Attualità

Perché la carta del voto anticipato

24 aprile 2018 Vittorio Da Rold/Il Sole 24 Ore Foto: Il Sole 24 Ore

ISTANBUL - Sulla pagina di Facebook del nuovo partito turco IYI, il Partito Buono, (https://www.facebook.com/iyiparti/) la formazione politica di Meral Aksener, 61 anni, la candidata presidenziale che potrebbe sfidare con successo il “Sultano” Erdogan, ci sono numerose foto, post e ben 316mila followers. Non male per un partito nato a settembre scorso ma ancora fragile nelle sue reti organizzative.
Per fermare sul nascere questo movimento politico in crescita, Erdogan e il suo alleato nazionalista erede dei Lupi Grigi, il professor Devlet Bahçeli, hanno deciso di giocare di anticipo e di andare al voto prima della scadenza naturale per non dare troppo tempo alle opposizioni di organizzarsi.
Il Paese della Mezzaluna sul Bosforo andrà alle urne il 24 giugno per elezioni sia legislative che presidenziali. Una decisione che ha messo in difficoltà le opposizioni già marginalizzate da arresti e passaggi di proprietà dei maggiori media a imprenditori vicini all’Akp, il partito filo-islamico al potere dal 2002. Il calendario elettorale prevedeva il voto nel novembre 2019 e la notizia getta il Paese in una nuova campagna elettorale polarizzata sulla controversa figura di Erdogan, con l'opposizione decisa a sfidare la leadership del presidente al potere da 16 anni di fila, più longevo perfino di Ataturk, il fondatore della Turchia laica e moderna.
Il Parlamento ha nel frattempo prorogato di altri tre mesi lo stato di emergenza in vigore nel Paese della Mezzaluna dal tentato golpe del luglio 2016, organizzato, secondo Erdogan, dal predicatore islamico Fetullah Gulen in esilio in Pennsylvania. Quanto alle elezioni anticipate Erdogan ha detto che la situazione in Iraq e Siria spinge a superare al più presto le “incertezze che si stagliano sul nostro futuro”. Da qui l'esigenza secondo il capo dello Stato di accelerare i tempi verso il nuovo sistema presidenziale alla francese, approvato con maggioranza risicata dal referendum del 17 aprile 2017, che vedrà scomparire la carica del premier in favore di un presidente tuttofare che potrà emanare decreti d'urgenza e nominare 12 su 15 giudici della Corte suprema.
La fretta di Erdogan deriva anche dai sondaggi, dove la percentuale di consensi della coalizione Akp-Mhp non supera la soglia del 45%, restando ben al di sotto del 50% necessario per la elezione del presidente al primo turno del ballottaggio. Alle elezioni del 2015 l'Akp di Erdogan prese il 49% mentre il Chp, il maggiore partito di opposizione e formazione di riferimento dei militari laici incassava la settima sconfitta consecutiva. Il Governo filo-islamico dell'Akp rischia grosso nei sondaggi perché l'economia, che fino a poco tempo fa era l'asso nella manica, si sta trasformando nella sua palla al piede dopo 16 anni di governo ininterrotto: l'inflazione viaggia a doppia cifra, la disoccupazione sale come pure il deficit delle partite correnti, mentre la Lira turca va ai minimi sul dollaro ed euro a causa dell'ossessione del presidente Erdogan di mantenere i tassi di interesse il più basso possibile anche quando l’economia si surriscalda.
Per contrasto Erdogan agita i demoni del nazionalismo e della lotta al Pkk di Öcalan che dura da 1984 e ha provocato 40mila morti. Non solo. Erdogan vorrebbe ampliare la sfera di influenza in Siria secondo le tesi neottomane e creare una zona cuscinetto che dopo Afrin arrivi alla Rojava orientale, contro i curdi dell'YPG che hanno combattuto l'Isis sul terreno. Unico freno alle mire turche in Siria sono i 2mila militari delle forze speciali Usa rimasti nelle zone curde a Mambji il cui ritiro è stato provvisoriamente rinviato dopo l'intervento per il controverso attacco chimico.
Secondo alcuni analisti la mossa di Erdogan potrebbe impedire che il neo partito IYI di Meral Aksener possa partecipare alla competizione elettorale poiché le norme turche prevedono che non ci si possa presentare alle elezioni se nei sei mesi precedenti non si è tenuto un congresso, e ciò non sarebbe ancora avvenuto dal partito della donna politica di destra. La Aksener, 61 anni, ex ministro degli Interni, la “signora di ferro” come viene chiamata per i suoi modi decisi, è di destra, non porta il velo ed è contraria all'islamizzazione della Turchia e alla repressione in atto delle opposizioni. Da ultimo va segnalata l'ennesima purga di 3mila militari licenziati perché accusati di far parte del fallito colpo di stato del luglio 2016, un provvedimento reso possibile dalle leggi di emergenza ancora in vigore nel Paese sul Bosforo.
Non va certo meglio per il socialdemocratico Chp, il partito popolare repubblicano, in difficoltà a causa di una leadership poco incisiva e per i membri dell'Hdp, il terzo partito turco vicino ai curdi colpiti da arresti, a partire dagli ex presidenti Selhattin Demirtas e Figen Yüksekdag in galera dal 2016 con l'abusata accusa di terrorismo. Se la Aksener dovesse riuscire nel miracolo di unificare le proteste sociali dei giovani di Gezi Park e degli scontenti del lungo regno dell'Akp, allora per Erdogan le cose si farebbero più complicate del previsto.