Cronaca

Kirkuk non sarà mai curda

1 aprile 2017 Giampiero Venturi/Difesa online Foto: ilGiornale

ROMA - Il ministro degli esteri turco Mevlut Cavosoglu ha parlato chiaro: i curdi non potranno mai issare bandiera su Kirkuk, la città del nord Iraq contesa fra Kurdistan e comunità turcomanna.
Le dichiarazioni avvengono all’indomani della decisione delle autorità locali di voler inglobare l’importante centro petrolifero all’interno della regione autonoma curda. Anche il governo centrale di Baghdad presieduto dallo sciita Al-Abadi si oppone alla decisione, ma cerca di evitare lo scontro aperto con i curdi, finora alleati nella lotta all’Isis in Iraq.
La Turchia non intende cedere, con la motivazione ufficiale che l’equilibrio etnico della regione non può essere modificato senza correre il rischio di innescare ulteriori focolai di tensione.
Kirkuk contende a Mosul il terzo posto tra le città dell’Iraq ed è il centro del più grande bacino petrolifero del Paese. La sua popolazione è un mix di curdi, arabi e turcomanni ma nelle mappe del revanscismo turco appartiene all’Impero Ottomano, i cui propositi sono stati risvegliati dal Presidente Erdogan in modo nemmeno troppo velato.
La presa di posizione di Cavosoglu, ministro molto attivo nel panorama diplomatico internazionale (fu lui ad essere respinto dall’Olanda alla vigilia delle elezioni, nda) mostra tutti i nodi della partita irachena che dietro alla guerra all’Isis stanno venendo al pettine. Ankara fa la voce grossa perché spaventata dalla possibilità di una reale indipendenza e di un allargamento del Kurdistan iracheno. Truppe turche sono a ridosso e all’interno del confine iracheno da mesi, pronte a intervenire come già successo in Siria.
La difficoltà di immaginare un futuro stabile per l’Iraq dopo la capitolazione dello Stato Islamico è anche una delle cause del ristagno dell’offensiva della Coalizione anti-Isis sul fronte di Mosul. Nonostante i progressi, l’operazione nel nord Iraq è entrata nel sesto mese e le polemiche tra alleati sono all’ordine del giorno. Per smentire le accuse di eccessivo indugio, lo stesso generale americano Votel, comandante del Centcom e responsabile per le operazioni in Iraq è dovuto intervenire personalmente.
I turchi si trovano davanti all’ennesima scelta forte all’interno della crisi siro-irachena. In fibrillazione per gli esiti della campagna contro il Califfato in Iraq, in Siria sono stati costretti all’ennesimo aggiustamento in corsa. L’operazione Scudo dell’Eufrate è ufficiosamente finita da metà marzo. Nonostante Erdogan avesse affermato che le forze turche sarebbero arrivate a Raqqa, l’esercito di Ankara e i suoi alleati si sono fermati ad Al Bab. La rapida e non prevista avanzata delle truppe siriane ha tagliato la strada ai turchi verso sud, creando qualche malumore. La mediazione russa ha finora evitato che siriani e turchi arrivassero allo scontro su vasta scala.
La Turchia però non ha per il momento nessun intenzione di rinunciare alla sua fetta di Siria. Migliaia di miliziani integrati finora nell’operazione Scudo dell’Eufrate, tra cui molti del Free Syrian Army rimesso in piedi da Ankara, si stanno spostando dalle piane ad est di Aleppo alla Siria nordoccidentale dove sono pronte a riprendere i combattimenti contro le forze di Assad. Non a caso è ripreso incessante il bombardamento delle forze aeree russe contro i ribelli jihadisti proprio nell’area compresa tra il Governatorato di Latakia e quello di Idlib.
La risposta della Turchia alla nuova linea americana, più morbida verso Assad, definirà la temperatura della crisi siriana nei prossimi mesi e la durata della guerra.