Attualità

Putin da Erdogan: arrivare ad un cessate il fuoco

martedì 8 gennaio 2020 Servizio ripreso da Il Fatto Quotidiano Foto: Anadolu Agency

ROMA - Dalle parole ai fatti: la Turchia ha inviato in Libia un primo contingente di 35 soldati a sostegno del governo di Fayez al-Sarraj. E’ il primo segno tangibile dell’egida sotto cui Ankara vuole mettere il Paese nordafricano dilaniato dalla guerra civile.
Tangibile, seppur simbolico: i militari turchi avranno “un ruolo di coordinamento” a supporto di Tripoli – precisa il presidente Recep Tayyip Erdogan in una riunione con il suo partito – e “non combatteranno” e “anche i militari che verranno inviati in seguito non parteciperanno ai combattimenti”. Un’iniziativa partita “su richiesta del Governo di accordo nazionale libico”. I turchi insomma si occuperanno dell’addestramento delle truppe di Sarraj e sotto il profilo del coordinamento “sarà come in Siria“.
Dal punto di vista diplomatico è invece una giornata importante per la Libia. Lo stesso Erdogan ha incontrato il presidente russo Vladimir Putin a Istanbul per discutere tra l’altro proprio della crisi in Libia: Mosca sostiene di fatto il generale Khalifa Haftar, avversario diretto di Sarraj. Erdogan ha denunciato la presenza sul terreno di circa 2.500 mercenari russi del gruppo Wagner, che Mosca ha smentito di nuovo. Ma la notizia più importante uscita dal meeting tra i due capi di Stato è che entrambi hanno chiesto un cessate-il-fuoco dalla mezzanotte del 12 gennaio, come riferito dal ministro degli Esteri di Ankara, Mevlut Cavusoglu. “Una pace solida e stabile in Libia può essere raggiunta solo mediante un processo politico condotto ed effettuato dai libici e basato su un dialogo franco e inclusivo fra loro”, hanno detto i due leader in una dichiarazione congiunta, aggiungendo che “scommettere su una soluzione militare del conflitto porterebbe solo a ulteriori sofferenze e renderebbe più profondi i dissidi fra i libici”.
Nel frattempo il primo ministro libico Fayez al Sarraj è volato a Bruxelles per incontrare i vertici delle istituzioni europee, tra cui l’Alto rappresentante per la politica estera dell’UE, Josep Borrell, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e il presidente del Parlamento europeo David Sassoli. “La situazione in Libia è molto pericolosa” ha detto Borell. “L’uso delle armi deve essere fermato ora per lasciare spazio al dialogo”, aveva detto in mattinata la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, dopo la riunione con i commissari proprio per le crisi in Iraq, Iran e Libia.
Al termine del meeting, al-Sarraj ha però voluto ribadire quali siano le necessità del Governo di Accordo Nazionale: “Abbiamo il diritto di concludere trattati e convenzioni con chi vogliamo – ha detto – Lo abbiamo fatto in trasparenza. Non abbiamo raccolto mercenari, né combattenti del Sudan o del Ciad. Siamo determinati a proteggerci e nessuno ci leverà questo diritto”. Sarraj ha poi definito “molto produttive” le discussioni con i “responsabili europei”. “Non vogliamo – ha concluso – che la Libia divenga un terreno di scontro, di guerre per procura. Vogliamo che l’aggressore fermi i suoi attacchi contro il governo legittimo libico, riconosciuto a livello globale. Questo governo è legittimo e può fare appello agli alleati e alle altre parti per difendersi”.
Al Corriere della Sera il vicepresidente della Commissione Frans Timmermans ha sottolineato che “la situazione in Libia dev’essere una priorità assoluta per l’Ue, non solo per le migrazioni. Con la sua esperienza e i suoi contatti, penso a una personalità come l’ex ministro Minniti, il governo italiano ha la possibilità di costruire insieme a Borrell e alla Commissione una politica europea ragionevole e importante che eviti l’escalation”.
“L’Ue non può restare immobile, l’UE non può mostrarsi divisa ma deve parlare con una sola voce” scrive su Facebook il ministro degli Esteri Luigi Di Maio che si trova al Cairo dove parteciperà a un vertice sulla Libia, prima di volare in Tunisia e Algeria. Il ministro smentisce la rinascita della missione Sophia: “Pensiamo invece che servano misure serie per attivare e soprattutto far rispettare un embargo complessivo via terra, via aerea e via mare nel Mediterraneo. Bisogna smetterla di vendere armi, bisogna fermare ogni interferenza esterna in Libia”. Un passaggio su cui risponde l’ex ministra della Difesa Roberta Pinotti: “La missione Sophia – twitta – aveva tra i suoi compiti anche controllo embargo delle armi verso la Libia”.
Alla Stampa aveva parlato oggi l’ex ministro degli Interni Marco Minniti, esponente del Pd protagonista nel governo Gentiloni delle trattative con i vari schieramenti dello Stato libico, ruolo che gli ha attirato critiche dal suo stesso partito. La crisi libica – dice Minniti – rappresenta l’ultima chance per l’Ue, che deve “remare da una parte sola e parlare con una sola voce”, e creare una forza di pace per fermare la Russia e la Turchia in Maghreb, perché “l’ipotesi di una spartizione della Libia in zone di influenza sarebbe uno scacco drammatico” anche perché ci si potrebbe trovare “in una condizione in cui il Mediterraneo orientale e centrale, ovvero casa nostra, diventi l’epicentro di una crisi dove si giocano i destini di sicurezza del mondo intero“, avverte Minniti.
“Nei mesi scorsi – continua – l’Italia ha perso l’iniziativa politica in Libia e temo che non sia possibile ricostruire il ruolo che avevamo nel passato. Adesso bisogna cambiare passo, il tema da porre non è più il ruolo dell’Italia ma quello dell’Europa nel suo insieme”, afferma Minniti, secondo cui la responsabilità principale della perdita di terreno “è di chi ha utilizzato il tema dell’immigrazione come punto di consenso interno e come leva per una rottura all’interno dell’Ue”. E’ facile riconoscere il leader della Lega Matteo Salvini. “Il rischio adesso è di perdere definitivamente la Libia e questa sarebbe una vera tragedia”, prosegue Minniti, perché nell’area “si giocano tre partite fondamentali. La prima, quella del governo dei flussi migratori: potremmo trovarci presto di fronte a una drammatica emergenza migratoria se sono vere le stime di 350mila sfollati libici“. La seconda partita è “la questione energetica: la crisi iraniana sommata a quella libica potrebbero generare uno shock energetico pari a quello dei primi anni Settanta“. La terza è “la questione della lotta al terrorismo“.