DIRITTO & ROVESCIO

La fine di Hasankeyf ha una data: quella di...

lunedì 7 ottobre 2019 Servizio ripreso da Anna Pozzi/L'Avvenire.it Foto: Pozzi Zanzottera/Parallelozero

ISTANBUL - «Questa diga non distrugge solo villaggi, natura, fauna, ma anche uno straordinario patrimonio culturale. Che non riguarda solo la nostra storia: è la storia di tutti, è la vostra storia, la storia dell’umanità».
Ridvan Ayhan, 56 anni, attivista e membro del collettivo “Keep Hasankeyf Alive” (“Tieni viva Hasankeyf”), si è battuto a lungo contro il progetto di una mega diga che allagherà una regione vastissima del sud-est della Turchia. È finito anche in prigione per un anno e mezzo. E ora che il conto alla rovescia è partito inesorabile, guarda desolato l’ampia valle che gli si apre di fronte, scavata dal fiume Tigri e, più sotto, la cittadina di Hasankeyf, che con i suoi 12mila anni di storia è il luogo-simbolo di una politica che calpesta una volta di più il popolo curdo e strappa le sue radici. Non solo: annega uno dei più antichi insediamenti della storia dell’umanità, dove ancora oggi sono visibili le tracce lasciate da assiri, medi, persiani, greci, romani, bizantini, arabi, ottomani...
La fine di Hasankeyf ha una data: 8 ottobre 2019. Martedì. È il giorno in cui tutti gli abitanti dovranno lasciare la città. E un pezzo di storia della Mesopotamia finirà per sempre. La diga di cui parla Ayhan si trova a un’ottantina di chilometri a sud-est di Hasankeyf, verso il confine con Siria e Iraq, nei pressi di Ilisu. Fa parte di un enorme progetto idroelettrico promosso dal State Hydraulic Works (Dsi) all’interno del più vasto Southerneaster Anatolia Project (Gap) che dovrebbe promuovere lo sviluppo di questa vasta regione, una delle più povere e arretrate del Paese. Quello di Ilisu è un progetto che risale agli anni Cinquanta, ma che è stato finanziato solo nel 1988. Le fondamenta della diga sono state messe nel 2006 e i lavori di costruzione sono cominciati nel 2008. È la seconda più grande della Turchia in termini di capacità d’acqua e la quarta per produzione di energia elettrica: dovrebbe arrivare a produrre 4.200 gigawatt di elettricità all’anno. E toglierà molta acqua anche alla Siria (di cui il Tigri segna il confine) e soprattutto all’Iraq, che ha già conosciuto stagioni di grave siccità.
«Con questa diga – fa notare Ayhan – la Turchia eserciterà un grande potere anche sui Paesi vicini. Il livello del fiume diminuirà sensibilmente nei prossimi anni. Si rischia una guerra dell’acqua». Quanto agli abitanti della regione, secondo Ayhan «non trarranno alcun vantaggio da questo progetto. Sono costretti a lasciare case e terre con compensazioni non sempre eque e adeguate. E dubito che in futuro possano godere dei benefici promessi dal governo». Non tutti sono d’accordo. C’è anche chi spera di farci qualche soldo, di potersi permettere una casa migliore o di avere nuove terre. Anche se quello della terra è un problema tuttora aperto. La maggior parte della gente, infatti, non ha certificati di proprietà. La terra viene trasmessa in modo consuetudinario di padre in figli. Tutti sanno a chi appartiene, ma spesso non ci sono documenti ufficiali. E questo crea paure e preoccupazioni.
Per il momento, quel che è certo è che non solo gli oltre 3mila abitanti di Hasankeyf dovranno andarsene nel giro di qualche giorno, ma circa 80mila persone di 199 villaggi della valle del Tigri saranno costrette a fare lo stesso, perdendo anche campi, orti e animali che garantiscono il loro sostentamento. Vicino alla diga, si sta già formando la prima parte del bacino artificiale. Dal villaggio di Temelli, situato in alto sulla collina, un anziano signore scruta le acque dell’invaso: «Mi sono assentato un paio di giorni e già si nota la differenza...». Il piccolo insediamento di Koçtepe, lì di fronte, è ormai semi sommerso. Hasankeyf, invece, proprio in questi giorni, pullula di gente: turisti, in grandissima parte turchi (ma c’è anche una coppia di coreani, un giovane australiano, dei francesi, un inglese, un polacco...) vengono a dare un ultimo sguardo a questa cittadina abitata ininterrottamente sin dall’epoca preistorica. Le viuzze strette del bazar risuonano di voci e rumori e risplendono dei colori di tappeti e manufatti, mentre le terrazze dei ristoranti che si affacciano sul Tigri servono i piatti tipici di questa terra a base di agnello, verdure, spezie, cocomero e melone a volontà in questa stagione luminosa e ancora calda. Più in basso, nelle acque del Tigri, hanno messo ombrelloni, sedie e tavoli: si può sorseggiare l’immancabile tè o una bevanda fresca con i piedi immersi in acqua. I turisti apprezzano frettolosi: scattano qualche foto, l’imperdibile selfie e se ne vanno.
