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A Sochis sul tavolo c'è il futuro della Siria

martedì 13 febbraio 2019 Servizio ripreso da Eugenio Dacrema/Ispi Foto: Ispi

ROMA - L'incontro di Sochi sulla Siria di domani 14 febbraio, che vedrà la partecipazione di Russia, Turchia e Iran, potrebbe rivelarsi una data cruciale per diverse ragioni.
Alcune di queste hanno a che fare con eventi contingenti, ovvero la recente accelerazione subita dai due principali fronti del conflitto siriano rimasti aperti – il nord-est curdo e la regione di Idlib – in seguito all’annunciato ritiro delle truppe americane. Altre, invece, hanno a che fare con il framework trilaterale di Astana, il principale utilizzato finora per la gestione del conflitto, che non sembra riuscire a includere nuovi attori rilevanti per la pacificazione e la ricostruzione del Paese come invece sembrava possibile alla fine del 2018. 
Il nord-est e Idlib dopo il ritiro statunitense
L’annuncio del ritiro americano dato dal Presidente Donald Trump il 19 dicembre scorso ha messo in moto una serie di eventi che, a seconda di come verranno gestiti, potrebbero condurre a una semplificazione o a un ulteriore esacerbarsi della crisi. Il ritiro americano – previsto, secondo le ultime dichiarazioni dell’amministrazione statunitense, entro la fine di aprile – rimuove infatti dal contesto siriano una delle più grandi ambiguità che finora ne avevano congelato una risoluzione stabile, soprattutto per quanto riguarda la configurazione politica finale del nord-est a maggioranza curda. La presenza statunitense aveva infatti finora congelato i piani contrastanti sia della Turchia sia del regime siriano su quest’area. Da parte sua, Ankara non ha fatto segreto di voler allargare ulteriormente la propria presenza in Siria lungo tutto il confine fra i due paesi, smantellando il controllo del Partito di Unione Democratica (Pyd) curdo e del suo braccio armato, le Unità di Protezione Popolare (Ypg), e insediandovi i propri proxy siriani, come già avvenuto nelle due aree del nord conquistate nel 2017 e nel 2018 (il triangolo a nord di Aleppo compreso tra i centri di Azzaz, Al-Bab e Jarablous e la regione di Afrin). Il governo turco mira così a instaurare una zona cuscinetto lungo tutto il confine profonda alcune decine di chilometri. 
Contrapposti ai piani della Turchia vi sono però quelli del regime di Damasco e dei suoi alleati, che mirano a rientrare in pieno possesso di questi territori, concedendo nulla o quasi sia ad Ankara sia alle milizie curde, le quali si trovano ora a dover di fatto scegliere il male minore: l’invasione turca o un ritorno del regime che li lascerà con quasi nessuna autonomia effettiva.
A cercare di mediare tra gli interessi contrapposti di Ankara e Damasco è ancora una volta la Russia, la quale ha instaurato un doppio binario di negoziazioni al fine di ottenere le migliori concessioni per il proprio alleato siriano. Da una parte, Mosca sta infatti mediando tra regime ed esponenti curdi per il raggiungimento di un accordo che garantisca almeno minime autonomie in cambio di un ritorno dell’intera regione sotto il controllo di Damasco; dall’altra, nelle settimane scorse il Presidente russo Vladimir Putin ha proposto una ripresa dei rapporti diretti tra Siria e Turchia nella cornice del trattato di Adana del 1998, al tempo firmato proprio al fine di coordinare l’azione dei due governi contro la presenza del PKK lungo il confine turco-siriano. Naturalmente, una ripresa delle relazioni ufficiali tra Damasco e Ankara sarebbe una grande vittoria diplomatica sia per Assad sia per Putin, i quali cercano di spingere su questo punto anche a discapito della ripresa dell’offensiva di Idlib. Quest’ultima sembrava infatti ormai certa dopo la conquista da parte del gruppo jihadista Hayat Tahrir Al-Sham (cartello di gruppo estremisti, tra i quali l’ex filiale ufficiale di al-Qaeda in Siria Jabhat al-Nusra) di gran parte della regione a discapito dei gruppi ribelli filo-turchi.
Proprio Idlib rappresenta quindi l’altro capitolo primario per le consultazioni che si terranno a Sochi. Il successo dell’offensiva di Tahrir al-Sham ha infatti fatto venire meno le condizioni essenziali delineate dall’accordo firmato da Russia e Turchia nel settembre scorso, il quale aveva congelato qualunque offensiva governativa in cambio dell’impegno turco a smantellare le milizie più estremiste presenti nell’area. Il fatto però che Russia e Damasco non abbiano ancora lanciato alcuna operazione militare è segno che soprattutto Mosca preferisce al momento salvaguardare i buoni rapporti con Ankara in funzione sia di una ripresa dei rapporti ufficiali con Damasco, sia di un alleggerimento delle rivendicazioni turche nel nord-est. 
Un possibile compromesso che potrebbe scaturire da Sochi potrebbe vedere la Turchia aggiudicarsi la possibilità di stabilire una zona cuscinetto limitata lungo il confine nord-orientale (meno di dieci chilometri di profondità) mentre Damasco porterebbe a casa il via libera turco per chiudere una trattativa che garantisca al PYD del nord-est solo autonomie simboliche (come l’uso della propria lingua nei curricula scolastici) ma nessun vero controllo politico-militare. Ankara potrebbe inoltre concedere “luce verde” per una offensiva del regime siriano che permetta ad Assad di strappare all’opposizione buona parte della provincia di Idlib. 
Alla ricerca del dopo-Astana
Nonostante le questioni sopradescritte attrarranno certamente gran parte dell’attenzione dei partecipanti al vertice, è comunque probabile che parte delle consultazioni sia dedicata a temi di più lungo periodo, a cominciare dalla normalizzazione delle relazioni diplomatiche del regime di Damasco coi principali attori internazionali e la ricostruzione post-conflitto. La riapertura delle ambasciate di Emirati Arabi Uniti e Bahrein ha sicuramente segnato un passo importante nella direzione della riammissione di Damasco all’interno della Lega Araba. Segnali simili da parte delle nazioni europee si attendono al termine della prossima conferenza europea sulla Siria, prevista per fine marzo. Ma se è da ritenersi probabile una graduale normalizzazione delle relazioni del regime siriano con gran parte di tali attori, più complessa si è rivelata la ricerca di nuovi partner strategici disposti a contribuire in modo significativo alla ricostruzione post-conflitto.
Alcuni passi in questa direzione erano stati tentati da Russia e Turchia con il vertice di Istanbul nell’ottobre scorso, al quale erano stati invitati anche il Presidente francese Emmanuel Macron e la Cancelliera tedesca Angela Merkel. Nelle speranze di Mosca e Ankara questo incontro avrebbe dovuto segnare l’inizio di un allargamento del framework di Astana verso potenze aventi le risorse e gli interessi necessari per contribuire in modo massiccio alla ricostruzione della Siria. Le principali potenze europee e internazionali – compresa la Cina, che ha supportato diplomaticamente il regime lungo tutto il conflitto civile – hanno però dimostrato per ora solo tiepido interesse a farsi coinvolgere in modo significativo nella ricostruzione e non sembra che il formato sperimentato a Istanbul avrà seguito nel prossimo futuro. La cornice trilaterale di Astana sembra così rimanere, almeno per ora, l’unica possibile per gestire i prossimi mesi. Ma risulta ormai sempre più evidente che essa potrebbe presto rivelarsi insufficiente per affrontare le grandi questioni del dopoguerra siriano.