Curiosità

Quel labirinto di mille città che incanta e...fa tornare

21 settembre 2021 Sara Magro/Il Sole 24 Ore Foto: Viator

ISTANBUL - Che meraviglia arrivare sul Bosforo di sera, quando cominciano ad accendersi le luci. Il ponte all'orizzonte che sfuma dal rosso al blu, le barche ormeggiate sulla banchina, il passeggio fitto.
Ci sono uomini che giocano a Backgammon e donne sedute sulle aiuole che parlano tra loro mentre i bambini giocano. I superorganizzati arrivano con tavolino e sedie pieghevoli e in quattro e quattr'otto allestiscono una cenetta sul mare portandosi il cibo da casa. Il coprifuoco è un ricordo lontano, e tutti cercano un posto in prima fila davanti a uno degli scorci più belli della città.
Da un lato l'Europa dall'altro l'Asia; da un lato il Mar di Marmara, dall'altro il Mar Nero. Dalla veranda del ristorante Yüksel Balık si guarda il lungomare, mentre sulla tavola comincia un via vai di meze, gli antipasti che inaugurano ogni pranzo turco: crema di melanzane arrostite, hummus, insalata di gamberetti, polpo e verdure a non finire. Poi arriva un branzino selvatico cucinato alla perfezione. E per dolce un semolino con il cuore di gelato. Benvenuti a Istanbul, sembra che ti annuncino in ogni modo. La megalopoli si espande per chilometri e per attraversarla ci vogliono ore. «È una somma di città, bisogna scegliere una base strategica», consiglia chi la conosce. La zona attorno alla Torre di Galata è ideale per iniziare, soprattutto per chi ama girare a piedi. In Bankalar Caddesi, ex centro finanziario, le sedi delle banche storiche sono diventate alberghi come The Galata Istanbul, che ha un piccolo hammam del '700 nei sotterranei, e il The Bank Hotel, moderno e di design. L'ex Banca Imperiale Ottomana ospita invece Salt Galata, un centro culturale con una libreria d'arte e il ristorante Neolokal, famoso per la cucina sperimentale dello chef Maksut Aşkar, ma anche per la vista sul Corno d'Oro, il fiordo del Bosforo che si intrufola tra antiche basiliche e moschee. Di fronte a Salt c'è una scala a doppia rampa che porta alla Torre di Galata, un faro di orientamento per i viaggiatori, con il suo quartiere sveglio fino a notte fonda. Sul ponte di Galata, a qualunque ora, uomini, donne di tutte le età pescano. Sul ponte passa tutta Istanbul, taxi scassati e fiammanti Tesla, donne velate fino ai piedi e ragazze in minigonna, giovani in skate e turisti, quasi tutti turchi. Qualche turista internazionale in più si incontra davanti a Palazzo Topkapi, alla Moschea Blu e ad Aya Sofya, dove decine di musulmani si accalcano per entrare. Nel luglio 2020, il presidente Erdogan ha riconvertito il monumento in moschea, coprendo con i teli bianchi il mosaico bizantino della Madonna col bambino. Una volta all'interno la folla all'ingresso si dirada negli oltre 7mila metri quadrati, i fedeli si tolgono le scarpe, fanno selfie, chiacchierano. Ma quando l'imam comincia a pregare la confusione si ricompone sotto le volte dorate e i lampadari circolari come aureole collettive. Da visitare ci sarebbe anche la Cisterna Basilica con la sua prospettiva poetica di 336 colonne riflesse nell'acqua, ma è chiusa per la pandemia, chissà fino a quando. A ogni angolo c'è un venditore ambulante: caldarroste, pannocchie, cozze e limone, cetrioli, kebab, spremute di arance o melagrane.
La cucina ottomana tradizionale si mangia da Havuzulu, ristorante storico nel Gran Bazar, dove Google Maps perde definitivamente l'orientamento. È un labirinto: oro e argento, ceramiche, tessuti, spezie e dolci. Non si compra mai a scatola chiusa, prima si assaggia: fichi secchi ripieni fino a scoppiare; cilindri e cubetti di lukum alle nocciole, mandorle, pistacchi; e spezie colorate, come pul biber , un peperoncino dolce e saporito capace di perfezionare un semplice spaghetto aglio e olio. Istanbul è anche una città europea, con i boulevard e i passage come a Parigi. Istiklal Caddesi, il viale pedonale di caffè, teatri, boutique, si chiamava Grande Rue de Péra, alla francese. Ci si arriva con il Tünel, la funicolare sotterranea del 1875, poi si riscende verso Çukurcuma, il quartiere degli antiquari. Seduti in uno dei tanti bar, le ore volano: il tè turco, qualche sigara börek ripieno di feta e prezzemolo, la quotidianità pomeridiana tra i vicoli stretti, dove le macchine non potranno mai passare. È proprio lì il Museo dell'Innocenza, luogo reale e titolo del romanzo del premio Nobel Orhan Pamuk, che ha raccolto ipotetici cimeli dei protagonisti in una esposizione che senza lettura sembra priva di senso, e invece è il corredo di una storia d'amore struggente. Istanbul è vitale, estroversa, accogliente, ma non si coglie la sua dimensione finché non si sale sulla terrazza del bar ristorante Mikla che la contempla a 360 gradi.
Lassù, magari con un drink in mano, si intuisce che ci vorranno altri dieci viaggi per capire di più di questo groviglio di 15 milioni di abitanti perennemente combattuto tra Oriente e Occidente, tra passato e futuro.
Si può prolungare la serata al ristorante del 18° piano e assaggiare l'alta cucina minimalista dello chef turco-scandinavo Mehmet Gürs, oppure prenotare da Karaköy Lokantası, con piatti da ricettario di famiglia in versione moderna. Il ricordo dell'hummus con pastrami e di karides güveç, un'insolita e squisita parmigiana di gamberi, saranno uno dei tanti motivi per tornare presto.
A Istanbul si arriva in 3 ore circa con voli giornalieri di Turkish Airlines e Pegasus (da 200 € a/r). All'ingresso sono richiesti il green pass e il codice di tracciamento Hes (che si ottiene sul sito register.health.gov.tr). Per il ritorno in Italia è necessario fare un tampone molecolare o antigenico 72 ore prima e osservare 10 giorni di quarantena fiduciaria, ripetendo il tampone alla fine. Aggiornamenti su viaggiaresicuri.it ©