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Siria: l'unico vincitore è Vladimir Putin

martedì 16 ottobre 2019 Servizio ripreso da Ugo Tramballi/Il Sole 24 Ore Foto: Guelf News

ROMA - Chiamatelo Bismarck o, dato il teatro d'azione, Putin d'Arabia. Ma è evidente che nella grande nuova incertezza provocata dal ritiro americano e dall'offensiva turca in Siria, una cosa sia chiara: al momento il vero vincitore sul grande caos mediorientale è il presidente russo.
I turchi sanno come hanno iniziato questa nuova avventura dalle ambizioni ottomane; ora incominciano a dubitare di sapere come la finiranno.
Gli americani escono da un conflitto al quale non sono più interessati. Legittimamente, hanno il diritto di stabilire quali regioni del mondo contribuiscano a definire il loro interesse nazionale. Ma il modo col quale Donald Trump ha ordinato il ritiro renderà per molto tempo gli Stati Uniti una potenza inaffidabile anche nelle regioni del mondo che restano fondamentali: sarà difficile che coreani del Sud e giapponesi si sentiranno tranquilli quando Trump riprenderà la trattativa nucleare con la Corea del Nord.
Ma è la Russia che consente al siriano Bashar Assad di lanciare le sue truppe alla riconquista del Nord della Siria; è ancora la Russia che contemporaneamente ha il potere di trattare con Recep Erdogan, consigliandogli moderazione e offrendogli in cambio cose concrete. Mosca è un fornitore militare netto della Turchia: vende a un paese della Nato (quello turco è il secondo esercito più grande dell'Alleanza atlantica dopo l'americano), un sistema missilistico fatto per abbattere aerei della Nato. Ora le truppe russe pattugliano il confine tra Turchia e Siria, confermando l’influenza di Mosca dopo l’addio degli Usa.
Non è difficile avere un tale successo quando alla Casa Bianca c'è un presidente così inadeguato: forse anche connivente, ripensando ai sospetti del Russiagate. Ma da molto prima che sulla scena arrivasse Donald Trump con la sua confusa e dilettantesca idea del mondo, la diplomazia russa dava dei punti a quella americana. Fra Teheran e Riyad, Washington parla solo con la seconda: Mosca con entrambe. Il ministro degli Esteri Lavrov tratta con Israele, Hamas ed Hezbollah: democratico o repubblicano, se il segretario di Stato americano tentasse di contattare le ultime due organizzazioni, perderebbe il posto.
Putin era il protettore del regime siriano e ora è anche il nuovo salvatore dei curdi. Non è solo una questione di revanscismo da grande potenza, per un paese che nei numeri economici non può competere con l'America né la Cina. Diversamente dagli Stati Uniti, la Russia è geograficamente molto vicina al Medio Oriente. Il Levante mediterraneo, il Crescente Fertile, Mar Nero, Dardanelli, Tigri, Eufrate e Golfo sono essenziali per la sicurezza russa.
Ma per Putin, il suo ministro degli Esteri Lavrov e i suoi generali, d'ora in poi diventerà sempre più difficile mantenere il passo da marcia trionfale. Negli anni Settanta anche gli americani furono trattati dagli arabi come dei liberatori: già braccato dal Watergate, Richard Nixon in visita al Cairo fu portato in trionfo dagli egiziani. Ora tocca alla Russia non deludere le troppe aspettative e navigare sopra le sabbiose complessità della regione.
Per evitare una guerra che ne comprometterebbe l'immagine, Putin deve convincere Erdogan a fermare la sua offensiva; dovrà diventare il mediatore fra sauditi e iraniani; dovrà cercare di mantenere la sua amicizia con Bibi Netanyahu e gli israeliani di origine russa, e contemporaneamente coltivare l'alleanza strategica con l'Iran e il regime siriano.
La storia insegna che in Medio Oriente è sempre effimero il successo di chi viene da fuori per occupare un ruolo lasciato da altri. Quando si apre un vuoto, più prima che dopo quello spazio viene occupato: è una legge di natura e geopolitica. Riempirlo non è mai un'operazione facile.