Attualità

Dollari e sultani, militari spariti nel nulla

14 maggio 2019 Servizio ripreso da Gino Lanzara/Difesa Online Foto: Difesa Online

ISTANBUL - Parliamo di Turchia, senz’altro, ma vi chiediamo un atto di fede laica, di associarvi Giambattista Vico, i suoi corsi e ricorsi storici, le sue età degli dei, degli eroi, degli uomini, il senso non casuale e regolamentato di cicli.
La Turchia è un Paese difficile; prima interprete di un’era divina ed erede di fasti e potenza imperiali, ha vissuto poi la rivoluzione kemalista, il successivo tempo degli eroi che, relegato l’aspetto religioso in secondo piano, ha esaltato laicità e statalismo ma senza fare i conti sia con una radicata tradizione plurisecolare, sia con le conseguenze della sua stessa politica, generatrice di un’inevitabile frattura tra zone geografiche rurali ed aree più progredite.
Ataturk, ovvero laicità, Stato, e soprattutto l’economia, che ha giocato sempre un ruolo capitale nella storia turca: Guerra Fredda, adesione alla Dottrina Truman ed alla Nato, consentirono di far affluire, tra il 1947 ed il 1970, circa 3 miliardi di dollari utili sia a mantenere in efficienza il secondo esercito dell’Alleanza, sia ad agevolare la nascita del settore privato dell’economia, funzionale allo sviluppo industriale del Paese.
Ismet Inonu, sodale e successore di Ataturk, favorì una liberalizzazione economica controtendente allo statalismo kemalista ed una maggiore libertà di espressione, poi divenuta libertà politica.
Qui è necessario ricordare alcuni punti cardine: primo, la nascita del Partito Democratico, filiazione dal Partito Repubblicano del Popolo, che si indirizzò da subito a limitare l’intervento dello Stato su società, economia ed impresa privata; secondo, il presidente della Repubblica Celal Bayar ed il primo ministro Adnan Menderes (foto, copertina Time), artefici del cosiddetto decennio democratico, tra 1950 e 1960 e, soprattutto, non provenienti dalle fila dell’Esercito.
Uomini nuovi? Sì, sicuramente in chiave riformatrice del kemalismo, cui contrapposero un revival religioso che, con il miglioramento delle condizioni di vita nelle campagne, consolidò la presa sulle masse.
Storia a lieto fine? No. L’import di materie prime, macchinari e beni di consumo aggravò la situazione della bilancia dei pagamenti con l’estero, cui si aggiunse una siccità tale da mettere in ginocchio l’agricoltura; solito copione: repressione, censura, ritorno sulla scena dell’Esercito, che prese però le difese del vecchio presidente Inonu.
Nel 1960, con una crisi economica devastante ed un Partito Democratico sempre più autoritario, le Forze Armate si proclamarono di fatto custodi dell’eredità kemalista, e non salvatrici della Patria come nel resto del MO, presero il controllo di Istanbul ed Ankara arrestando il presidente Bayar ed il primo ministro Menderes, poi giustiziato. I militari, attratti dalle suggestioni occidentali, consentirono lo sviluppo di un multipartitismo, anche se sotto tutela, che tuttavia non impedì esecuzioni e centinaia di processi.
Era arrivata l’età degli uomini, che vide il sorgere travagliato di una nuova Turchia, percorsa da crisi e problemi costanti, e con l’entrata in scena di nuove elites, rappresentate dal primo ministro Demirel, insieme agli attori politici di sempre. L’economia negli anni è rimasta il tallone di Achille, legata ad una pervasiva presenza statale, e ad una dipendenza dall’estero per materie prime e petrolio. Accanto ai limiti strutturali, si aggiunse un incremento demografico che spinse la popolazione agricola a spostarsi nei grandi centri urbani ed all’estero.
Alla fine degli anni ’60 si ripeté lo spettacolo già visto: recessione economica ed instabilità ricondussero i militari a calcare le scene, con l’imposizione di un governo condizionato da un memorandum dettato dalle Forze Armate. L’emergenza economica continuò ad imperversare, aggravata dallo shock petrolifero del 1973 che peggiorò lo stato debitorio della bilancia dei pagamenti vincolata al dollaro.
1980: ennesimo colpo di Stato militare (foto) con le consuete epurazioni; fine anni ’80: nuova violenta crisi economica, nuova instabilità politica, ed emersione dell’influenza crescente di un Islam politico non ufficiale. Colpi di Stato, processi ed epurazioni, recessioni economiche: quale sarà il prossimo ciclico ricorso storico turco?
