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Leggere Ankara...

10 giugno 2017 Carlo Ossola/Il Sole 24 Ore Foto: Il Sole 24 Ore

ANKARA - Anatolia, «Anatolh». L’oriente ove sorge l’astro; e anche l’«Ecce vir Oriens nomen eius» (Zaccaria, VI, 12), l’aurora della promessa e della salvezza. Vengo qui con in mente una geografia antica e mai spenta: Lidia, Frigia e Panfilia, le Lettere di San Paolo agli Efesini e ai Colossesi, e poi – proprio al centro dell’Anatolia – la Galazia della Lettera ai Galati, e della capitale romana Ancyra.
In quelle terre è la continuità della koinè greca e la culla del primo cristianesimo, dei viaggi di San Paolo e della luminosa liberazione della “religione delle genti” da caratteristiche etniche rituali come la circoncisione: «Quattordici anni dopo, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Bàrnaba, portando con me anche Tito […]. Esposi loro il Vangelo che io annuncio tra le genti […]. Ora neppure Tito, che era con me, benché fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere; e questo contro i falsi fratelli intrusi, i quali si erano infiltrati a spiare la nostra libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi; ma a loro non cedemmo, non sottomettendoci neppure per un istante, perché la verità del Vangelo continuasse a rimanere salda tra voi. […] Anzi, visto che a me era stato affidato il vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi […] diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi. Soltanto ci pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono sempre preoccupato di fare» (Galati, II, 1-10; una lettera che è la prima vera autobiografia di un cristiano).
E poi ancora un poco più a Oriente la Cappadocia, quella dei grandi padri del IV secolo che hanno fondato il cristianesimo d’Oriente: Basilio Magno, Gregorio di Nissa e Gregorio di Nazianzo, del quale basterebbe ricordare l’inno creaturale del quotidiano liberato nel sempre: «Mangio, dormo, riposo e cammino / mi ammalo e guarisco / sono preda di desideri e sofferenze. / Godo del sole e di ogni frutto della terra / e presto morirò diventando polvere / come la polvere di ogni creatura. / Ma tu sei il mio Dio ora e oltre la morte / tu sei il Vivente e io vivo e vivrò in te» (Gregorio di Nazianzo, Creatura).
Turchia è nome recente: l’Anatolia di Efeso, Smirne, Pergamo, Laodicea, è quella delle origini e dell’Apocalisse, delle «sette chiese» della visione ultima nella quale l’Agnello spezzerà i sette sigilli (Apoc., I-VI). Ma è anche la culla di Roma: il «monumentum ancyranum» conserva le Res gestae divi Augusti; ad Ankara troviamo lo scrigno lapideo della storia di Roma nel suo massimo splendore augusteo. Ho preparato il viaggio con John Scheid (che ha pubblicato il «monumentum») e con Fabrizio Pennacchietti, che conosce ogni metamorfosi e traccia latente di quelle lontane chiese, sino alle propaggini dei Pauliciani negli odierni Aleviti di Turchia.
Le iscrizioni testamentarie di Augusto dovevano trovarsi davanti al suo mausoleo a Roma; oggi non sono più reperibili, ma esistono le copie inviate nelle province; sopravvivono quelle di Ancyra (Ankara), Apollonia di Pisidia (Uluborlu) e di Antiochia di Pisidia (Yalvaç), tutte in Anatolia: le sue res gestae sono leggibili laggiù, sulle pareti di una moschea di Ankara. Apprendiamo ciò che Augusto narra di sé: «Ho fatto guerre per terra e per mare, civili ed esterne in tutto l’orbe della terra; e dopo le vittorie ho preferito perdonare che estinguere chi chiedesse grazia. […] Sono stato salutato 21 volte con il titolo di imperator. […]. Nei miei trionfi, nove re o figli di re sono stati tratti davanti al mio carro […]»: potenza, magnanimità, rispetto di tutte le magistrature, pure in sé cumulate in modo distinto e disgiunto. Ma già si percepisce avanzare sulla scena la plebe di Roma, il ventre di Roma, che sarà motivo di trionfo e rovina di tanti successivi imperatori: «Alla plebe di Roma ho conferito trecento sesterzi a testa (viritim), in esecuzione del testamento di mio padre, e a titolo mio, ho distribuito – nel mio quinto consolato [29 a.C.] – quattrocento sesterzi tratti dal bottino di guerra. Una seconda volta, durante il mio decimo consolato [24 a.C.] ho elargito, dal mio patrimonio, quattrocento sesterzi a testa a titolo di congiario [cioè distribuzione gratuita di derrate]»; e così ancora nell’undicesimo e tredicesimo consolato… Ah, eterna Roma d’Augusto!
