DIRITTO & ROVESCIO

Come Erdogan si è impegnato con la Cina

domenica 27 settembre 2020 Servizio ripreso da Futura D'Aprile/Linkiesta Foto: Linkiesta/Afp

ISTANBUL - Negli ultimi anni il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha dovuto fare i conti con una forte crisi economica, con il raffreddamento dei rapporti con l’Occidente e con la necessità di continuare a investire massicciamente nel settore dell’edilizia e delle infrastrutture per non perdere una fetta importante del proprio elettorato di riferimento. In un contesto così complesso, a correre in aiuto di Ankara è stata la Cina, diventata partner chiave per la Turchia e per la sopravvivenza politica dello stesso presidente Erdogan.
I rapporti tra Cina e Turchia si sono rafforzati a partire dal 2015, con l’acquisizione da parte di un consorzio cinese del 65% del terzo più grande terminal per container del Paese anatolico con sede a Istanbul. Da quel momento gli investimenti cinesi nel settore delle infrastrutture hanno continuato ad aumentare, con effetti positivi anche sui megaprogetti del presidente turco. Nel 2020 infatti un secondo consorzio cinese ha comprato il 51 per cento del Ponte Sultan Selim pensato per connettere l’Asia all’Europa attraverso il Bosforo.
Ma a legare Cina e Turchia sono anche gli ingenti prestiti e investimenti realizzati dal Governo cinese: tra il 2016 e il 2019 Pechino ha investito 3 miliardi nel Paese anatolico e conta di raddoppiare le cifre entro la fine del 2020. A ciò si aggiunge anche la firma di dieci accordi commerciali bilaterali in settori che spaziano dalla sanità fino all’energia nucleare siglati dal 2016 che hanno aiutato l’economia turca a restare a galla.
Nel momento di maggiore crisi economica, inoltre, la Cina è intervenuta a sostegno di Ankara con un prestito 3,6 miliardi di dollari, a cui ha fatto seguito nel 2019 il trasferimento verso le casse turche di un altro miliardo. I rapporti commerciali ed economici tra i due Paesi si sono ulteriormente rafforzati anche durante il 2020, quando la lira turca è crollata nuovamente a causa della crisi del turismo e degli investimenti esteri dettata dal coronavirus.
A legare Pechino e Ankara è poi il progetto della Nuova via della seta lanciato nel 2013 dal presidente cinese Xi Jinping. La Cina vede nella Turchia un ottimo collegamento tra Europa, Asia e Africa nonché uno sbocco strategico sul mar Mediterraneo e le relative rotte commerciali. La Turchia rappresenta inoltre un importante mercato nei settori dell’energia, della difesa, delle telecomunicazioni e delle infrastrutture in cui poter investire con maggiore facilità rispetto a quanto avviene in Europa o Nord America.
L’azienda cinese Huawei, per esempio, non ha trovato alcuna opposizione in Turchia, mentre fatica a mettere piede in Europa a causa del veto degli Stati Uniti e delle diffidenze di molti Stati membri, che considerano l’azienda troppo legata al Partito comunista. Tra i progetti futuri che Pechino e Ankara si sono impegnati a realizzare c’è anche la costruzione di una centrale a carbone sulla costa del Mediterraneo e si parla da tempo di un accordo con la China’s State Nuclear Power Technology Corp per una nuova centrale nucleare.
I rapporti economici tra Cina e Turchia sono stati vantaggiosi per entrambe le parti: hanno dato a Erdogan i fondi necessari per continuare a investire nel settore delle infrastrutture – strategico a livello politico ed elettorale – e per evitare il collasso dell’economia turca; la Cina ha invece trovato un mercato per i suoi prodotti e un ulteriore sbocco sul Mediterraneo per la sua Via della seta. Tuttavia, a dettare le regole del gioco è la Cina, come dimostrano alcuni piccoli ma significativi cambiamenti nella politica estera della Turchia.
Il presidente turco ha per esempio dovuto modificare il proprio atteggiamento nei confronti della Cina, cambiando quindi posizione su temi che fino a poco prima erano stati importanti nell’agenda politica turca.
Un esempio su tutti è quello degli uiguri, la minoranza musulmana dello Xinjiang perseguitata da anni dal Partito comunista. Secondo diverse inchieste giornalistiche, Pechino ha costruito dei veri e propri campi di rieducazione in cui gli uiguri vengono costretti ad abbandonare la loro religione per diventare dei cittadini cinesi modello.
Il presidente turco, quando ancora ricopriva la carica di primo ministro, aveva usato toni molto forti contro la Cina – arrivando ad accusare Pechino di “genocidio” – e offrendo asilo politico agli uiguri in fuga dallo Xinjiang. Nel 2016, però, Erdogan ha cambiato radicalmente posizione nei confronti della questione, arrivando persino a firmare un accordo sull’estradizione con la Cina.