Spettacoli/Cinema

Come sorelle, la nuova serie che ha conquistato l'Italia

lunedì 27 luglio 2020 Servizio ripreso da Donna Moderna Foto: Donna Moderna

ROMA - Il successo di “Daydreamer – Le ali del sogno”, e soprattutto il suo protagonista Can Yaman, hanno acceso nel pubblico italiano una nuova passione, quella per le serie televisive made in Turchia. Ora è la volta di “Come sorelle”, che ha debuttato lo scorso 8 luglio su Canale 5 ed è diventata l’appuntamento del mercoledì sera dell’estate italiana. Composta da 8 puntate, la serie – il cui titolo originale è “Sevgili Geçmis” – è frutto del lavoro di Ýnci e Ýsmail Gündoðdu, produttori di successi come “Cherry Season” e “Bitter Sweet”, è stata girata a Smirne e trasmessa in Turchia dal 25 ottobre al 13 dicembre 2019, sul canale Star TV.
La storia è intricata sin dalle premesse: la bella Ipek Gencer (interpretata da Sevda Erginci) sta per sposare Tekin Malik, l’uomo che ha distrutto la sua famiglia impossessandosi di tutte le ricchezze del padre. Poco prima delle nozze, però, la donna riceve una lettera, che le rivela che sarebbe stata adottata e avrebbe due sorelle: la brillante dottoressa Deren Kutlu (interpretata da Melis Sezen) e la cantante Çilem Akan (Elifcan Ongurlar). Sconvolta dalla rivelazione, Ipek decide di invitarle al matrimonio per conoscerle e cercare così di far luce sul passato della loro famiglia.
Dopo una serie di vicissitudini e colpi di scena, le tre donne si vedono costrette a condividere l’una la vita dell’altra, facendo emergere le profonde diversità che le dividono ma anche le cose che le accomunano. Le tre sorelle, infatti, hanno storie e trascorsi molto diversi fra loro. Ipek, dopo essersi laureata, ha iniziato a lavorare per il potente Tekin (Yurdaer Okur) e, nonostante sia un uomo violento e senza scrupoli che ha rovinato la sua famiglia, ha accettato di sposarlo. Deren, la maggiore, cresciuta in una famiglia ricca, è intelligente, colta e gentile, mentre Çilem, la più piccola, nasconde un carattere forte dietro un aspetto mite e riservato. Ad appianare le loro diversità sarà il comune intento di scoprire la verità sulla loro famiglia di origine. Dopo aver condiviso un evento sconvolgente, infatti, si metteranno alla ricerca della loro madre naturale, la chiave di volta delle loro intricate vicende familiari. In “Come sorelle” ci sono tradimenti, colpi di scena, storie d’amore, addirittura un omicidio, tutti gli elementi fondanti, insomma, per un dramma che vi terrà incollati allo schermo.
Nel 2017, la Turchia era già il secondo Paese esportatore di serie tv nel mondo, subito dopo gli Stati Uniti. Secondo i dati del ministero turco di Cultura e Turismo, riportati dal Corriere della Sera, negli ultimi quindici anni sono state «150 le fiction partite da Istanbul dirette in oltre 100 Paesi, dove si sono dimostrate decisamente popolari, con un pubblico di 500 milioni di spettatori in Medio Oriente, Nord Africa, Europa, Asia e America Latina». Il governo turco si aspetta che entro il 2023 la vendita all’estero per i diritti di trasmissione delle "dizi", come si chiamano le serie turche, possa portare alla Turchia guadagni per l’equivalente di quasi un miliardo di euro. Un successo che non è diminuito ma che anzi è aumentato grazie al cambio di rotta avvenuto dal 2000 in poi.
Le serie di nuova generazione infatti sono molto diverse, per qualità e proposte, dagli sceneggiati melensi e un po’ amatoriali del passato. Al contrario, sono oggi realizzate con grande attenzione per l’aspetto estetico e per la colonna sonora, sono molto spesso corali e quindi piene di personaggi – per questo le si potrebbe definire senza sbagliare delle vere e proprie epiche –, e il più delle volte sono girate a Istanbul, protagonista al pari dei personaggi. Al centro della storia c’è quasi sempre un eroe senza macchia o una storia d’amore osteggiata, ma il fulcro di molte delle dizi è lo scontro tra i buoni valori della tradizione con la corruzione e i falsi valori del mondo moderno. Sono serie tradizionaliste ma non necessariamente bigotte, sebbene siano molto lontane dai canoni della televisione occidentale, soprattutto per quanto riguarda le scene di sesso o la rappresentazione Lgbtq+.
Del successo delle dizi ha parlato ampiamente la scrittrice Fatima Bhutto nel suo “New Kings of the World: Dispatches from Bollywood, Dizi, and K-Pop”, dove analizza il successo dei prodotti di cultura pop provenienti dall’Oriente, dai film di Bollywood alla musica pop coreana. In una recente intervista a La Repubblica, così Bhutto ha spiegato questo capovolgimento degli orizzonti creativi, che non vede più l’America e Hollywood come il fulcro del mondo dello spettacolo: «Se studiamo i successi di massa degli ultimi vent’anni, come “Fast and Furious”, i film sul terrorismo, o “Sex and the City” e simili, non troviamo nient'altro che uno sfrenato consumismo e materialismo divenuti ormai grotteschi. Aggiungiamo poi che le relazioni sentimentali e il sistema familiare sono sempre disfunzionali nella loro rappresentazione e non resta molto da poter vedere in compagnia di genitori o figli. Una delle frasi che ho sentito più spesso, mentre scrivevo “New Kings of the World”, in un villaggio peruviano o in un campo di profughi siriani, è che apprezzavano le serie tv asiatiche perché si potevano vedere in famiglia».
Inoltre, hanno il plus di avere nel loro cast volti che, nelle serie in lingua inglese, sono stati per lungo tempo stereotipati (il mediorientale terrorista, l’asiatico timido e secchione, l’indiano lavoratore) e di farsi portavoce di istanze e valori spesso ignorati dalle loro controparti occidentali. «Prendiamo una serie come “Friends” che può sembrare adatta ai minori, ma che invece in una cittadina nigeriana o pachistana non riflette minimamente come la gente vive e, cosa più importante, non riflette i fallimenti e le fatiche che gran parte del mondo deve affrontare», continua Bhutto, «Le aspirazione dei personaggi [di “Friends”, ndr] sono completamente aliene. Non devono fare fatica per sopravvivere, per avere vite nobili e piene di onore». Anche molti dei telespettatori occidentali, paradossalmente, trovano attraenti questi elementi delle dizi turche e dei k-drama (come si chiamano le serie tv coreane, che spopolano su Netflix). Che ci sia di nuovo voglia di romanticismo?