Cultura/Arte

Biennale di Istanbul: Tra arte e polemiche

12 settembre 2017 Marco Enrico Giacomelli&Arianna Testino/Artribune Foto: Marco Enrico Giacomelli/Artribune

ISTANBUL - È cominciata ufficialmente la stagione dell’arte 2017/2018. E inizia con una delle biennali più importanti al mondo, quella di Istanbul. Sono i giorni della preview per la stampa e qui trovate i dati principali e qualche riflessione. In attesa dell’intervista ai curatori di questa edizione, gli artisti Elmgreen & Dragset.
Istanbul stava diventando quella che Berlino era negli Anni Novanta. Stava diventando il centro dell’Europa – un’Europa allargata, ampia, inclusiva – dell’arte, della creatività. Aveva un potenziale enorme sostenuto da una storia altrettanto importante. Con enormi macchie, è vero – innanzitutto il genocidio armeno e la repressione del popolo curdo –, ma una strada laica che sembrava portare verso un futuro di autocritica e sviluppo nel senso più nobile del termine.
Poi tutto è crollato, quasi istantaneamente, almeno per chi osservava dall’esterno: che il padre-padrone del Paese, Recep Tayyip Erdogan, non fosse uno stinco di santo era palese, ma la forza innovatrice e progressista sembrava prevalere. Invece abbiamo assistito a un colpo di Stato e soprattutto a una reazione spropositata, che sta tuttora portando in carcere un’altissima percentuale di quadri dirigenti del Paese (altri seicento arresti si sono registrati giusto ieri), colpendo in ogni comparto, dal pubblico impiego all’esercito, dalle università alle professioni. Per non parlare di una situazione geopolitica complicatissima, nella quale le scelte della Turchia appaiono sempre più ambigue e pericolose, quando non diventano addirittura malcelate forme di estorsione.
In tutto questo, l’arte cosa c’entra? Moltissimo. Perché se è vero che fa una magra figura quando si mette in testa di poter cambiare il mondo in solitaria (leggasi Documenta 14), è altrettanto vero che non può fingere di essere avulsa dal contesto in cui opera. Anche se lo fa spesso, con fiere e biennali in luoghi in cui i diritti umani sono in fondo alla lista delle priorità.
Però qui si tratta della Biennale di Istanbul, ovvero di un appuntamento della massima importanza nel calendario internazionale. E qui si tratta della curatela affidata a una coppia di artisti, Elmgreen & Dragset, che hanno un ruolo importante nel “sistema dell’arte”, che hanno la responsabilità di essere fra gli ambasciatori di questo mondo.
Quando uscì la notizia della loro nomina e soprattutto del fatto che avevano accettato l’invito, qualche polemica ci fu. Nulla di rilevante, però. La situazione, tuttavia, è mutata rapidamente; intanto loro hanno tirato diritto, pressoché in silenzio.
Ora, sembra di assistere alla versione drammatica del tormentone di Nanni Moretti in Ecce bombo (1978): “Che dici vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto così, vicino a una finestra di profilo in controluce, voi mi fate: ‘Michele vieni in là con noi dai…’, e io: ‘Andate, andate, vi raggiungo dopo…’”. In altre parole: rifiuto l’invito e prendo una posizione netta, facendo un passo indietro e così rinunciando alla possibilità di incidere in qualche misura sulla situazione? Oppure accetto l’invito e mi espongo al rischio di trasformarmi in un normalizzatore, nella pedina di un gioco in cui l’obiettivo è mostrare come in Turchia non stia accadendo nulla di grave, tanto che la Biennale d’arte si svolge regolarmente?
Non stiamo qui a far la morale a nessuno. Ci poniamo delle domande. E intanto la nuova meta dell’arte, del design, dell’architettura di ricerca si è spostata velocemente e simbolicamente all’altro capo dell’Europa: a Lisbona.

In tutto questo, l’arte cosa c’entra? Moltissimo. Perché se è vero che fa una magra figura quando si mette in testa di poter cambiare il mondo in solitaria (leggasi Documenta 14), è altrettanto vero che non può fingere di essere avulsa dal contesto in cui opera”.