Nel 2014 Erdoðan rese chiara l’intenzione di voler rinnovare il ciclo storico divino, intendendo ricongiungersi idealmente a quella soggettività politica a suo tempo interpretata dal Sultanato Ottomano, e dove il termine Califfo assume una rilevanza decisiva in quanto vicario del Profeta alla guida spirituale della Umma. Tuttavia, specialmente in campo economico, le dinamiche sottese a mercati e politica non hanno alcuna cura di ideologie e fedi, e presentano regolarmente il conto, che si sia eroi o meno. La crisi economica che ha cominciato ad attanagliare Ankara dall’estate scorsa, malgrado i propositi presidenziali, non ha allentato la sua presa, e si è associata alle elezioni amministrative del marzo scorso, dove l’Akp di Erdoðan ha ceduto all’Alleanza Nazionale, formata da Partito Popolare Repubblicano (CHP) e dal Partito Buono (IYI), Ankara, Istanbul, Smirne, Antalya, Adana e Mersin, ovvero centri strategicamente rilevanti dal punto di vista socio – economico.
Malgrado a livello nazionale l’Akp abbia conservato maggioranza dei suffragi (45%) e primato politico, le sconfitte rimangono significative e pesanti, anche e soprattutto alla luce del ricorso presentato da Binali Yildirim, e dal verdetto della Commissione Elettorale Suprema, che ha imposto la ripetizione delle consultazioni nella città di Istanbul, centro rappresentativo delle dinamiche e delle clientele politiche nazionali.
Le elezioni hanno dato sfogo al malessere connesso all’ulteriore peggioramento dell’economia condizionata da inflazione, svalutazione monetaria e riduzione degli investimenti infrastrutturali, per i quali non sembra possibile ricorrere al consueto aumento della spesa pubblica.
Dopo una crescita probabilmente drogata che poggiava su fondamenta instabili, la Turchia è caduta nuovamente in recessione, con una contrazione del PIL nell’ultimo trimestre del 2018 del 2,4% rispetto al trimestre precedente, a sua volta concluso con una diminuzione recessiva dell’1,6 per cento, al di sotto dell’obiettivo di crescita governativo. Ancor più preoccupante è il calo dei consumi privati, al centro della strategia governativa che, nel corso degli ultimi anni, ha sempre favorito misure e prestiti pubblici a condizioni particolarmente vantaggiose per imprese private, famiglie e fasce sociali più povere, alla base del suo elettorato; l’altro dato significativo è costituito dal reddito pro capite, tornato sotto la soglia dei diecimila dollari. Tutti questi indicatori si sono riflessi sulla lira, svalutatasi del 30% nel corso del 2018 rispetto al dollaro americano.
Anche l’attrito tra Erdoðan e la Banca Centrale non è una novità, data la precisa volontà di contenere i tassi di interesse, ed il tentativo di condizionare la politica monetaria di un’istituzione le cui decisioni si sono rivelate le più avvedute, riuscendo a contenere temporaneamente l’inflazione grazie all’aumento dei tassi ed alla contrazione del deficit commerciale; anche i finanziamenti stranieri sono diminuiti (3,6%), con un’ingente fuga di capitali esteri non inferiore ai 20 miliardi di dollari nel secondo semestre 2018.
Malgrado i sostenitori dell’Akp imputino la responsabilità della crisi principalmente agli Usa, gli ultimi esiti elettorali hanno evidenziato un diffuso malcontento che si è tradotto in un calo di consensi come già accaduto dopo la crisi finanziaria del 2009. Anche senza l'effetto dei dazi Usa, le difficoltà rimangono molte e connesse alla convinzione che le società turche non siano in grado di ripagare i loro debiti, nonostante in precedenza Erdoðan avesse pubblicamente invocato sia il giudizio divino, sia più prosaicamente il cambio in moneta locale di tutta la valuta estera circolante nel Paese. Insomma, l’inizio dell’ennesima tempesta perfetta recessiva, con l’aumento di inflazione e disoccupazione, malgrado i poteri eccezionali attribuiti dall’Assemblea Nazionale al presidente, e nonostante l’outlook economico turco apparisse dopo l’estate meno drammatico a seguito del rilascio del Pastore Brunson, causa del contendere con gli USA, dopo la gestione politica dell’omicidio Khashoggi, e successivamente al ribasso dei prezzi petroliferi con la temporanea esenzione americana dall’embargo a carico iraniano. Ma la momentanea deflazione è passata per una contrazione economica con la flessione del comparto costruzioni, da sempre al fianco di Erdoðan, artefice di una politica monetaria espansiva in grado di consentire indebitamenti a basso costo per investire e rifinanziarsi.
Ricapitoliamo: la Turchia è sull’orlo di una crisi finanziaria, specie dopo il crollo del 30% della Lira ed il rialzo dei rendimenti di titoli di stato ed obbligazionari. Sia le sanzioni economiche Usa contro esponenti governativi turchi, sia le politiche economiche dell’esecutivo hanno intimorito i mercati; il consolidamento del dollaro e l'aumento dei tassi d'interesse hanno reso difficile la sopravvivenza dei mercati emergenti più deboli.
Il Wall Street Journal ha individuato sette punti fondamentali della crisi turca: la caduta libera della Lira, il rinnovato aumento dell’inflazione dovuta al costo delle importazioni, l’impennata degli oneri finanziari correlati ai rendimenti obbligazionari, il disavanzo delle partite correnti dovuto allo sbilanciamento tra import ed export, l’incidenza dei debiti esteri difficilmente ripianabili a fronte della debolezza valutaria, la crescita delle sofferenze legata alla possibile insolvenza dei debitori, la dipendenza dal petrolio da saldare in dollari, fattore che ha prosciugato le riserve turche di valuta estera; inoltre, non si può escludere che un eventuale peggioramento della crisi economico-politica, con il timore di un’ulteriore perdita di consensi, possa inasprire le tensioni interne all’AKP in previsione della lotta di successione ad Erdoðan, già colpito dall’inaspettato esito elettorale di Istanbul, piazza dall’alto valore simbolico e cuore economico e finanziario del Paese.
Il ricorso presentato dall’Akp deve dunque essere esaminato alla luce della possibilità dell’apertura di una nuova fase di contrapposizione politica e di incertezza economica da qui alla scadenza del 23 giugno; se è vero che Istanbul ha assunto questa importanza capitale, è necessario vedere quale sarà il prezzo che Erdoðan sarà disposto a pagare, data la molteplicità delle variabili ed un risultato finale che non sembra così scontato.
Mentre Istanbul rimane in sospeso, ad Ankara ci si chiede se esista ancora un margine valutario per difendere la moneta con un effettivo controllo da parte della Banca Centrale. Della situazione si era già avveduta la Abn-Amro agli inizi di maggio, con la certificazione di un livello di risorse relativamente basso, e l’assenza di cuscinetti valutari come gli swap1 sensibili a qualsiasi imprevisto, ad esempio un qualsiasi ulteriore attrito con gli Usa.
La Lira sta comunque continuando a perdere terreno nei confronti del dollaro malgrado le risorse bruciate dalla Banca Centrale, con un aumento significativo (28%) della probabilità di default economico – finanziario, e con i titoli decennali di Stato attestati sull’elevato rendimento del 20%. La Turchia, in questo momento, costituisce inoltre il principale bacino di export europeo ma anche il più forte fattore di debolezza per l’economia tedesca, stanti gli alti livelli di esposizione ed interscambio commerciale, una situazione che penalizza a cascata la UE, per la cui difesa non è irreale presupporre un intervento da parte della Bce.
La decisione presa dalla Commissione elettorale getta delle ombre sull’indipendenza del suo operato ma, al di là di questo, ripropone dinamiche che, in qualche modo, continuano ad essere persistenti. I problemi sono diversi: le forme politiche impositive in Turchia non sono nuove, e basterebbe verificare la durata degli spazi elettorali riservati all’Akp ed alle opposizioni; inoltre rimane da verificare quale livello di scontro abbia raggiunto la competizione politica interna al partito di maggioranza, retto e formato da un uomo che ha di fatto accantonato il laicismo kemaliano per inseguire i fasti di un impero che, già prima della sua fine ufficiale, mostrava evidenti segni di cedimento.
I militari, in questo contesto, dopo il colpo di stato del 2016, sono ancora i custodi dell’eredità politica di Ataturk? In quale misura? E, non da ultimo, quale sarà la politica europea, così immobile e poco partecipe nel corso di questi anni, alla luce delle prossime elezioni? Dando per scontato che gli dei siano altrimenti impegnati, e che di eroi non ce ne siano davvero più, non rimangono che gli uomini, di fatto incapaci di prove di effettivo valore.