Cultura/Arte

Il romanzo di Eusebio Agrippa, un libro affascinante

domenica 2 luglio 2017 Turchia Oggi Foto: Bolis Edizioni

ROMA - Immersi per alcune ore nella piacevole lettura dell’ultima fatica di Dora Liguori,“Il romanzo di Eusebio Agrippa”, ci è venuta spontanea una riflessione: se mai valesse la pena, da parte della scrittrice, spendere tre anni di lavoro per documentasi al meglio su uno dei periodi più interessanti della storia di Roma antica, quella che va dalla morte di Giulio Cesare a quella di Nerone e che racchiude la dinastia Giulio-Claudia.
Cui prodest? – aggiungiamo, considerato che viviamo ormai da tempo in una società sempre più coatta e cafonal e nella quale l’unico interesse è dato esclusivamente dal calcio, dalle novità in tema di ipod e iphone, da rockstar e quant’altro.
La risposta non può essere che una: sì, ne valeva la pena.
Ne valeva la pena perché Dora Liguori – artista sensibilissima e soprattutto molto precisa nella ricostruzione dei fatti – ci ha riportato indietro nel tempo, ai banchi di scuola, quando professori emeriti ci insegnavano la storia parlando ora in latino ora in greco. E così la memoria, sbiadita dagli anni, poco a poco si è risvegliata ed ecco passarci davanti le immagini di Ottaviano e Tiberio, di Caligola e Claudio, di Nerone. E - a fianco a loro – quelle di Germanico, Pisone, Caio Silio, Macronio, Seiano, Tigellino. Per non parlare poi delle figure femminili, di primo piano. E tali non potevano che essere; donne come Livia, Agrippina, Messalina, Agripinilla, Poppea che fecero dell’intrigo e degli imbrogli la loro ragion d’essere per il raggiungimento del loro unico obiettivo: il potere.
Tutti personaggi – gli uni e le altre - che nel libro di Dora Liguori hanno - come unico filo conduttore dell’insieme - Eusebio Agrippa, l’uomo che racconta e che, prendendoci per mano, (un po’ come faceva Shakespeare nel suo teatro), ci fa rivivere quel periodo della prima Roma imperiale, fatto di congiure e di vendette, di passioni sfrenate e di sangue, ma anche di conquiste militari, di importanti iniziative, di creatività nel senso più esteso della parola (vedi le arti).
Eusebio Agrippa, è figlio di Athenodoros il greco, segretario e contabile di Marco Vipsanio Agrippa che fu grande condottiero, architetto e, assieme a Mecenate, tra gli aristocratici più influenti sotto l’imperatore Ottaviano. Il racconto che Eusebio fa di sé stesso, dal giorno della sua nascita fino al giorno in cui chiuse gli occhi nei pressi del Golgota, è una sorta di confessione. Ne esce fuori un uomo in fondo tormentato, geloso, mai completamente sicuro di sé, se non quando quel travaglio interiore, che lo aveva accompagnato per buona parte della sua vita, si risolse alla fine nella Luce del figlio di Dio: Yeshu’a.
Francamente a noi, cattolici ma di una fede molto sbiadita, poco importa quel peregrinare spirituale di Eusebio, quel suo aprirsi al cristianesimo; processo che del resto all’inizio fu lento ed incerto e che tanto ci ricorda la metamorfosi di Sant’Agostino. A noi piace di più l’altro Eusebio, il cronista di corte che puntigliosamente annota tutto, come si addice ad un bravo contabile; che alza il velo sulle crudeltà dell’essere umano, sulla sua ferocia e malvagità; che da bravo reporter ci descrive come si possono togliere di mezzo persone scomode con il veleno o con altri mezzi.
Qui Dora Liguori offre il meglio della sua esperienza di scrittrice. Il taglio è asciutto, lo stile avvincente, in particolare sia quando descrive la tragica fine del generale Germanico Giulio Cesare fatto eliminare ad Antiochia (Anatolia sud-orientale) da Calpurnio Pisone, sia quando affronta due processi “infami” destinati a marchiare per viltà, l’uno l’imperatore Tiberio, l’altro il prefetto della Giudea Ponzio Pilato.
Fermiamoci per un attimo a questi ultimi, il processo a Caio Silio ed il processo a Gesù. Sembra di assistere alla serie televisiva “Law & Order” là dove l’accusa esce sempre vincitrice. La difesa degli imputati infatti – nonostante non ci siano prove concrete di colpevolezza – serve a ben poco quando le sentenze sono state scritte in partenza. Le purghe staliniane ne sono un esempio.
