Cronaca

Il nuovo Ghandi e la marcia non violenta

4 luglio 2017 Paola Pintus/Tiscali.it Foto: globalist syndication

ISTANBUL - E' iniziata il 15 giugno, quasi in sordina: appena un migliaio di partecipanti alla partenza da Ankara. E' cresciuta tappa dopo tappa, raccogliendo sempre maggiori consensi lungo il percorso: fra applausi, strette di mano, petali di rosa lanciati dalle finestre, musiche e danze popolari. Ora, a metà circa del percorso, è arrivata a contare dai trenta ai cinquantamila partecipanti. E all’arrivo, ad Istanbul, potrebbero essere quasi un milione.
La Marcia per i Diritti e la giustizia che sta attraversando la Turchia lungo un percorso di 450 chilometri è un evento straordinario, pacifico e non violento che, sotto la guida del mite Kemal Kilicdaroglu leader del Partito Repubblicano del Popolo (Chp), il più antico partito all’opposizione in Turchia, sta sfidando senza armi e senza carri armati il regime autoritario di Erdogan e il suo sistema di repressione. L’idea della marcia è nata dopo la condanna a 25 anni di carcere del numero due del Chp, il parlamentare Enis Berberoglu, rinchiuso nel carcere di Maltepe a Istanbul dopo essere stato accusato, quando ancora era direttore del quotidiano Hurriyet, di aver passato ai giornalisti Can Dundar ed Erdem Gul le immagini "esplosive" dei camion di armi e munizioni fatti transitare dai servizi turchi alla volta di islamisti siriani, dal confine con la Siria nel 2014.
Tappa dopo tappa la Marcia sta assumendo le sembianze di una rivoluzione pacifica e non violenta, che si sta rivelando inarrestabile. La forza di questo movimento, che sin dall'inizio ha rifiutato di assumere una connotazione "di bandiera" è quella di aver rifiutato ogni etichetta di partito per abbracciare la sofferenza di un popolo intero. Una grande mobilitazione democratica, di carattere civile prima ancora che politico, che chiede a gran voce il ritorno allo Stato di diritto e ai diritti per tutti sotto il motto “Adalet”, giustizia. A seguirla, passo dopo passo fino alla tappa finale di Maltepe, c’è il giornalista italiano di Radio Radicale, Mariano Giustino. Lo abbiamo raggiunto al telefono durante una sosta del viaggio, per farci spiegare cosa sta succedendo in questo momento in Turchia.

Giustino, la marcia quando è iniziata e con quale scopo?
"E’ iniziata il 15 giugno scorso a seguito della condanna a 25 anni di carcere del vicepresidente del partito repubblicano del popolo Enis Berberoglu. In quel momento il capo del partito, Kýlýçdaroðlu ha indetto la grande marcia per la giustizia e per i diritti di tutti, decidendo che non dovesse essere solo per Berberolu, ma a tutte le vittime dello stato di emergenza in Turchia: circa un milione se consideriamo anche le famiglie delle persone che sono state licenziate dalla pubblica amministrazione, dall’esercito, dalla magistratura, dalle università e dai vari ministeri. Un’epurazione di massa avvenuta all’indomani del colpo di stato del 15 luglio che Kýlýçdaroðlu definisce un “controllato” , mentre il colpo di stato vero e proprio sarebbe arrivato il 25, con l'instaurazione dello stato di emergenza e delle restrizioni alla libertà civili e alla libera informazione. A seguito dell’introduzione dello stato di emergenza, prolungato di 3 mesi in 3 mesi fino ad ora si è prodotta in Turchia un’ingiustizia spaventosa".
"Le parole d’ordine della marcia sono Diritto, Legge, Giustizia (Hak, Hukuk, Adalet), quindi: per lo stato di diritto, per i diritti di tutti, senza eccezione alcuna. L'obbiettivo dichiarato è il ritorno alla democrazia e alla centralità delle funzioni del Parlamento, usurpate da un uomo solo al comando".

