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Cronaca di una potenza...

martedì 15 luglio 2020 Servizio ripreso da Fabio Nicolucci/ISPI Foto: ISPI

ROMA - Guardiamo all’ascesa della Turchia come attore regionale, oggi tra quelli che proietta più potenza. Dopo molti decenni di prevalenza dell’identità kemalista, la frustrazione di non riuscire a far parte dell’Europa negli ultimi venti anni ha riorientato l’asse dell’eredità ottomana entro cui si muove da sempre la Turchia.
Con uno spostamento del baricentro dalla parte laica e «europea» – esaltata ma certo non inventata dal kemalismo, perché l’Impero Ottomano è sempre stato anche una potenza europea, essendo arrivato nel XVII sec alle porte di Vienna e avendo governato i Balcani per secoli – a quella islamica e mediorientale. Dopo la fine della Guerra fredda il surrogato dell’identità atlantica dentro la Nato non è più bastato, e l’ascesa dell’AKP di Recep Tayyip Erdoganil riorientamento della propria politica estera in senso «neo-ottomano» (secondo la definizione del suo teorico Ahmet Davutoglu). E mentre prima ci si teneva a distanza dalle beghe regionali, adesso esse diventavano il terreno d’ingaggio privilegiato. Così la Turchia ha reintrodotto lo studio del turco ottomano nelle scuole e il suo uso nel ricevimento ufficiale di ospiti stranieri, inclusa una guardia d’onore che indossa uniformi ottomane.
Quindi oggi nemmeno il nuovo protagonismo regionale della Turchia è un fatto del tutto inedito. Come non lo sono del tutto le alleanze e i nuovi schieramenti che si stanno delineando a livello regionale a mano a mano che si avvicina la fine delle guerre in corso e quindi la definizione di un nuovo ordine regionale. Definizione che ha visto guerre per procura tra il campione degli sciiti (l’Iran) contro il campione in carica dei sunniti (l’Arabia Saudita), ma poi lo scontro per il titolo di campione dei sunniti tra gli sfidanti Qatar e Turchia e il sempre più bolso campione saudita in carica. Competizione che tuttavia non è solo settaria ma anche e soprattutto per l’influenza geopolitica. Con gli Stati Uniti d’America in lenta ritirata strategica dalla regione, e una sempre più furba supplenza da broker della Russia di Vladimir Putin, interessato ad accrescere in definitiva il peso specifico del patto di Shanghai (Cina e Russia) nella regione.
Per quanto riguarda il nuovo protagonismo della Turchia, esso si articola su tre assi. Il primo è il patto d’azione sempre più stretto con il Qatar. Esso si fonda su una lettura comune di cosa sia oggi l’islam politico – e in particolare la «Fratellanza Musulmana» – nella regione: non terrorismo sotto mentite spoglie (come ritiene invece il blocco Arabia Saudita-Emirati Arabi Uniti-Egitto e Bahrein), bensì un legittimo attore politico, da sostenere, in specie quando è l’unica opposizione politica ai regimi dell’altro blocco sunnita. Non è alleanza solo di oggi: già nel 2014 il Qatar autorizza l’apertura di una base militare turca sul suo territorio per 4mila soldati.
Dunque il sangue è amaro tra i due paesi sunniti già da tempo, e non suscita quindi sorpresa l’imposizione del secondo boicottaggio contro il Qatar da parte degli «stati dell’assedio » capitanati dall’Arabia Saudita nel 2017. La Turchia condannò la mossa, riducendone l’impatto. E il Qatar ringraziò, concedendo nel 2018 alla Turchia 15 miliardi di dollari, dopo che la lira turca aveva perso il 40% del valore a causa delle sanzioni Usa. Recentemente tale prestito è stato rifinanziato, diminuendo l’efficacia della pressione del CAATSA Usa (Countering Adversaries of America Through Sanctions Act) diretto alla Turchia membro della Nato, dopo l’acquisto del sistema anti aereo S 400 dalla Russia.
Il secondo asse è la decisione di interessarsi di nuovo, 100 anni dopo la fine del governo ottomano su Gerusalemme, al conflitto israelo-palestinese. Proprio come tassello di una nuova identità pan-islamica, in concorrenza con l’Iran per il sostegno ad Hamas. Una gara che la Turchia sta vincendo, con il sostegno dei soldi qatarioti che fluiscono verso la Striscia di Gaza e che sta lasciando all’Iran il solo spezzone della formazione chiamata Jihad islamico. Una gara che vede anche una presenza diretta a Gerusalemme, con l’attivissimo centro culturale turco di Al Zaha street, la spinta al cosiddetto “turismo Al–Aqsa”, e attraverso due potenti organizzazioni culturali e di cooperazione come la Mirasimiz e l’agenzia governativa di cooperazione TIKA. Se dovesse il governo d’Israele proseguire nei suoi propositi di annessione unilaterale delle colonie nella Valle del Giordano e di parte della Cisgiordania, dopo aver ricevuto da Donald Trump il regalo di Gerusalemme capitale senza accordo di pace, la Giordania potrebbe non riuscire a sopportare l’ennesimo schiaffo al suo forte orgoglio di ex potenza regolatrice e essere risucchiata dalla forza centripeta dell’azione turca, determinando una perdita secca per Israele dalle incalcolabili conseguenze.
Il terzo asse è poi quello che allarga il cerchio in un nuovo sistema delle relazioni internazionali nella regione. Anche qui, si tratta della riscoperta di rapporti con forte ancoraggio nel passato, riscoperti e rinnovati come trama di una proposta di riorganizzazione della regione dopo la fine delle guerre siriana, libica e yemenita che l’hanno sconvolta. Una fase che ha visto prima uno scontro tra Iran e Arabia Saudita tematizzato dai Saud come scontro tra sciiti e sunniti e che per questo, dato l’esito non risolutivo dovuto alla resilienza iraniana, ha innescato una conseguente sfida alla guida dei sunniti da parte del Qatar. A cui si è poi unita la Turchia, che ha ridisegnato un «nuovo quartetto islamico» tessendo alleanze con la Malesia e rinverdendo quella con il Pakistan. Il quale è ben felice di trovare un contrappeso all’avvicinamento dell’India all’Arabia Saudita.
Turchia e Pakistan sono infatti alleati da anni, così come la cooperazione militare con la Malesia è forte da tempo. Un paese che ha ospitato recentemente un salafita radicale in fuga dall’India, e che dopo il molto criticato assassinio di Suleimani ha anche incrementato la sua cooperazione con i Pasdaran. Gesti valorizzati dal Qatar, che con Al Jazeera ha dedicato svariate ore di intervista al leader malese Mohammad Mahatir. E mentre la Turchia investe in attività di welfare non solo nel Sahel ma anche nell’Asia sud-orientale, l’Arabia Saudita proibisce le popolari soap opera turche, in una guerra che investe anche la sfera culturale. Perché è una sfida – dalle nuove modalità ma dalle radici antiche – per l’influenza e la leadership in Medio Oriente.