Caio Silio, pur essendo uscito vincitore nelle Gallie sul ribelle Sacroviro, era inviso al capo dei pretoriani Lucio Elio Seiano, anima nera dell’imperatore Tiberio e quanto bastava. Il fatto che l'imputato fosse poi un sospetto esponente del cosidetto “partito di Agrippina” vedova del defunto Germanico, aggravava la sua posizione. Silio non avrà scampo ed a nulla servirà l’abilità forense del giovane avvocato Giunio Lepido. Dovrà togliersi la vita. Contro un’accusa di “lesa maestà c’era poco da argomentare. Come sempre però la malvagità si paga. Anche Seiano – che tra l’altro aveva allungato i suoi tentacoli nella pacifica colonia di Pisaurum (una stele sopra un acquedotto ne ricorda il nome) - farà una brutta fine.
Ne migliore fu il destino di Pilato, suicida a Vienne nelle Gallie dove era stato confinato dall’imperatore Caligola. Chissà, forse il prefetto, che si era voluto lavare le mani per non macchiarsi del sangue del Nazareno, col senno del poi avrà avuto qualche rimorso. O forse i motivi saranno stati altri. Per noi – che vediamo la storia in modo pragmatico - Pilato in quel frangente, davanti ad una folla tumultuosa sobillata dai seguaci del sommo sacerdote Caifa e che si faceva sempre più pericolosa, non aveva altra scelta in quel momento se non sacrificare il presunto colpevole, pur ritenendolo innocente. La ragion di Stato.
Il processo a Gesù è servito a Dora Liguori per aprire il capitolo cristianesimo, la nuova religione di quei tempi che inizialmente era stata accolta dai primi imperatori come una delle tante che si professavano dentro e fuori Roma. Una religione che parlava di amore, di pietà, di aiuto ai poveri e di tante altre belle cose; che, tutto sommato, non andava ad urtare più tanto la Corte dove queste virtù non si sapeva nemmeno cosa fossero. Semmai quello che l’Impero non poteva permettere erano i continui scontri tra i cristiani ebrei e gli ebrei zeloti per cui Caligola alla fine li bandì entrambi. Poi ci fu il caso del famoso incendio che divampò per nove giorni e distrusse ben 14 quartieri su diciassette. Se ne dette la colpa a Nerone. Ettore Petrolini nel 1917 ne ricavò una satira (“Domani Roma rinascerà più bella e superba di pria”), il regista Mervyn LeRoy ne fece nel 1951 “Quo Vadis”, un brutto film dove Nerone era interpretato da un Peter Ustinov più che altro buffone, ripreso - mentre le fiamme avvolgono la città - a suonare la cetra. Americanate!
No, Nerone non c’entrava affatto con l’incendio. Si trovava ad Anzio a riposare. Ma accorse subito a Roma e si dette anzi da fare per predisporre le operazioni di soccorso. Che poi fossero stati i cristiani o gli ebrei ad appiccare il fuoco interessa relativamente; fatto sta che all’imperatore, il malevolo Tigellino parlò di una setta. Quanto bastava perché scattasse la “rappresaglia”; a pagare furono in trecento, tra cui San Paolo e San Pietro.
Una sorta di revisionismo storico ad onor del vero fa giustizia di questo imperatore che proprio del tutto sano di mente non era ma il cui nome è legato invece ad una buona amministrazione avendo dato prova fin dall’investitura di avere attitudine al comando. La riabilitazione di Nerone, a nostro avviso, dovrebbe andare di pari passo con quella di Caligola ma non tutti ne sono convinti. Ad ogni modo nella sintesi “semiseria” della dinastia Giulio-Claudia”, Dora Liguori si sforza di inculcarci – a noi poveri profani - qualche dato in più, per illuminarci appunto sui buoni e sui cattivi.
Il romanzo è bello e scorre bene. Nella sua presentazione – avvenuta recentemente nella Sala del Cenacolo della Camera dei Deputati – il prof.Salvatore Sfrecola (fine giurista, già presidente di sezione della Corte dei Conti) ha parlato di un libro che va letto e riletto proprio per comprendere cosa sia stato, per la cultura e il diritto, il mondo romano. Lo hanno compreso più di altri i cinesi che tra i vari studi, includono anche il latino. Quando questo scomparirà dalle nostre scuole – ha aggiunto malinconicamente Dora Liguori  a conclusione del suo intervento – sarà la fine della civiltà. Ne siamo convinti
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Dora Liguori: “Il romanzo di Eusebio Agrippa. Da Roma al Golgota”
Bolis Edizioni. Pagg. 366  14.80 euro

Dora Liguori, scrittrice, musicista, già presidente del Consiglio Nazionale per l’Alta Formazione Artistica e Musicale, è segretario generale dell’Unione degli Artisti. Studiosa delle problematiche, legate all’arte e agli artisti, dirige due testate di settore.