Attualità

Prove di pace tra gli Stati Uniti e la Turchia

14 novembre 2019 Stefano Graziosi/Panorama Foto: Panorama

WASHINGTON - Tentativi di distensione tra Stati Uniti e Turchia. Ieri, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, è stato ricevuto alla Casa Bianca da Donald Trump. I due hanno tenuto una conferenza stampa, in cui hanno mostrato una certa sintonia.
La visita di Erdogan a Washington aveva suscitato forti polemiche politiche. Deputati e senatori di entrambi i partiti avevano chiesto al presidente di annullare l’invito, mostrando aperta ostilità nei confronti del Sultano. L’invasione del Nordest siriano da parte di Ankara aveva determinato la netta condanna di svariati esponenti repubblicani (a partire dal senatore del South Carolina, Lindsey Graham), mentre – la settimana scorsa – la Camera dei Rappresentanti (controllata dai democratici) aveva approvato a larga maggioranza una risoluzione per riconoscere il genocidio armeno: un elemento che ha irritato non poco Erdogan, il quale – a tal proposito – ieri ha parlato di “ombra profonda” sulle relazioni tra Washington e Ankara. Proprio per cercare di stemperare almeno in parte queste tensioni, Trump – qualche ora prima della conferenza stampa di ieri – aveva invitato alcuni senatori repubblicani ad un incontro con il leader turco. Al centro di questa riunione si era trattato prevalentemente dei legami della Turchia con la Russia e del destino dei curdi in Siria. Un tema, quest’ultimo, evidenziato soprattutto dal senatore texano, Ted Cruz. Non è chiaro se – sotto questo punto di vista – si siano registrati dei progressi nel miglioramento dei rapporti. Sembra comunque che Erdogan abbia fermamente ribadito le sue notorie posizioni: soprattutto sulla questione curda.
Più in generale, il vertice tra il Sultano e Trump segna innanzitutto l’ufficializzazione di una distensione nei rapporti tra il presidente americano e il leader turco: rapporti che si sono sempre rivelati piuttosto altalenanti e che – nell’estate del 2018 – avevano toccato il loro punto più basso, nel pieno della crisi diplomatica scoppiata per Andrew Brunson (cittadino americano all’epoca detenuto in Turchia). Soprattutto negli ultimi mesi, Trump ha tuttavia mostrato la volontà di ricucire con il proprio omologo turco. E questo principalmente per due ragioni. In primo luogo, troviamo la questione siriana. Non è un mistero che l’inquilino della Casa Bianca desideri attuare un deciso disimpegno militare da quella regione. Un disimpegno che consenta a Washington un notevole risparmio di risorse e garantisca – al contempo – il mantenimento di una promessa elettorale: quella di porre un freno alle “guerre senza fine” condotte dagli Stati Uniti in giro per il mondo (a partire dal Medio Oriente). In questo senso, l’operazione militare “Fonte di Pace” e la conseguente convergenza tra Erdogan e Putin sul fronte siriano hanno rappresentato un elemento fondamentale per Trump, che ha avuto modo così di intraprendere il proprio disimpegno militare, garantendo al contempo la negoziazione di un cessate il fuoco. La situazione resta indubbiamente delicata e può deragliare da un momento all’altro. Ma è su questo difficile equilibrio che Trump punta per ridurre il proprio impegno in Siria e tenere simultaneamente a freno i falchi di Washington. In secondo luogo, l’altro obiettivo del presidente americano è quello di coinvolgere il Sultano nella sua strategia di contrasto all’Islam politico: una strategia a cui già partecipano Arabia Saudita ed Egitto. E a cui Trump vorrebbe ora aggiungere anche la Turchia. È ancora troppo presto per capire se si verificherà un autentico cambio di atteggiamento. Non dimentichiamo, del resto, che Ankara abbia negli anni mantenuto una linea molto ambigua nei confronti dell’Isis e che – tra l’altro – figuri tra i principali finanziatori della Fratellanza Musulmana: organizzazione che – alcuni mesi fa – Washington ha annunciato di voler inserire nella lista delle sigle terroristiche. E’ tra l’altro proprio la vicinanza del Sultano ai Fratelli Musulmani ha costituire un deciso punto di attrito nelle sue relazioni con Riad e con Il Cairo.
Sullo sfondo, ovviamente resta la spinosa questione degli S-400. Una questione che, più che Trump, preoccupa soprattutto il Pentagono e i vertici dell’Alleanza Atlantica. È d’altronde indubbio che – dal 2017 – la Turchia abbia attuato un percorso di progressivo avvicinamento alla Russia, sul fronte economico, geopolitico e militare. E questo nonostante si tratti di un Paese membro della Nato. A tal proposito, si è assistito a un atteggiamento bizzarro da parte di alcuni settori dell’establishment americano. Un establishment che – se ai tempi della crisi di Brunson rimproverava un’eccessiva durezza a Trump nell’atteggiamento verso Ankara – oggi accusa invece il presidente americano di troppa arrendevolezza, soprattutto sul dossier siriano. Il dilemma in cui sono piombate le alte sfere di Washington è comunque abbastanza evidente. Se gli Stati Uniti assumono una postura troppo aggressiva sulla Siria, spingono sempre più Ankara tra le braccia di Putin. Se invece ammorbidiscono i toni con Erdogan, i curdi restano isolati: il che – da un punto di vista strategico – indebolisce l’influenza di Washington sullo scacchiere siriano. Insomma, l’establishment riscontra oggettive difficoltà nel puntare contemporaneamente a mantenere l’influenza americana in Siria e il Sultano lontano dall’orbita di Putin. Trump, sotto questo aspetto, ha – per così dire – un problema in meno, perché – giusto o sbagliato che sia – il suo obiettivo è – come si diceva – lasciare che del dossier siriano si occupino prevalentemente Russia e Turchia. Per questo, il vertice di ieri potrebbe rivelarsi un passo fondamentale nel tentativo, più generale, di ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente.