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Tre grandi città sotto stretta osservazione

mercoledì 29 marzo 2019 Servizio ripreso da Fazila Mat/Osservatorio Balcan Foto: Osservatorio Balcani e Caucaso Sadik Gulec/

ISTANBUL - La crisi economica che ha colpito il paese nell’ultimo anno è l’elemento che domina la campagna elettorale per le amministrative in Turchia, previste per domenica 31 marzo. L’aumento vertiginoso del prezzo dei generi alimentari e l’inflazione al 20% potrebbero causare spostamenti di preferenze, come sembrano suggerire alcuni sondaggi.
Tuttavia gli effetti della crisi sono stati finora mitigati dalle “misure tampone” messe in campo dall’esecutivo, come i punti vendita improvvisati delle municipalità di Ankara e Istanbul per la distribuzione di verdura a prezzi calmierati. 
Secondo alcuni esperti però, tra cui il politologo Ersin Kalaycýoðlu, nemmeno il crescente tasso di disoccupazione  - attualmente intorno all’11% - influirà sulle scelte elettorali dei cittadini turchi.
Diversi osservatori ricordano che l’ascesa al potere del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) è seguita proprio ad un’altra forte crisi economica (nel 2001) e che la scalata politica del presidente Recep Tayyip Erdoðan era iniziata nel lontano 1994 proprio come sindaco di Istanbul.
“All’epoca Erdoðan faceva parte del Partito del benessere (RP), che nel contesto travagliato del sud/est turco, segnato da esecuzioni extragiudiziarie, assassini di uomini d'affari curdi e il dibattito sullo stato profondo, si era presentato come il ‘partito del cambiamento’”, spiega a Obct Fatih Polat, direttore del quotidiano turco “Evrensel”.
Nelle consultazioni del 1994, il RP era riuscito a far eleggere propri rappresentanti in una ventina di comuni delle regioni a maggioranza curda, incluso il capoluogo Diyarbakýr, proprio perché proponeva una politica diversa. “Dopo tutti questi anni, siamo di fronte ad un’altra tornata elettorale altrettanto importante a livello locale. Oggi, però, è il presidente Erdoðan a cercare di mantenere lo status quo. E per questo cerca l’alleanza con il Partito di azione nazionalista (Mhp)”, prosegue Polat.
Così come per le elezioni presidenziali e legislative dell’anno scorso, anche in questa tornata l’Akp e il Mhp di Devlet Bahçeli hanno formato una coalizione. “L’Akp, dopo le elezioni del giugno 2015, non ha più i numeri per governare da solo ed ha bisogno del supporto del Mhp. A sua volta, il partito nazionalista, per prendere in gestione alcune città come Adana o Mersin - dove ha una base forte ma non sufficiente ad avere la maggioranza - ha bisogno dell’appoggio dell’Akp. Oggi il destino politico dei due partiti è intrecciato”, commenta il direttore.
Ottenere la maggioranza è fondamentale, soprattutto nelle grandi città come Istanbul, Ankara e Izmir dove amministrare la città significa anche gestirne gli ingenti budget. “Quando parliamo di elezioni locali, in verità stiamo parlando di grandi profitti”, afferma Polat. “Le grandi città funzionano come delle imprese commerciali. Le municipalità ricavano i propri introiti da diverse fonti, che vanno dalla tassa sui rifiuti al trasporto pubblico. Ricevono inoltre fondi dell’Unione europea e del governo. Tutto questo si riflette sugli appalti e sulle società a cui questi vengono assegnati”, aggiunge il giornalista.
Tutto ciò avviene spesso con modalità poco trasparenti e gli ultimi rapporti della Corte dei conti hanno evidenziato come diverse amministrazioni fanno un uso improprio del proprio budget,  assegnando fondi comunali a fondazioni, associazioni, cooperative, organizzazioni professionali, spesso non rispettando le regolari procedure di assegnazione di appalti. Cambiare amministrazione potrebbe quindi equivalere a far saltare questo tipo di economia clientelare.
Ad Izmir, da sempre roccaforte del Partito repubblicano del popolo (Chp), il candidato Chp Tunç Soyer è dato in netto vantaggio rispetto al rivale Nihat Zeybekçi (ex ministro dell’Economia in quota Akp) e nemmeno questa volta sono attese sorprese.