Anatolia delle nostre radici, viene da te – in una copia marmorea romana – il Galata morente (ora ai Musei capitolini), probabilmente dal Donario di Attalo a Pergamo, scoperto all’inizio del XVII secolo negli scavi di Villa Ludovisi, che sarà il modello del patetico eroico, con il gruppo del Laocoonte vaticano, per l’età barocca e romantica. Certo nell’Ankara di oggi, contemplando dalla ciclopica Moschea di Kocatepe quel che resta del tempio di Augusto e della dea Roma, questo lascito pare come un “Galata morente”, mentre avanzano nuove dittature e Anatolia prende un volto che non sembra più il suo; ma la dittatura più grave è quella dell’oblìo, che dà alla verità un solo volto frontale e non la circonda con lo sguardo che abbraccia. Da queste terre veniva, nel Medioevo, Yunus Emre; egli ci ha lasciato questa traccia per cercare con l’occhio del cuore: «Non conobbero il significato della Verità con la legge canonica, / Con questa ipocrisia i saggi non sono rinati. / La Verità è un mare, la legge canonica è la sua nave, / La maggioranza non è scesa per tuffarsi in mare. / […] / Chi commenta i Libri sacri rifugge dalla loro verità, / Legge l’interpretazione e ne ignora l’intimo significato. / […] / Chi non cambia il proprio nome non si è messo ancora sul giusto cammino» (Y. Emre, Il significato della Verità [ Hakikatýn mânasý ] in Divan, a cura di Anna Masala, Roma, Semar, 2001).
Sì la Verità è un mare, nel quale occorre tuffarsi; e la storia del Mediterraneo è la nostra verità, in specie quella della nostra penisola, approdo di tutte le civiltà; la verità storica del Mediterraneo è come l’anice stellato: le sue punte, Odessa, Alessandria, Salonicco a Oriente, si riflettono nei porti d’Occidente, Cadice, Marsiglia, Ostia antica, con una trasparenza cristallina quale una poesia recitata a sera, come scrive Hilmi Yavuz: «La sera è la più bella delle storie / se ben raccontata // in tutto ciò che è vero c’è un poco / di collera un poco di timore // dice una favola / se il bicchiere è più fine, più limpido è il vino / […] / e che poco o tanto di ieri sia rimasto / trasformi il soffrire in rubino / la tristezza in diamante // perché la sera è la più bella delle storie / se ben raccontata» (Esili d’Oriente).
So che nel venire a te, Anatolia, molto mi sarà rimproverato; ma preferisco la delusione del presente che il tradimento del passato e custodisco la riserva di futuro che conserva il tuo Oriente-Germe, «germoglio di giustizia» secondo la definizione biblica (Zaccaria, III, 8-10). Preferisco pensarti con le parole di Osip Mandel’štam, nelle sue Poesie di Mosca (1930-34): «Tatari e Usbechi e Neneti, / fino ai Tedeschi del Volga, / e tutto il popolo dell’Ucraina, / attendono chi li traduca. // E forse in questo stesso momento / c’è un Giapponese che / avendo saputo comprendere l’animo mio / in lingua d’Anatolia mi traduce» (novembre 1933).