Attualità

La geopolitica del turismo

4 giugno 2020 Servizio ripreso da Emanuele Rossi/formiche Foto: Vacanze in Turchia

ROMA - La pandemia prodotta dal coronavirus SarsCoV-2 ha messo a nudo anche le dinamiche di quella che potremmo chiamare “geopolitica del turismo”, declinazione apparentemente soft della materia, ma che ne preserva i basilari rapporti di forza e le dinamiche espansive.
È il caso della competizione tra Paesi del Mediterraneo sulle riaperture post-virus, e relazioni basate sull’incoming. Su tutti, Grecia e Turchia, rivali geopolitici nella più calda porzione del quadrante, quella orientale – dove sommano nuovi e vecchi fatti d’ordine territoriale, e proiezioni di influenza verso sud (il Nordafrica) o nord (i Balcani), nonché rapporti con attori esterni (la Cina, a cui la Grecia apre, col porto del Pireo, e la Turchia ha competenze per chiudere il bacino, anche per conto americano).
Atene ha comunicato sabato che farà i tamponi per il coronavirus a chiunque arrivi da alcune aree del mondo dal 15 al 30 giugno. Tra le varie zone che vengono considerate contaminate ci sono anche quattro regioni italiane, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto: ai viaggiatori, prima di iniziare la vacanza ellenica, verrà imposto un soggiorno forzato di una notte in alberghi designati. Lì aspetteranno gli esiti del test.
Più a sudest, la Turchia – competitor turistico minoritario per quanto riguarda l’attrattiva balneare, ma più in alto per numero di visite annuali secondo la World Tourism Organization – ha invece deciso di togliere qualsiasi genere di filtro. Apertura completa e totale a chiunque voglia soggiornare nel Paese. E non è solo una questione economica: Ankara ha sfruttato bene gli spazi concessi dalla crisi epidemiologica.
Ha investito nella gestione e nella risposta, ha fornito assistenza a dozzine di altre nazioni (i cargo turchi che portavano mascherine e altro viaggiavano sotto insegne Nato), ha avviato la ricostruzione di relazioni come quella con Israele (e soprattutto quella con gli Stati Uniti), ha proiettato la forza militare sul lato potabile del conflitto libico. Recep Tayyp Erdogan resta il presidente autoritario con tutte le sue problematiche, ma con certe azioni è riuscito ad avviare un maquillage politico-internazionale.
Se al momento il quadrante mediterraneo vede la Turchia come un attore predominante, tutto succede a detrimento di altri. Tant’è che un’alleanza anti-turca è stata annunciata dal Cairo – competitor totale della Turchia, dal gas dell’East Med al turismo, alla visione culturale nel sunnismo che trova scontro feroce sui due lati del conflitto libico. Imbarcati nel gruppo Egitto e Francia – lato nord-occidentale del bacino, che sfida lungo la diagonale quello sud-orientale ottomano – ma anche Grecia e Cipro, Paesi che contendono fette di territorio e di mare con Ankara.
La mossa greca sul turismo è però una concessione ai turchi. Atene ha seguito l’istinto sanitario ma ha perso il contatto con la geopolitica? A giudicare dalla reazione italiana forse. Capofila il governatore del Veneto, Luca Zaia, ormai star internazionale della risposta al virus, quasi indipendente se non fosse per un’affiliazione formale alla Lega, leader tra i più forti nella Penisola. I greci hanno tradito i rapporti culturali con la Serenissima, ha commentato Zaia in una delle sue seguitissime conferenze stampa, accedendo – prima di uscite più forti, del tipo “non ci vedranno più” – a un quadro storico delle relazioni.
Aspetto che svela un mondo di presenze e contaminazioni che non riguarda solo la Grecia, ma anche la Turchia. “La dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi, Venezia, la vende ai turisti, che cercano in mezzo alla gente l’ Europa o l’ Oriente”, cantava Guccini nella canzone dedicata al capoluogo veneto, ed è qui l’incrocio turistico-geopolitico.
“San Giorgio dei Greci come la comunità greca da un lato, dall’altro gli svariati investimenti turchi nel San Clemente Palace di Venezia, destinazione extra lusso ricavata dal monastero omonimo che la Turkish Airlines pubblicizza ricordando i voli giornalieri che portano i turisti all’aeroporto San Marco da tutto il mondo, nel Venezia Terminal Passeggeri tramite la Global Ports Holding”“, spiega a Formiche.net Uberto Andreatta, esperto di fondi sovrani, padovano e conoscitore dell’ambiente politico e business veneto.
Il Qatar è il secondo polo dell’allineamento intra-sunnismo che vorrebbe il rovesciamento degli status quo, partner economico delle imprese militari russe, centro dello sfogo all’interno del Golfo della lotta tra le grandi potenze dell’Islam maggioritario: da un lato Arabia Saudita e partner del GCC (su tutti gli Emirati Arabi, i più agguerriti e indipendenti: vedasi dossier Libia), dall’altro appunto la Turchia col Qatar.
Doha ha una forte penetrazione in Veneto: dal rigassificatore di Porto Viro, al Gritti Palace di Venezia, all’ospedale da campo che è stato fatto arrivare e che Zaia ha prima festeggiato e poi polemizzato per la mancanza di alcuni elementi (che è del tutto probabile che verranno forniti a breve). “Non solo – prosegue Andreatta – c’è anche un link che cerca spazio nel mondo della cultura: il governo Letta stava discutendo con l’emiro Tamim Bin Hamad al Thani la costruzione di un museo dell’arte islamica a Venezia sul Canal Grande, e ricordiamo che il museo di Storia naturale si trova nel Fontego dei Turchi, a testimonianza di come, a fianco di quel collegamento storico con la Grecia che Zaia ricorda, la Serenissima ne abbia anche uno, seppure in forma minore, con quella tradizione storico-cultural-religiosa di cui Ankara e Doha si fanno interpreti. Paradossalmente, proprio quest’ultima tradizione, che pur sconfisse la Serenissima sul piano militare, sembra avere oggi maggior riguardo per Venezia di quanto non ne abbia la Grecia”.
Sul tema saranno da seguire le mosse turche, perché è probabile che parte del dossier mediterraneo passi anche da questa geopolitica del turismo che potrebbe vedere Ankara impegnata a sfruttare il terreno lasciato dalla Grecia – in proiezione verso l’Ascella nord del bacino – per risaldare ulteriormente i rapporti con l’Italia. Qualcosa che non passa inosservato, dopo la partnership nella liberazione della cooperante Silvia Romano e che guarda verso la Libia.