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La questione neo-ottomana: obiettivi di Ankara

22 gennaio 2019 Servizio ripreso da il denaro.it Giancarlo Elia V Foto: 2duerighe

ROMA - La Turchia persegue oggi, nell’ordine, 1) l’idea di divenire potenza regionale eurasiatica, di unire poi 2) tutte le etnie turcomanne dall’Anatolia allo Xingkiang, diventare infine 3) un Paese leader nel mondo musulmano sunnita.
Per quel che riguarda il primo punto, i rapporti tra Ankara e gli Usa sono al loro punto più basso da dieci anni a questa parte.
Il leader turco dà la colpa agli Usa, non senza fondamento, della crisi della Lira turca dell’agosto 2018, mentre non ha alcuna evidente considerazione della strategia degli Stati Uniti in Siria, dove la Turchia ha stretto un accordo stabile con la Federazione Russa e, nel dicembre 2018, anche con l’Iran.
La Turchia, in Siria, vuole soprattutto che non si stabilizzi una grande area interna curda.
All’inizio, Ankara pensava che, in Siria come altrove, la “primavera” araba avrebbe favorito le organizzazioni della Fratellanza Musulmana, che avrebbero permesso al paese anatolico di espandere il suo ruolo e la sua influenza in tutto il mondo arabo.
La durezza iniziale di Erdogan contro la Siria si spiegava così.
Ma la situazione a Damasco si è sviluppata in modo diverso, e Erdogan si è adattato di buon grado a stare dalla parte dei vincitori.
Il leader turco ha, recentemente, colpito i curdi ad Afrin, in Siria, perché vuole vincere le prossime elezioni municipali del prossimo 31 marzo.
Il nazionalismo anti-curdo è ancora una carta vincente, sul piano elettorale
Inoltre, il governo dell’AKP del presidente (del partito e dello Stato turco) è sempre più dipendente dal partito di coalizione NHP (il partito della Azione Nazionalista) che è, insieme, un erede della teoria di Atatûrk e un fortissimo avversario di ogni trattativa con i curdi.
La questione dell’assassinio del giornalista Khashoggi, avvenuto peraltro in Turchia, è stata gestita da Erdogan per danneggiare il potere dei sauditi in tutto il Medio Oriente e per colpire l’alleanza tra Riyadh e gli Stati Uniti. Ma, anche qui, non gli è andata bene.
L’Arabia Saudita è rimasta intatta nella sua sfera di influenza araba e mediorientale, gli americani sono poi rimasti solidi alleati dei sauditi.
Il Regno ha, poi, recentemente rifiutato alla Turchia la possibilità di costruire una base sul suo territorio, mentre Riyadh sta costruendo invece un suo polo militare a Gibuti.
Altro elemento strategico rilevante è l’evidente appoggio che Ankara dà alla Fratellanza Musulmana.
La Turchia sta infatti finanziando numerose moschee in Africa e in America Latina, il Paese turco sta quindi facendo ritornare in azione il mito dell’impero ottomano, come ultima base di difesa dell’islam sunnita e, insieme, della nazione turca.
Ankara ospita ancora molti dei capi operativi della Fratellanza Musulmana usciti dall’Egitto dopo la caduta di Morsi e il golpe di Al Sisi.
Il sostegno di Erdogan ad Hamas è noto, e Hamas è il braccio armato palestinese dell’Ikhwan, che ricicla capitali ingenti preferibilmente nelle banche turche.
Peraltro, Ankara sostiene molte delle organizzazioni della Fratellanza anche negli Usa.
Ovviamente, il sostegno così evidente di Erdogan alla Fratellanza lo mette in difficoltà con l’Egitto, l’Arabia Saudita, gli Emirati, ma crea anche una forte relazione strategica con il Qatar, come abbiamo già sperimentato nella crisi libica.
L’accordo, recentissimo, con l’Iran si basa sul fatto che Ankara e Teheran hanno gli stessi interessi in Siria.
Ovvero, sostenere Damasco senza che lo stato siriano possa danneggiare gli interessi né della Turchia né dell’Iran.
Molti anni fa, l’asse del confronto era tra un nesso Turchia-Israele di contro a un rapporto bilaterale tra Siria e Iran.
Ma Erdogan non vuole più stretti rapporti con lo stato ebraico, e la visione iraniana e turca sulla questione palestinese è la stessa.
Il progetto turco per un seggio unitario islamico alle Nazioni Unite è peraltro ancora in piedi, ma dimostrerebbe una ormai raggiunta, ma impossibile, egemonia turca in tutto il mondo islamico.
In Siria, comunque, il governo turco persegue quel che gli Usa hanno già compiuto, inconsciamente, con il loro abbandono del quadrante siriano: l’indebolimento delle Forze Democratiche Siriane, a comando curdo, che controllano ancora poco meno di un terzo del territorio siriano.
Inoltre, gli Usa hanno recentemente venduto le reti antimissili Patriot alla Turchia.
Sarà una guerra di lunga durata, quella dei turchi contro i curdi siriani, protetta inoltre dall’ingenuo Occidente.
Il che creerà una ulteriore occasione di mediazione egemonica per la Russia, che ha una grande credibilità sia con i turchi che con i siriani e i curdi.
Ma quante sono, poi, le popolazioni di origine turca in Asia e anche in Africa che Erdogan vuol utilizzare nel suo progetto neo-ottomano?
Si trovano grandi quote di turchi in Azerbaigian, ove sono la maggioranza, il 62.1%.
Una quota rilevante vi è anche in Uzbekistan, però non vi sono ancora statistiche demografiche affidabili.
In Kazakhistan i turchi sono circa 150.000, ma molti di più sono i turchi “etnici”.