Tuttavia, almeno per i prossimi due mesi, i riflettori resteranno ben puntati su Istanbul, illuminando le scelte curatoriali dei due artisti e sottoponendo alla prova della realtà il loro “manifesto”: quaranta domande attorno a un tema ‒ a good neighbour ‒ che ben si inscrive nelle logiche collaborative e comunitarie evocate da Elmgreen & Dragset nelle linee guida di una biennale dichiaratasi vigile, almeno sulla carta, nei confronti della situazione geo-politica mondiale. Una lista di interrogativi sull’identità del buon vicinato nella percezione collettiva, che si presume possano trovare un ventaglio di risposte nell’opera dei 55 artisti coinvolti provenienti da 32 Paesi e dislocati in sei sedi espositive.
Una ventina di loro ‒ fra cui Volkan Aslan, Victor Leguy e Xiao Yu ‒ troveranno spazio al pianterreno dell’Istanbul Modern, il museo di arte moderna che fece il suo debutto come sede espositiva per il contemporaneo durante la Biennale del 2003. Adel Abdessemed, Monica Bonvicini, l’artista di origini cosentine Tatiana Trouvé e la “storica” Louise Bourgeois affolleranno, insieme ad altri sedici colleghi, gli ultimi piani del Pera Museum, la sede museale privata che custodisce tre ampie collezioni di manufatti, pitture e ceramiche di derivazione orientale e anatolica.
Si oltrepassano i confini del museo, ma si resta nella vicinanze dell’Istanbul Modern, con la sezione della rassegna allestita presso la Galata Greek Primary School, chiusa nel 2007 e da allora inserita nel circuito espositivo della Biennale di Istanbul: qui gli artisti saranno quindici e a ciascuno di loro verrà concesso uno spazio singolo tra le classi, le scale e il salone un tempo riservato ai balli. Qualche nome? Mark Dion, Olaf Metzel, Leander Schönweger e Ali Taptýk.
Sarà invece Mahmoud Khaled a occupare l’intera ARK Kültür, la dimora oggi convertita in luogo destinato a eventi artistici e culturali, situata nelle immediate vicinanze dell’Istanbul Modern e della Galata Greek Primary School. Anche lo Yoðunluk Artist Atelier aprirà le sue porte al pubblico, mostrando gli ambienti riprogettati dall’omonimo collettivo di artisti locali che hanno scelto come studio un ex appartamento nel quartiere di Beyoðlu, non distante dal Pera Museum. Infine, uno dei più antichi hammam di Istanbul, il Küçük Mustafa Paþa Hammam, farà da cornice agli interventi di Monica Bonvicini, Stephen G. Rhodes e Tuðçe Tuna, pensati per le due sezioni, maschile e femminile, in cui è suddiviso l’hammam.
A corollario della proposta espositiva, una serie di incontri, tavoli di discussione e workshop animeranno il Public Programme, gratuito e aperto a tutti, costruito attorno al tema portante della Biennale. Coordinato dall’artista Zeyno Pekünlü, il Public Programme includerà anche due simposi ‒ Chosen Families e Mutual Fate ‒ allestiti durate le settimane inaugurali e conclusive della kermesse e incentrati su argomenti caldi come la famiglia e le alternative all’imperante antropocentrismo. Fra gli ospiti, Shahrzad Mojab, Joseph Massad, Massimo de Angelis e Stavros Stavrides.
Numerosissimi gli eventi collaterali sparsi per la città turca, ispirati al tema del “buon vicinato” e alle complesse dinamiche della società contemporanea. Solo per fare qualche esempio, Protocinema espone la nuova opera video di Adrian Paci, Interregnum, una riflessione sul legame tra individuo e collettività, mentre gli spazi di Sevil Dolmaci parlano italiano con la personale di Loris Cecchini, Seed Syllables. Dal 13 al 27 settembre, svariate sedi, fra cui Contemporary Istanbul, SALT Galata e l’Istituto Italiano di Cultura accoglieranno la prima edizione del Mahalla Festival, dedicato alla questione migratoria affrontata da una prospettiva culturale e artistica. Sempre sul fronte nostrano, l’Istituto Italiano di Cultura accoglierà due conferenze, Rome in the 1960s: Forging the Language of Art & 1970s-1980s: Two Decades of Art in Rome, che darà voce a Lucilla Meloni, Daniela Lancioni e Passing through The Moon, in compagnia di Giorgio de Finis, e allo IED si parlerà di artisti con il talk NOT AN ARTIST – Discovering the Professions of Contemporary Art, condotto da Igor Zanti e Deniz Ova, Tamara Chalabi, Harun Elibolca.
Guardando oltreconfine, la Biennale di Istanbul ha già avviato un international billboard project che coinvolge differenti città del mondo, da Manchester a Sydney, da L’Avana a Delhi, attraverso l’esposizione di una raccolta di scatti del fotografo Lukas Wassmann, basati, ancora una volta, sull’identità del “good neighbour”. Ora spetta ai fatti dimostrare la solidità dell’impianto curatoriale ideato da Elmgreen & Dragset.