Ahmed, invece, che è nato qui, non se ne vorrebbe andare mai: «Io sarò l’ultimo a lasciare Hasankeyf e dovranno costringermi a farlo», insorge. Suo padre è nato nelle grotte, scavate nella pietra calcarea della falesia che affianca il corso del fiume specialmente in quest’ansa del Tigri su cui si adagia Hasankeyf. Sono state abitate da epoche remote e sino agli anni Settanta molta gente viveva ancora lì. «Erano calde d’inverno e fresche d’estate», ricorda Ahmed. Poi un solerte primo ministro ritenne che, negli anni Settanta, tutto ciò non fosse più accettabile. E così la popolazione venne costretta a scendere più a valle. C’è solo una persona che vive ancora nelle grotte, Mehmet. Abita qui da 18 anni e si è sistemato niente male, con cucina, bagno, una stanza chiusa per l’inverno e una magnifica vista sulla valle. «Io da qui non me ne vado – dice mentre si occupa dei piccioni che alleva nella grotta di sopra –. Se mi costringono a farlo, torno alle mie montagne».
Lui della città nuova non vuole proprio saperne. È lì di fronte, sull’altra sponda del Tigri, costruita ex novo con casette tutte uguali e tutte grigie. Ci sono anche alcuni edifici più grandi, come l’ospedale, le palazzine per i funzionari pubblici, le scuole e un hotel... Hanno fatto persino un’università e un museo. La strada per arrivarci è ancora dissestata; tutt’intorno ci sono erbacce e sterpaglie. Difficile credere che sia un luogo aperto e fruibile. Invece è così. Per il momento, è allestito solo il pianoterra e racconta – con molti reperti, apparati didascalici e ricostruzioni di ambienti – la storia più antica di Hasankeyf e della regione circostante, quella che risale all’Età del bronzo.
Fa parte dell’Hasankeyf New Cultural Park, una sorta di distretto culturale dove sono stati trasferiti alcuni dei principali monumenti della città. Proprio di fianco al museo stanno ricostruendo la moschea della dinastia curdo-musulmana degli Ayyubidi del XIV secolo, mentre il minareto è già stato rimesso in piedi. Un altro, letteralmente tagliato a fette, giace adagiato poco distante. Anche il mausoleo di Zeynel Bey, straordinario esempio di architettura anatolica, è stato sradicato dalla piana in cui venne costruito da un sovrano turkmeno nel 1475 e riposto proprio di fronte alla nuova città che gli fa da sfondo con le sue case anonime.
Hanno trasferito anche una porta romana, l’hammam femminile del XV secolo, l’antico cimitero, mentre procedono i lavori per smontare l’antica moschea che si trova proprio di fronte al ponte costruito nel XII secolo dal Sultano Artuqide Fahrettin e sotto la fortezza bizantina. Ma se i resti del ponte finiranno sott’acqua, solo la cittadella rimarrà al suo posto. Le acque dell’invaso, infatti, non arriveranno a sommergerla. Anzi, secondo i piani di chi vorrebbe rilanciare il turismo ad Hasankeyf attraverso tour in barca, immersioni e trasferimenti in funicolare da una parte all’altra del fiume, il castello sarà una delle principali attrazioni. Da due anni, però, è chiuso al pubblico, ma scostando una porticina di ferro che chiude un ovile e arrampicandosi lungo un ripido pendio di massi alto oltre 60 metri e largo più di un chilometro – appositamente posizionati per “ingabbiare” l’intera collina – si riesce ad accedere a questa vasta cittadella. Da lì il panorama è ancora più ampio e suggestivo: abbraccia un lungo tratto del Tigri, l’antico ponte, la cittadina lungo il fiume, le grotte su entrambi i lati... Guzide, che ha fatto tante battaglie e proteste per salvare Hasankeyf, è ammirata e sconsolata al tempo stesso. «Quest’area è la Mesopotamia; qui è nata la civiltà, qui c’è una storia antichissima. Non basta un progetto elettrico per far sparire tutto questo...».