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L'ambasciatore John Bass non rappresenta gli Usa

10 ottobre 2017 Marco Ansaldo/laRepubblica.it Foto: Anadolu Agency

ISTANBUL - “Non consideriamo l’ambasciatore americano come il rappresentante degli Stati Uniti in Turchia”. Il Capo dello Stato turco, in visita ufficiale in Serbia, ha detto che l'ambasciatore americano John Bass "sta facendo delle visite di commiato, ma né i nostri ministri, né il presidente del Parlamento, né io abbiamo accettato queste visite perché non lo consideriamo come il rappresentante degli Stati Uniti in Turchia".
Bass, ormai prossimo a trasferirsi in Afghanistan, è stato oggetto di pesanti attacchi dai media filo-governativi. L’altro giorno, convocando una conferenza stampa ad Ankara, aveva scelto accuratamente le testate turche da invitare, escludendo quelle vicine al governo conservatore di ispirazione religiosa. E parlando dell’arresto di un impiegato turco della sua sede l’ambasciatore aveva definito il provvedimento come “privo di fondamento”. Poi aveva aggiunto: "Sono profondamente turbato dal fatto che alcune persone del governo turco siano più interessate ad alzare polveroni attraverso media che imbastiscono processi mediatici, piuttosto che cercare giustizia dinanzi ad un giudice. Una logica che mi sembra più mirata alla ricerca della vendetta che della giustizia. Ho voluto qui rappresentanti di media seri e se alcuni non sono stati invitati è perché non li ritengo organi di stampa, considerato che seguono un copione da fiction e non i principi etici del giornalismo". Le reazioni sulla stampa filo governativa di Istanbul sono ora veementi.
Erdogan in un primo momento si era detto "amareggiato" per la vicenda. A Belgrado ha adesso aggiunto che gli Stati Uniti dovrebbero richiamare l'ambasciatore se è sua la decisione di interrompere il servizio dei visti ai cittadini turchi. Nella conferenza stampa con il suo omologo serbo Aleksander Vucic, il Presidente turco è apparso molto duro: "Chi ha messo delle spie nel consolato americano? Nessun Paese può permettere che vi siano delle minacce di questa portata al proprio interno. Non abbiamo iniziato noi questa polemica, hanno fatto tutto gli americani. Se l'ambasciatore di un Paese rifiuta di incontrare il ministro degli Esteri siamo di fronte a una chiara provocazione a fronte della quale non abbiamo nulla da dire agli Stati Uniti. Se il comportamento dell'ambasciatore è frutto di una sua iniziativa personale allora non deve rimanere al suo posto un minuto di più. Così rovina i rapporti tra Turchia e Usa. Se un ambasciatore turco facesse una cosa del genere lo rimuoveremmo in meno di un'ora. Non lo consideriamo più come il rappresentante americano in Turchia. La Turchia non è uno stato tribale. Se un primo sospetto viene arrestato e spunta anche un secondo nome legato a Gulen, allora forse è il caso che il consolato americano riveda la propria posizione".
La crisi era cominciata lo scorso 4 ottobre, quando un impiegato turco del consolato americano era stato arrestato con l'accusa di spionaggio e di legami con la rete golpista di Fethullah Gulen, il predicatore e finanziere turco residente in autoesilio dal 1999 Pennsylvania, e ritenuto da Ankara come la mente del golpe sventato in Turchia il 15 luglio 2016. Gli Stati Uniti, rifiutando con sedgno le accuse, hanno poi risposto anche al nuovo arresto di lunedì con la decisione di sospendere il rilascio dei visti.
La tensione è ora alta in Turchia, dove dal giorno successivo al tentato colpo di Stato vige lo stato di emergenza, rinnovato finora di tre mesi in tre mesi. Ad Ankara la polizia ha disperso una manifestazione organizzata nel centro città, in occasione del secondo anniversario della strage alla stazione ferroviaria, il più grave attentato terroristico nella storia recente della Turchia. Le forze di sicurezza hanno fatto ricorso ai lacrimogeni e ai cannoni ad acqua per allontanare un centinaio di dimostranti che volevano marciare verso l’area predisposta per l'evento, nello stesso punto dove avvenne la strage. Proprio in virtù degli impedimenti a riunirsi per le nuove misure restrittive, il governatore della capitale aveva autorizzato l'ingresso nell'area solo ai parenti delle vittime, ad alcuni leader politici e ai rappresentanti della società civile. Il 10 ottobre 2015, 102 persone persero la vita e più di 500 rimasero ferite in due esplosioni che colpirono un evento organizzato dal partito filo-curdo per chiedere lo stop alla violenza nella Turchia sud-orientale.