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Politica estera turca

8 settembre 2020 Servizio ripreso da Riccardo Antonucci/Energia Foto:

ROMA - Le attività della Turchia sullo scenario internazionale sono segnate dal passaggio ad un approccio sempre più fondato sull’uso di strumenti di carattere militare, come si osserva nelle dinamiche del Mediterraneo Orientale. Questo contesto non è però l’unico dove si assiste ad un cambio di passo da parte di Ankara, la quale sta mostrando una revisione della propria strategia anche nella regione del Corno d’Africa.
Ankara è da tempo impegnata in un processo di inserimento all’interno del settore energetico dei Paesi della regione africana. Fra i Paesi dove la Turchia è riuscita ad accaparrarsi delle concessioni vi è il Sudan, dove nel 2018 è stato firmato un accordo di 100 milioni di dollari per la conduzione di attività di esplorazione petrolifera e l’assegnazione di migliaia di miglia quadrate di terreno agricolo locale a società turche per finalità di investimento. Anche la Somalia, la quale ha sviluppato una nuova legge petrolifera per attrarre investimenti esteri nel proprio settore energetico, ha dimostrato interesse per il coinvolgimento della Turchia nelle proprie attività petrolifere: stando a quanto dichiarato dal presidente turco Erdogan il Paese africano ha invitato Ankara a condurre esplorazioni all’interno dei propri mari. Inoltre, la Turchia si è aggiudicata un accordo con l’Etiopia – la quale ha avviato la produzione di greggio nel 2018 –  per la cooperazione nel settore dell’energia, degli idrocarburi e delle miniere. Stando all’accordo, i due Paesi condurranno progetti congiunti nello sviluppo delle risorse minerarie, petrolifere e del gas naturale, incluso il mantenimento dell’infrastruttura, il trasporto e la distribuzione dei derivati e l’applicazione delle tecnologie relative.
La politica turca nel Corno d’Africa si è inizialmente caratterizzata per l’orientamento diplomatico ed umanitario. Si trattava della strategia della “politica estera intraprendente ed umanitaria” presentata dal Ministero degli Esteri turco e che include una postura attiva a livello internazionale e volta idealmente a realizzare il principio della “Pace all’interno, Pace nel mondo” teorizzato da Mustafa Kemal. La stessa idea di fondo ha animato inizialmente le manovre turche nel Corno d’Africa, sebbene già nei decenni precedenti le nazioni del Golfo temessero una deriva espansionista turca nella regione.
Col tempo la politica estera turca nel Corno d’Africa ha incluso sempre più dimensioni ed aree di attività, compreso l’ambito militare. L’incremento della presenza militare turca nel Corno d’Africa è iniziato nel 2017, con l’inaugurazione di una base militare da 50 milioni di dollari ed una capacità di addestramento di minimo 1500 soldati alla volta a Mogadiscio e la concessione dell’Isola Suakin da parte del Sudan alla Turchia per 99 anni, includendo anche la costruzione di un porto per attività civili e militari.
Nel suo processo di espansione della sua influenza la Turchia ha incluso anche il Niger, con il quale ha firmato un accordo che include anche la cooperazione sul tema degli addestramenti militari, ed il Chad, con l’intento di inglobare nella sua zona di influenza militare l’area dalla Libia al Corno d’Africa.
Decifrare le intenzioni di Ankara è naturalmente complesso anche alla luce del processo di militarizzazione della politica estera turca a cui stiamo assistendo e di cui si è discusso precedentemente. Sebbene questo cambiamento possa mettere in discussione la nostra comprensione dei mezzi che la Turchia potrà mettere in campo nei prossimi anni al fine di realizzare i propri obiettivi strategici, possiamo comunque tentare di analizzare la sua politica adottando una prospettiva a più livelli: le sue attività nel Corno d’Africa, la competizione con le nazioni del Golfo ed il processo di elaborazione e realizzazione della politica estera turca alla luce dei cambiamenti interni del Paese.
A livello regionale la Turchia mostra di voler ricoprire il ruolo di alleato alternativo agli Stati Uniti e di modello per le nazioni musulmane nel Corno d’Africa, adoperando anche la sua “diplomazia delle moschee” ed in generale la religione islamica come strumento di soft power. L’apprezzamento per il Corno d’Africa è passato dal focus prettamente economico e fondato sui valori comuni ad includere anche una prospettiva più prettamente geopolitica con il cambiamento delle circostanze ed con il tempo.
La rivalità con le nazioni del Golfo è il secondo livello di analisi della politica estera turca nella regione. Stando all’analisi di Brookings, per gli ufficiali turchi il Corno d’Africa non rappresenterebbe una delle prime priorità di politica estera ma ricopre comunque un ruolo all’interno di una più ampia strategia di accrescimento della propria influenza nel Medio Oriente, nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano Occidentale. Inoltre, gli ufficiali turchi sembrano rappresentare le azioni del proprio Paese nel Corno in termini di reazione piuttosto che di attivo perseguimento di una strategia di opposizione alle nazioni della penisola arabica.
Il ruolo della politica interna turca, ossia il terzo livello di analisi delle attività turche nel Corno d’Africa, è legato alla nostalgia per il passato ottomano ed alla retorica nazionalista che punta fortemente alla restaurazione dell’identità turca in un periodo di forti sommovimenti nel Paese. Questo specifico discorso è fondamentalmente ad uso e consumo interno alla Turchia, piuttosto che essere un vero e proprio obiettivo di politica estera ed è una parte fondamentale della nuova Turchia di Erdogan.