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Le ragioni di Erdogan

domenica 8 marzo 2020 Servizio ripreso da Valeria talbot/ISPI Foto: Il Sussidiario.net

ROMA - Non è la prima volta che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan usa i migranti come strumento di pressione su un’Europa sempre più ripiegata su se stessa, divisa e incapace di definire politiche comuni per la gestione delle crisi ai suoi confini.
Questa volta però Erdogan è passato dalle parole ai fatti, annunciando l’apertura della frontiera con la Grecia verso la quale nel giro di pochi giorni si sarebbero ammassati oltre 130.000 rifugiati, stando alle cifre divulgate dal ministero degli Interni turco, poco più di 30.000, secondo le autorità greche. Tuttavia, al di là delle cifre, se la mossa del presidente turco mette l’Europa di fronte al suo fallimento nella gestione della crisi dei migranti, allo stesso tempo evidenzia le molteplici difficoltà di Ankara, impegnata su più fronti e allo stesso tempo più che mai isolata a livello internazionale.
Tra queste emerge con prepotenza la questione dei rifugiati, non soltanto di quelli già presenti sul suo territorio – circa 4 milioni di cui 3.5 siriani – ma anche e soprattutto dei milioni di sfollati che l’avanzata dell’esercito siriano a Idlib, ultima roccaforte ribelle in Siria che il regime di Damasco col sostegno russo sta cercando a tutti costi di riprendersi, potrebbe spingere in Turchia. Nel Paese è dunque forte il timore per una nuova ondata che Ankara ha dichiarato di non essere in grado di gestire tanto per i costi economici – sarebbero più di 40 i miliardi di dollari che le autorità turche sostengono di avere speso per l’accoglienza ai migranti siriani – quanto per le ricadute sociali. La politica della porta aperta, adottata dal governo turco dopo il 2012 fino alla chiusura della frontiera con la Siria nel 2015, si è infatti rivelata un boomerang sul piano interno dove il malcontento nei confronti dei siriani è cresciuto parallelamente alla crisi economica che ha colpito il paese a partire dalla seconda metà del 2018 e al deterioramento delle condizioni di vita dei cittadini turchi. Secondo un sondaggio condotto da Metropoll ad agosto 2019, un anno dopo lo scoppio della crisi valutaria, il 75% dei turchi disapprovava la politica del Governo, mentre il 34% si è espresso a favore di un ritorno dei rifugiati nel loro Paese.
Il malcontento popolare è apparso evidente con la sconfitta alle amministrative del 2019 quando le grandi città del paese, in primis Ankara e Istanbul, dopo decenni di governo dell’Akp (il Partito giustizia e sviluppo del presidente Erdogan) sono passate all’opposizione. Per riguadagnare consenso il governo ha adottato misure restrittive nei confronti dei rifugiati: i siriani non registrati o non in possesso dei documenti sono stati trasferiti in luoghi indicati dal ministero dell’Interno, mentre quelli residenti a Istanbul (la città con il più alto numero di rifugiati) sono stati costretti a ritornare nelle province di emissione del permesso di ingresso. Inoltre, nel corso del 2019 migliaia di profughi sarebbero volontariamente ritornati nelle “safe zones” della Siria, mentre secondo Human Rights Watch si sarebbe trattato di trasferimenti forzati dalla Turchia in zone non sicure del paese in conflitto.
La creazione di una zona cuscinetto tra Turchia e Siria era stata richiesta da Ankara, ma non sostenuta dalla comunità internazionale, fin dall’inizio della crisi al suo confine meridionale. A partire dall’estate del 2016 la Turchia ha condotto tre interventi militari nel nord della Siria, non solo per impedire la formazione di una fascia territoriale curda controllata dalle Unità di protezione popolare (Ypg) ma anche per favorire il ritorno dei siriani nelle aree occupate dalle forze turche. È stato questo uno degli obiettivi dichiarati dell’operazione Fontana di pace (ottobre 2019) per riportare nel nord della Siria un milione di rifugiati. Operazione complessa, dal risultato tutt’altro che scontato alla luce della resistenza di molti ad andare in aree ancora instabili e diverse da quelle di origine, ma anche dalle implicazioni foriere di ulteriore destabilizzazione per la configurazione demografica di queste aree a maggioranza curda.
Non sorprende che la decisione della Turchia di aprire la frontiera sia arrivata proprio dopo l’uccisione di oltre trenta soldati turchi nei combattimenti di Idlib tra le truppe di Ankara, lì stazionate per monitorare la zona di de-escalation stabilita ad Astana nel 2018, e l’esercito siriano. Erdogan ha cercato di fare leva sui timori europei, utilizzando la carta dei migranti, per ottenere dall’Europa e dalla Nato sostegno a Idlib. Da parte turca sono piovute critiche all’Europa per l'incapacità di condividere gli oneri della questione migranti e di non avere rispettato l’accordo del 2016. Quello che Ankara lamenta in particolare è la mancata liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi nell’area Schengen come contropartita, oltre ai 6 miliardi di euro per l’accoglienza ai rifugiati, nonché il fatto che gli aiuti non vengano erogati direttamente al Governo turco.
Se l’Europa non è intenzionata a farsi coinvolgere nel conflitto siriano, la fragile tregua raggiunta con la Russia a Idlib dimostra ancora una volta come siano altri gli attori che oggi contano negli scenari di crisi nel Mediterraneo allargato e che in Siria la parte forte non sembra essere la Turchia. Mentre a Idlib il problema è solo rinviato, la strategia di pressione turca sembra avere sortito qualche effetto: domani 9 marzo Erdogan è atteso a Bruxelles per ridiscutere i termini dell’accordo di quattro anni fa sui migranti, questione su cui l’Europa appare sempre più ostaggio della Turchia.