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Gas: Francia e Turchia allo scontro nel Mediterraneo

mercoledì 26 giugno 2020 Servizio ripreso da Giordano Stabile/La Stampa.it Foto: Shipping Italy

BEIRUT - Navi militari a un passo dall’incidente al largo della Libia. Parole di fuoco fra Macron e Erdogan. Francia e Turchia vanno allo scontro totale, una spaccatura inaudita all’interno della Nato e dell’Ue, visto che Ankara è un Paese candidato. Il fronte più acceso è quello libico ma di mezzo ci sono anche gas e petrolio.
Gli interessi di Macron ed Erdogan sono incompatibili, e ricalcano le alleanze politiche regionali. Il gigante transalpino Total punta a fare dell’Egitto un grande hub del metano liquefatto. L’idea è far convergere il gas estratto nel Mediterraneo orientale verso due grandi impianti di liquefazione e poi trasportarlo in Europa via nave. La Turchia ha un progetto opposto, realizzare una rete di gasdotti per raccogliere il metano sia dall’Asia centrale che dal Mediterraneo per dirigerlo verso l’Europa.
Come in Libia, Erdogan parte in vantaggio. A dicembre la Turchia e l’Azerbaigian hanno completato il Trans-Anatolian Natural Gas Pipeline (Tanap), un tubo che può trasportare fino a 16 miliardi di metri cubi di metano all’anno. E’ una cifra contenuta, visto che il Vecchio Continente ha importato l’anno scorso solo dalla Russia 176 miliardi di metri cubi. Ma al Tanap si aggiunge il TurkStream, con una capacità di 31 miliardi. L’idea di diventare il centro di smistamento europeo del metano prende corpo, tanto più se le compagnie turche riusciranno a mettere in produzione nei prossimi anni giacimenti al largo di Cipro e in Libia. Nel primo caso le esplorazioni sono cominciate nonostante l’opposizione del governo di Nicosia. L’esecutivo di Tripoli ha invece dato carta bianca all’alleato e approvato concessioni a tempo record.
L’exploit di Erdogan in Libia ha innervosito Macron. Ancora lo scorso dicembre il Quai d’Orsay era convinto che Haftar avrebbe preso Tripoli. Il leader francese era stato il primo a mettere le sue fiche sul maresciallo e si è sentito spiazzato. La scorsa settimana si è sfiorato lo scontro armato quando la fregata Courbet ha cercato di fermare un cargo diretto verso Tripoli ed è stata «illuminata», cioè puntata dai radar che dirigono i missili, da due navi militari turche. Macron ha denunciato i «giochi pericolosi» di Erdogan. Ieri il ministro degli Esteri Le Drian ha chiesto ai partner dell’Ue di discutere dei rapporti con la Turchia, «senza ingenuità». Parigi si sente poco ascoltata a Bruxelles e ha creato un fronte comune con Egitto, Cipro, Grecia, e Israele.
L’alleanza è stata cementata proprio sul gas, con l’EastMed, un tubo di 1900 chilometri e 10 miliardi di metri cubi di capacità, molto costoso, almeno 7 miliardi. Sono coinvolte anche le italiane Eni ed Edison e nel gennaio del 2019 sette Paesi si sono coalizzati per spingere il progetto. Ma difficoltà tecniche e la recessione da coronavirus rischiano di bloccare tutto. Il primo ministro greco Mitsotakis ha compiuto la sua prima missione all’estero dallo scoppio della pandemia proprio a Gerusalemme. Ha ricevuto un supporto tiepido da Netanyahu. Per l’analista Gabriel Mitchell dell’Institute for Regional Foreign Policies, il progetto «è su binario morto». La Francia se n’è resa conto ed è passata al piano B, il gas liquefatto a partire dall’Egitto. Il Cairo già dispone di due grandi impianti, uno a Damietta e uno a Idku.
Il problema è che sono fermi. Damietta, realizzato dall’Eni e con una capacità da 5 miliardi di metri cubi all’anno, non lavora dal 2012. Un tentativo di riavviarlo a giugno è andato a vuoto, e il partner spagnolo Naturgy si è ritirato. Il Cairo però spinge perché in questo momento ha un surplus di gas e vuole esportare. L’Italia è presa in mezzo, come in Libia. Il completamento del Tanap da parte della Turchia favorisce il nostro Tap, che attraversa l’Adriatico e porta il gas in Europa. In Egitto però l’Eni ha sviluppato il più grande giacimento mediterraneo, Zohr. Nello stesso tempo ha enormi asset in Tripolitania, sempre nella sfera di influenza turca. L’ideale sarebbe un compromesso politico. Ma un accordo non è in vista, come conferma l’analista Michaël Tanchum dell’Institute for European and Security Studies che vede una «rivalità franco-turca in crescita», un ulteriore «fattore di instabilità nella regione».