Diverso è il discorso per Istanbul e Ankara. Entrambe le città sono amministrate da rappresentanti dell’Akp (prima RP) fin dal 1994. Nel 2017, nel pieno del periodo di purghe e rimpasti seguiti al tentato golpe del 2016, il presidente Erdoðan ha “chiesto” ai sindaci storici delle due città - rispettivamente Kadir Topbaþ e Melih Gökçek - di dimettersi. Ed è sempre in queste città che qualcosa ora potrebbe cambiare.
Ad Istanbul l’alleanza Akp-Mhp ha proposto la candidatura dell’ex premier Binali Yýldýrým (2016-2018). Compagno di lunga data di Erdoðan, nonché ex ministro dei Trasporti ed ex presidente della camera, è anche noto per aver avviato assieme ai figli un processo contro la giornalista Pelin Ünker, autrice di articoli sulle società offshore della famiglia Yýldýrým, nell’ambito dell’inchiesta “Paradise Papers”.
A sfidare l’ex premier c’è Ekrem Ýmamoðlu, candidato del Chp e sostenuto dallo ÝYÝ Parti della leader Meral Akþener. Nome poco noto fino alla candidatura, Ýmamoðlu si presenta come un mediatore, una figura intesa ad attirare il consenso di diverse fette dell’elettorato di centro-destra. Un approccio, il suo, reso evidente nella visita realizzata al palazzo presidenziale di Erdoðan “per chiedergli di votare per lui”. E sebbene Yýldýrým venga dato per favorito dai sondaggi, la differenza tra i due sarebbe di pochi punti percentuali.
La vera partita si gioca ad Ankara, dove Mansur Yavaþ, candidato del kemalista Chp e sostenuto da ÝYÝ Parti, gode di una certa popolarità nella capitale. Già sindaco di una circoscrizione nella periferia della città, Yavaþ ha fama di essere un politico onesto, mentre il passato tra le fila del MHP lo rende un candidato appetibile anche per l’elettorato di destra. Il candidato del blocco Akp-Mhp, Mehmet Özhaseki, ex sindaco Akp di Kayseri, è oggi vice-presidente responsabile dei governi locali dell’attuale esecutivo. Ma a guidare la campagna è soprattutto Erdoðan, che assieme all’alleato Bahçeli, ha realizzato finora almeno dieci comizi nella capitale. Il presidente è costantemente presente sui principali canali televisivi, mentre gli spazi dedicati agli oppositori sono risicati o completamente assenti.
Secondo la maggior parte dei sondaggi Yavaþ risulta il candidato favorito ad Ankara. Ma nelle ultime settimane il politico è stato bersagliato da diverse accuse. Denunciato per frode, falsificazione ed estorsione da una persona con cui in passato aveva avuto legami di affari, Yavaþ ha risposto in conferenza stampa negando le accuse e criticando i metodi poco etici dei suoi avversari politici nel tentare di eliminarlo dalla corsa. Commentando le accuse, Erdoðan ha invece affermato che “se Yavaþ verrà eletto, le imputazioni a suo carico saranno presentate al popolo. E allora, non sarà soltanto lui a pagare un caro prezzo, ma lo farà pagare anche ai cittadini di Ankara”.
L’opposizione capeggiata dalla coalizione Chp-ÝYÝ Parti viene pesantemente attaccata da Erdoðan e dai suoi uomini: le accuse più frequenti sono quelle di “terrorismo”, “alleanza segreta con il Pkk” o frode, alternate a minacce di denunce e pene detentive.
Ancora una volta, sarà fondamentale il voto degli elettori del Partito democratico dei popoli (HDP), che resta il terzo partito in parlamento nonostante dieci dei suoi deputati siano attualmente in carcere. L’Hdp, partito filo-curdo e di sinistra, ha deciso di non presentare candidati propri nelle tre grandi città (Istanbul, Ankara e Izmir) annunciando che lavorerà  “affinché i voti vadano ai candidati indicati dalle forze democratiche”. Un primo obiettivo dichiarato dal partito è quello di ottenere la maggioranza nei comuni dove ha dimostrato una buona performance nelle ultime legislative.
Il secondo obiettivo è riprendere le municipalità commissariate “per attività terroristiche” dopo il tentato golpe del luglio 2016. Si tratta di 94 comuni - su complessivi 102 governati dal Partito delle regioni democratiche (Dbp), piede locale dell’Hdp - collocati nella zona sudorientale del paese. In seguito ai commissariamenti, sessantotto sindaci del partito sono stati arrestati, inclusa la ex prima cittadina di Diyarbakýr, Gültan Kýþanak. Il presidente turco ha tuttavia annunciato altri commissariamenti “se tra i vincitori delle elezioni ci dovessero essere persone coinvolte in attività terroristiche”.