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Sonar Istanbul: com'è stato

mercoledì 31 marzo 2017 Red Bull Foto: Red Bull/Cem Gultepe

ISTANBUL - Il Sónar non ha bisogno di troppe presentazioni. Magari bisognerebbe giusto un po’ chiarire le idee a quelli che credono che “andare al Sónar” sia farsi tutti i party che ci sono a Barcellona nei giorni del festival in sé: zero.
Un conto è il Sónar vero e proprio col suo programma, con le sue location (le due Fiere: quella centrale di Plaza Espanya, quella periferica verso l’aeroporto) e coi suoi biglietti. