattuto «per errore» dalle truppe di Baku, morti due piloti. Per Putin, si trattava d’un dossier da chiudere in fretta: il cessate il fuoco sarà «totale», spiegano da Mosca, durerà cinque anni (rinnovabili per altri cinque) e prevede l’invio di 1.960 peacekeeper russi sulla linea di contatto e nel corridoio di Lachin, che unisce l’Armenia al Nagorno-Karabakh. Il contingente della 15esima Brigata fucilieri motorizzati è già decollato dall’aeroporto di Uljanovsk, con 90 mezzi corazzati, 380 unità mobili e attrezzature speciali.
Il ritiro armeno si snoderà da oggi al primo dicembre, nelle aree di Agdam, Kebajar e Lachin. Non è ancora chiaro come e quanto parteciperà la Turchia, invitata a essere parte del Centro per il monitoraggio del cessate il fuoco. L’unica cosa probabile al momento è che non ci saranno «caschi blu» europei, al contrario di quanto avvenuto negli ultimi decenni coi controlli Osce: un’altra vittoria di Putin e di Erdogan, che del Nagorno-Karabakh e di questa parte di Asia sono da anni i veri player.