Cronaca

Ankara sogna l'autarchia militare

martedì 31 maggio 2017 Sergio Flore/L'Indro Foto: L'Indro

ISTANBUL - La via per lo status – vero o percepito – di grande Potenza passa per la canna del fucile. Lo sa bene la Turchia di Erdogan, ormai sempre più decisa sulla strada per diventare un giocatore di prim’ordine nello scenario siriano e mediorientale.
Con la ‘rottura’ con gli europei, e la recente visita negli Stati Uniti di Donald Trump – considerata dai più un flop diplomatico – i turchi perdono quelli che fino a poco fa erano stati, specialmente per quanto riguarda la difesa, i principali partner del Paese.
Per diverso tempo la Turchia ha tentato di estendere i suoi orizzonti diplomatici, cercando di ottenere un contratto vantaggioso con delle compagnie cinesi per la fornitura di un sistema missilistico difensivo all’avanguarda. Era il 2013 quando però fallì l’accordo che avrebbe dato ai turchi il sistema ‘T-Loramids’, dal valore di 3 miliardi di dollari. Il fallimento venne imputato all’Alleanza Atlantica e ai rapporti ‘privilegiati’ con l’Occidente, che fece prevalere gli interessi di Boeing, Eurosam, Lookheed Martin e del resto dell’apparato industriale-militare statunitense e europeo.
Ankara non si arrese, e preparò le contrattazioni con un altro fornitore non esattamente ben visto a Washington: la Russia. «La Turchia ha certamente bisogno di un sistema di difesa missilistica e ha dato inizioa un programma per iniziare la produzione domestica. Abbiamo negoziato con diverse nazioni per soddisfare i nostri bisogni nazionali e sembra che la Russia sia il partner più adatto per esaudire le nostre richieste al momento»: così si era pronunciato Fikri Isik, Ministro della Difesa di Ankara, in merito alla vendita del sistema di difesa antiaerea russo S-400.
Sembra che Ankara e Mosca siano a pochi passi dal completamento dell’accordo – restano solo pochi dettagli tecnici da discutere -, che consegnerà un formidabile strumento militare nella mani di Erdogan: l’S-400 è in grado di abbattere missili, droni e veivoli a 400km di distanza, ed è usato anche da Iran e Cina. Il suo unico difetto sembra essere la difficoltà di integrazione nel resto dell’equipaggiamento Nato, standardizzato per funzionare all’interno del sistema di armamenti ‘Made in the West’. Un problema minore, vista la svolta geopolitica che la Turchia sta affrontando.
Si tratta dunque di un brusco e opportunistico cambio di partner? Non proprio. Il progetto di Ankara sembra essere persino più ambizioso. Uno dei principali motivi che ingolfano i negoziati con i russi per l’acquisto degli S-400 è la possibilità di produzione congiunta degli armamenti. Il Ministro Isik ha affermato che «il nostro obiettivo principale, contro il quale nessuno può parlare, è quello di produrre da noi i componenti per un sistema di difesa aerea. Abbiamo iniziato seri lavori in questa direzione».
La Turchia – il Paese europeo della Nato militarmente più potente, e il secondo esercito più grande del Medioriente dopo quello dell’Iran – mira dunque a sviluppare ulteriormente la sua industria bellica nazionale, puntando a slegarsi quanto più possibile da scomode ‘dipendenze’ – occidentali o meno. Forse Mosca lo ha intuito prima di altri: non si spiegherebbe altrimenti il motivo per cui i russi dovrebbero vendere armamenti all’avanguardia a un importantissimo Paese della Nato. Ma si sa, quando si tratta di favorire lo sviluppo di un mondo diplomaticamente multipolare, il pragmatico Cremlino non disdegna alleanze con nessuno.
Proprio poche settimane fa ha avuto luogo l’International Defense Industry Fair (Idef) di Tuyap, una sorta di esposizione bellica patrocinata dal Governo di Ankara che comprende i migliori armamenti di terra, aria, mare e spazio dai Paesi Nato e dell’Eurasia. L’esposizione, che ha contato più di 50.000 visitatori, comprendeva una grossissima quantità di materiale bellico prodotto in Turchia. Il tentativo di una sorti di ‘autarchia militare’ non è passato inosservato.
Burak Bekdil, per il think tank israeliano Begin-Sadat Center (Besa), ha impietosamente ricordato come un ex-diplomatico americano avesse in passato definito le ambizioni militari turche nella regione come –tradotto a grandi linee-«una Rover con ambizioni da Rolls-Royce». Tuttavia, con l’Idef di quest’anno, Ankara ha trasformato «un’esposizione in cui i turchi erano semplicemente i compratori» in uno show gestito e guidato da loro, nota Bekdil. Gli armamenti di produzione turca sono passati dal coprire un mero 25% del fabbisogno dell’esercito a un impressionante 60% in dieci anni. Anche le esportazioni sono aumentate (1.7 miliardi di dollari lo scorso anno).
Ad ogni modo, sebbene i risultati di una lunga politica di ammodernamento e militarizzazione (che Bekdil ritiene radicata nello storico complesso d’inferiorità di un Paese che ha da tempo perso lo status di potenza imperiale) siano effettivamente evidenti, il ‘100% made in Turkey’ che il Governo vanta sembra essere uno slogan frutto di esagerazioni più che una reale statistica: stando al report del Besa solo il 60% degli armamenti navali sarebbe prodotto completamente in Turchia (i motori, per esempio, sono tutti d’importazione). Lo stesso si può dire dei droni turchi e dell’aviazione militari.
Nonostante gli indubbi progressi, le compagnie turche effettivamente presenti sul mercato internazionale sarebbero inoltre decisamente poche se si considera il peso importante dell’economia del Paese (tra le 100 compagnie di difesa più grandi del mondo solo 2 sono turche), e la maggior parte dei loro introiti provenienti da clienti stranieri è dovuta a rapporti di amicizia con Stati come Il Pakistan, Indonesia e Malesia, più che alla reale capacità di competere di un’industria che ancora deve farsi strada sgomitando per ritagliarsi il suo spazio sulla scena internazionale.