DIRITTO & ROVESCIO

Omosessualità e malattie, bufera sull'Iman

lunedì 27 aprile 2020 Servizio ripreso da Marco Ansaldo/la repubblica.it Foto: la Repubblica

ISTANBUL - "L'omosessualità causa malattie". Lo denuncia, fra mille polemiche, la massima autorità islamica della Turchia. E il presidente Erdogan dice che l'imam ha ragione. Scatenando una bufera, e una discussione, che da Ankara si allarga ai Paesi musulmani e all'intero mondo laico, non nuovo alle posizioni tutt'altro che liberali del leader turco, fondatore del resto di un partito ispiratosi direttamente a dettami religiosi conservatori.
Il caso nasce dopo il sermone fatto, in apertura del mese di digiuno del Ramadan che durerà fino alla fine di maggio, da Ali Erbas, il capo del dipartimento per gli Affari religiosi, il Diyanet, una struttura che, nonostante si occupi di questioni spirituali, dipende da un punto di vista formale proprio dall'autorità governativa. "L'islam - ha dichiarato Erbas - condanna l'omosessualità perché causa malattie e un decadimento della discendenza". Non solo, ma la tendenza, nel ragionamento esposto dal capo dell'autorità islamica turca, si legherebbe all'adulterio e alla diffusione del virus Hiv.
Parole e dichiarazioni molto controverse che hanno causato stupore, sconcerto e scatenato reazioni durissime contro il Diyanet, considerato non solo un ministero ma dai fedeli musulmani turchi una vera e propria guida spirituale. Tanto per capire, quando Papa Francesco andò in visita in Turchia nel 2014, il secondo giorno di viaggio lo dedicò in buona parte a un confronto - prima del suo sbarco piuttosto acceso nei toni, e poi infine scioltosi nell'incontro ufficiale - con l'allora capo degli Affari religiosi.
Contro le parole dell'imam si è subito schierato l'ordine degli avvocati di Ankara. L'accusa: la diffusione di "discorsi di odio". Molte e forti poi le proteste dal movimento Lgbt e dalle associazioni per la difesa dei diritti umani, che hanno parlato di "discriminazioni" da parte del Diyanet. In questi giorni la comunità gay in Turchia è in pieno fermento anche perché Recep Tayyip Erdogan proprio ieri ha disposto la chiusura di tre giorni per "coprifuoco" delle prossime festività del 1 maggio, giorno in cui, tradizionalmente, i movimenti omosessuali scendono in piazza. Niente da fare: con le nuove disposizioni a causa dell'emergenza virus, tutta la Turchia rimarrà blindata, come accaduto negli ultimi tre fine settimana, fino al 3 maggio compreso.
A questo punto è sceso in campo lo stesso capo dello Stato. E durante un discorso alla nazione fatto in tv a proposito delle norme per contrastare il virus che ha portato ora la Turchia al 7° posto al mondo fra i Paesi contagiati, con tutto il peso della sua carica istituzionale si è schierato a favore dell'autorità religiosa. "Quel che ha detto il responsabile della Presidenza per gli affari religiosi è assolutamente giusto per chi si ritiene un musulmano". Così, sull'onda delle parole del leader, la procura di Ankara si è sentita coperta nell'aprire un'inchiesta contro l'ordine degli avvocati, accusandolo del reato di "offesa ai valori religiosi adottati da una parte della popolazione".
In Turchia, ma non solo, adesso anche altrove, il caso sta scatenando uno scontro frontale sui social media: da una parte i sostenitori dell'imam, dall'altra i laici e gli attivisti per i diritti umani che denunciano le sue dichiarazioni come omofobiche. Ognuno in campo con strumenti diversi. Come i due hashtag che, di ora in ora, si stanno superando l'un l'altro nel numero delle condivisioni: #AliErbasYalnizDegildir (Ali Erbas non è solo) e #LGBTHaklariInsanHaklaridir (I diritti Lgbt sono diritti umani). Una discussione al momento solo alle prime battute.