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Erdogan contro Ataturk, la sfida a tutto campo

lunedì 2 aprile 2018 Vittorio Da Rold/Il Sole 24 Ore Foto: Il Sole 24 Ore Ansa

ISTANBUL - ll 28 marzo scorso Recep Tayyip Erdogan ha tagliato un traguardo importante. Ha superato come permanenza al potere il fondatore e simbolo della Turchia moderna e laica, Mustafa Kemal Ataturk.
Dal 15 marzo 2003, quando divenne primo ministro in seguito alla vittoria elettorale del suo partito filo-islamico, Akp, e poi da quando venne eletto presidente, dal 10 agosto 2014, Erdogan ha passato 5.493 giorni alla guida del paese della Mezzaluna sul Bosforo. Quindici anni al potere: un record di stabilità politica sebbene il 15 luglio 2016 abbia dovuto sventare un colpo di Stato dei militari a cui è seguita una spaventosa opera di repressione e allontamento dagli incarichi pubblici di centinaia di dipendenti pubblici, insegnanti, militari, accademici e giornalisti.
Ataturk, “il padre della patria”, nato nell'attuale Salonicco, al contrario è rimasto al potere dalla proclamazione della repubblica, dopo la fine del sultanato, cioè dal 29 ottobre 1923 fino alla sua morte, il 10 novembre 1938, avvenuta alla vigilia del secondo conflitto mondiale. A rendere noto il sorpasso è stato il sito turco Gercek Gundem.
Ataturk è stato il politico che ha cercato di modernizzare il Paese anatolico portandolo gradualmente verso Occidente (decretò l'uso dell'alfabeto latino rispetto a quello arabo e abolì qualsiasi segno religioso negli uffici pubblici, compreso il velo islamico).Il modello per Ataturk era l’Occidente e le sue istituzioni politiche a cui tendeva sinceramente. L’esercito, nei piani di Ataturk, doveva preservare la laicità dello Stato, un lascito rimasto nella Costituzione. Il ministero degli Affari religiosi, doveva controllare le attività degli imam e controllarne preventivamente le prediche. Ma poi le cose sono tornate lentamente a guardare a Oriente. Erdogan ha ingaggiato un lungo conflitto con l'esercito, caposaldo della laicità, fino alla sua totale capitolazione. Il partito CHP, l'erede della della tradizione kemalista, si è lentamente ritirato e perso potere rispetto agli elettori conservatori filo-ilsamici.
Oggi Erdogan ha sposato le tesi neo-ottomana, cioè di un ritorno ai fasti passati dell'impero ottomano. Un dato sembra certo; se la politica di Ataturk era esemplificata nello slogan “pace in patria, pace nel mondo” , la politica neo-imperialista regionale del presidente turco Tayyip Erdogan sembra non conoscere ostacoli: in Siria ha conquistato la roccaforte di Afrin costringendo alla fuga i curdi siriani del'Ypg fino ad oggi preziosi alleati sul terreno degli Usa contro l'Isis, lo stato islamico che continua a insanguinare l'Europa con azioni terroristiche di lupi solitari; nell'Egeo la Turchia sperona navi greche su isolotti contesi nell'ex Dodecaneso italiano, detiene due soldati greci che hanno sconfinato via terra accusandoli di spionaggio e a Cipro un mese fa ha bloccato le perforazioni di gas della nave Saipem 12000 dell'Eni. Non solo. La Turchia ha respinto il 23 marzo le velate critiche europee come “inaccettabili” arrivate dal Consiglio dell'Unione europea a Bruxelles a Palazzo Lipsius che ha definito come “azioni illegali” le manovre navali di Ankara nel Mar Mediterraneo orientale nell'ambito di contenziosi con la Grecia del premier Alexis Tsipras e la Cipro del presidente Nikos Anastasiadis.
Due tradizioni che guardano in direzioni opposte. La domanda che si pongono gli analisti è la seguente: chi prevarrà alla fine tra le due figure politiche turche più rilevanti degli ultimi tempi? Dalla risposta a questa domanda si saprà il destino politico della Turchia moderna, in perenne equilibrio tra Oriente e Occidente.