E’ un’ obbiettivo perseguibile anche alla luce della recente riforma costituzionale che ha segnato una svolta autoritaria di fatto?
"L’opposizione turca,  schierata per il no ha respinto la riforma costituzionale in senso presidenziale e non ha mai riconosciuto il risultato uscito dalle urne il 16 aprile scorso perché è frutto di brogli. Anche lo svolgimento della campagna referendaria è stato anomalo, con l’opposizione costantemente intimorita e minacciata quindi ostacolata nel far conoscere le proprie posizioni. Ma lo stesso giorno del referendum è successo qualcosa che è stato denunciato anche dagli osservatori dell’Osce: ovvero il cambiamento delle regole del gioco a gioco iniziato. Il Consiglio supremo elettorale aveva cambiato durante lo scrutinio la propria stessa legge convalidando 2 milioni  e 500 mila schede che non erano state vidimate precedentemente e questo ha scatenato le proteste dell’opposizione che non ha riconosciuto il voto ha tentato anche di sollevare la questione davanti alla Corte Costituzionale turca. 
Davanti a tutto questo Kýlýçdaroðlu ha deciso di dire basta, e dopo numerosi tentativi "istituzionali" di opporsi allo stato di emergenza, ha deciso d portare avanti un' azione di disobbedienza civile, pacifica e non violenta, che ricorda molto da vicino la marcia del sale di Gandhi in India. La forza e la grande intuizione di Kýlýçdaroðlu è nella volontà di unire il paese, salvagualdarne l’integrità e riconoscerne tutte le diversità, attraverso il riconoscimento delle sofferenze di tutto il popolo turco. Per questo parla di diritti di tutti e per tutti. E parla del prossimo arrivo a Maltepe il 9 luglio come un punto di inizio, non di approdo: perché la lotta pacifica non violenta continuerà in altre forme. Sit in, disobbedienza civile, iniziative civili per contrastare l’ingiustizia. L’obbiettivo finale è adalet: cercare la giustizia".
"Un primo risultato è stato già ottenuto- continua Giustino- "Quello di aver portato sotto gli occhi dell’opinione pubblica internazionale il dramma della Turchia con 160 mila persone licenziate, 50 mila arrestate, 10000 accademici espulsi degli Atenei, 13 parlamentari in galera, migliaia di sindaci destituiti dal loro incarico".

Quante persone stanno partecipando alla marcia e che riscontro sta avendo tappa dopo tappa?
"Al momento si sta delineando un vero e proprio trionfo. La marcia sta crescendo come una palla di neve. E’ partita con un migliaio di persone da Ankara e si è accresciuta arricchendosi di tantissimi colori, con la partecipazione di persone provenienti da diversi strati sociali, diversi ruoli, diverse età. Si trova dall’operaio al libero professionista, dagli avvocati agli imprenditori, ai politici, alle tante  organizzazioni della società civile: quelle umanitarie, quelle per i diritti delle donne, quelle ambientaliste. Ora sono oltre 30 mila le persone che stanno marciando e gli organizzatori dicono che saranno oltre un milione all’arrivo ad Istanbul. Lungo il percorso Kýlýçdaroðlu sta riscuotendo grande successo, le persone accorrono dai villaggi a salutarlo a gridare l'unico slogan della marcia, in cui tutti si riconoscono al di là delle appartenenze religiose o di partito. Queste sono le uniche parole catartiche che ascoltiamo lungo tutto il percorso".

Riuscirà questa grande anima laica a smuovere anche l’anima religiosa non oltranzista, moderata del Paese?
"Non porrei la questione sotto l’aspetto laico-religioso perché non è nello spirito della marcia. Non è una marcia di laici contro religiosi tant’è che partecipano anche donne velate, credenti mussulmani,  ma anche curdi, aleviti eccetera. E’ semplicemente lo scontro tra la democrazia, lo stato di diritto e l’autoritarismo del governo dell’Akp incarnato dal presidente Erdogan che pretende di liberarsi di tutti gli oppositori perpetrando delle palesi ingiustizie. La Turchia si sta svegliando".

Ci sono dei rischi per i partecipanti alla manifestazione?
"I rischi ci sono. Quello maggiore è che arrivati ad Istambul la marcia possa essere attaccata dai sostenitori del governo, perché il linguaggio usato, le espressioni di condanna usate da Erdogan sono effettivamente molto dure: ha paragonato questa marcia al tentativo di colpo di Stato fatto il 15 luglio scorso con F16 e carri armati. Accusa i marciatori di parlare di giustizia ma di non rispettare l’indipendenza della magistratura, accusa Kýlýçdaroðlu di essere al servizio di circoli stranieri internazionali che hanno l’obbiettivo di rovesciare Erdogan e di portarlo davanti a una corte internazionale. E’una tattica già vista: accusare gli oppositori di essere vicini ai terroristi, ma stavolta difficilmente funzionerà".
"Questa marcia ha un consenso molto vasto anche stando a recenti sondaggi. Ci sarebbero addirittura correnti dell’AKP, il partito di governo, che non sarebbero ostili alla marcia. I giornali filogovernativi continuano a diffondere appelli minacciosi chiedendo di fermare la marcia prima che entri a Istambul. Ma è difficile perché è affollata di bambini, giovani, anziani, dunque c’è da augurarsi che non si arriverà a una provocazione di questo generre e del resto il movimento è completamente pacifico ed è stato educato a non rispondere alle provocazioni. Ai manifestanti sono stati distribuiti volantini con un codice di comportamento in 12 punti: non rispondere alle violenze, sorridere sempre, applaudire, fare solo riferimento all’unico slogan della manifestazione, "Adalet", Giustizia.