Cultura/Arte

450 anni fa l'assalto turco alla cittadina di Term oli

2 agosto 2016 primon numero.it

Ricorre in questi giorni il 450esimo anniversario dell’assalto turco alle coste molisane e all’incendio di Termoli da parte delle truppe guidate da Pialì Pascià. Per questo motivo il presidente dell’Archeoclub di Termoli, Oscar De Lena, ha voluto condividere una breve storia di quei fatti.

«Correva l’anno 1566….quando l’ammiraglio del sultano ottomano Solimano il Magnifico, Pialì Pascià (raffigurazione qui a sinistra) con una flotta che alcuni storici dicono formata da oltre 120 navi, scorrazzava nel mare Adriatico depredando e distruggendo diverse cittadine dislocate sulla costa, in modo particolare nel centro Italia.
A fine luglio, dopo un inutile assedio di Pescara ben difesa dai soldati aragonesi, il comandante Pialì Pascià ordinò ai suoi marinai l’invasione del litorale più a sud, privo di difesa. Era la mattina del 30 luglio quando settemila turchi sbarcarono alla foce del fiume Foro a sud di Francavilla con l’intento di rifornirsi di acqua e fare bottino. Francavilla al Mare fu messa a ferro e fuoco e fu trafugata l’arca d’argento con le reliquie di S.Franco. Il giorno dopo gli assalitori si spinsero fino a Ripa Teatina, Tollo e Ortona, saccheggiando, incendiando, facendo schiavi e lasciando morti dappertutto.
I turchi, non riuscendo ad assalire il Castello di Tollo a causa delle alte mura e di un buon numero di armigeri cristiani che li respinsero, si spostarono il 1 agosto verso Ortona dove proseguirono nei loro assalti e incendi facendo danni per oltre 2000 ducati. Alcune ore dopo entrarono a Vasto, dove furono distrutti 160 edifici tra cui molti conventi e la chiesa di Santa Maria Maggiore che fu devastata. I vastesi subirono danni per circa 10.000 ducati.
Tutte queste notizie, nel frattempo, erano arrivate alle orecchie degli abitanti del nostro Borgo Antico di Termoli che, in quel tempo, contava circa 1600 abitanti. Questi, raccolti i loro pochi averi, per mettersi in salvo, fuggirono nei paesi vicini e, in modo particolare, si rifugiarono a Guglionesi che era protetta da grandi mura.
Quando i turchi con le loro navi il 2 agosto arrivarono al largo di Termoli, l’assalirono e, quando si resero conto che la città era stata abbandonata, non trovando nulla da rubare, sfogarono la loro rabbia incendiando e distruggendo case, parte della Cattedrale e del Castello che subirono ingenti danni.
I turchi, dopo essere stati respinti anche a Guglionesi grazie al coraggio di un prete locale che aveva organizzato la difesa della città, tornarono verso Termoli. Nei pressi della Madonn’a llunghe dopo aver incendiato un piccolo monastero dei frati cappuccini costruito solo qualche anno prima, si scontrarono con alcuni eroici e valorosi giovani termolesi e sangiacomesi che li costrinsero a fuggire per tornare verso le loro navi ormeggiate nel mare antistante il borgo.
Da quel giorno, per ringraziare la Madonna che aveva aiutato quei valorosi eroi locali a far fuggire i turchi, la chiesetta prese il nome di Maria Santissima della Vittoria in Valentino.
I turchi decisero allora di abbandonare Termoli per proseguire verso le isole Tremiti meta principale di queste loro incursioni ma, prima di allontanarsi, videro una grande campana sugli scogli nelle vicinanze dove oggi c’è la scala a chiocciola nel piazzale del porto.
La leggenda vuole che la campana era stata posta su uno scoglio a contatto con il mare perché, quando i pescatori che abitavano nelle loro piccole e povere casette del borgo, la sentivano suonare nelle prime ore del giorno quando era ancora buio, voleva dire che il mare era agitato e quindi non si poteva andare a pesca e restavano così nel caldo dei loro letti.
Dopo avere prelevata la campana e deposta nel loro caicco una loro piccola nave, i marinai turchi si accorsero che la loro barca non si muoveva. Capirono che c’era qualcosa di magico in quella campana, si impaurirono, la sollevarono e la buttarono a mare.
Ancora oggi quando i nostri marinai raccontano ai loro nipotini questa leggenda, la concludono dicendo che quando c’è cattivo tempo e il mare è agitato, porgendo l’orecchio verso la superficie del mare, si sente ancora il din don di quella antica campana divenuta oggi una grande tana per i pesci».