In Turkmenistan i turchi originari sono pressoché tutti gli abitanti, ovvero 4.248.000 persone.
In Kirghizistan, gli stessi kirghisi sono una etnia di origini turche, che compone il 70.9% della intera popolazione.
La strategia di Erdogan per costruire la “Grande Turchia” asiatica si basa soprattutto sul soft power.
Vasto interscambio economico, certo, nelle aree “turcomanne” dell’Asia Centrale, soprattutto nelle costruzioni, nel tessile e nel terziario.
Ma, in particolare, il soft power turco si rafforza con la distribuzione di serie TV di grande diffusione, negli interscambi universitari e nel proselitismo islamico, in evidente concorrenza con l’Arabia Saudita.
C’è anche una parte militare dell’influenza strategica soft: Ankara addestra un buon numero di ufficiali delle repubbliche centro-asiatiche, nell’ambito della Partnership for Peace della Nato.
Nell’ambito economico, la Turchia offre all’area centro-asiatica di etnia turca la finanza, le tecnologie e i suoi porti mediterranei, mentre Ankara accetta, in cambio, idrocarburi.
Poi c’è la Turksoy, una sorta di Unesco per i paesi di lingua turca, e un Consiglio Turco, un parlamento multinazionale per i paesi turcofoni.
Poi, ancora, vi è l’Accademia Turca e il Business Council turco.
Ovviamente, la penetrazione di Ankara non è ben vista dai russi, ma finora non si sono viste tensioni specifiche tra i due Paesi.
Tra i Paesi centro-asiatici, la Turchia ha il rapporto più rilevante con il Kazakhistan, con il quale Ankara ha costituito anche una Partnership Strategica.
Inoltre, Ankara ha sostenuto attivamente l’entrata del Paese asiatico nel Wto, oltre che nell’Osce.
Vi è stata poi la costruzione di un corridoio tra la Turchia e il Caucaso.
I rapporti economici, però, sono tenuti soprattutto tramite relazioni strette con l’Akp, il partito di maggioranza turco che è al centro dello Stato.
Ma gli aiuti all’Asia Centrale devono fare i conti con le grandi cifre che la Turchia spende per gli aiuti all’Africa.
Per quel che riguarda l’espansione dell’islamismo turco in Asia (e in Africa) occorre tenere fissi due punti: la rinascita religiosa musulmana dopo la caduta dell’URSS, e la grande diffusione in Asia Centrale della tradizione mistica tipica della naqshibendyya o naqsbandyya.
Si tratta di un ordine mistico islamico che dice di fondarsi sulla tradizione del primo Compagno di Muhammad, il Califfo Abu Bakr.
E’ una linea di discendenza religiosa che si ricollega così anche ad Abu Talib bin Talib, cugino e genero di Muhammad, primo Imam della Shi’a, attraverso Giafar al Sadiq.
Gli insegnamenti iniziali, e anche attuali, della confraternita derivano però storicamente da Yussuf Al-Hamadani.
La linea della Confraternita è soprattutto mistica, tale da propagandare l’insegnamento coranico e dei “detti” della Sunna nella mente, nel comportamento e nei sentimenti, fino ad arrivare ad una completa Imitatio Prophetii.
Appena terminato il materialismo di Stato sovietico, i nuovi regimi centro-asiatici hanno, per esempio, riaperto il mausoleo di Bahauddin Nakshibend, il fondatore della setta, a Bukhara, in Uzbekistan.
In Kazakhistan, il nuovo regime pubblicamente segue i dettami di Ahmed Yassavi, il fondatore della Yasawiyya, un poeta e mistico islamico che fu il primo a esercitare una grande influenza religiosa nell’intero mondo turcofono.
Tutte queste iniziative, oltre ad altre similari, sono state realizzate con fondi turchi.
Non bisogna poi dimenticare la vasta presenza di popolazioni turcofone che ancora risiedono nella Federazione Russa, come i Tofalar nella Siberia meridionale, a parte le quattro repubbliche centro-asiatiche turcofone e l’unica che parla farsi, il Tagikistan.
In Russia, poi, vi sono aree turcofone ai confini dell’Asia Centrale, con i Tartari della Crimea e, poi, ai confini tra lo Xingkiang cinese e la Russia centrale.
Il centro della geopolitica di Ankara nella zona è l’unione a sé di tutte le aree turcofone, ciò è evidente.
Ma occorre anche ricordarsi che le popolazioni turche, all’inizio del primo millennio a.C, si diffusero nell’Asia Centrale a partire dalle montagne dell’Altai, nella Mongolia occidentale.
Furono successivamente assorbiti dalle precedenti popolazioni nomadiche.
Ma, nell’undicesimo secolo d.C., i turchi riapparvero ai bordi dell’Asia Minore, in Anatolia, allora controllata dai Greci.
Molti dei turchi di quel tempo furono mercenari al servizio di arabi e persiani, ma nel 1037 vi fu la fondazione dell’impero Selgiucide, uno stato di etnia turca, nato nel nordest dell’Iran; e che rapidamente si appropriò dell’Iran stesso, dell’Iraq e di gran parte dell’Oriente, sulle orme di Alessandro Magno.
In quella fase, è bene ricordarlo, i turchi erano una minoranza che governava una vasta maggioranza di altri turchi, iranici, arabi.
In seguito, con la dissoluzione degli imperi bizantini e armeni dell’area centro-asiatica, i turchi, unico gruppo ben armato e omogeneo, andarono al potere anche lì e crearono una turchificazione delle masse a partire dalle loro élites dominanti.
Quello che sta accadendo oggi in Asia Centrale, quindi, con la nuova espansione culturale, etnica e politica della Turchia di Erdogan.
Il ritorno della Turchia di oggi alle sue origini storiche e politico-militari.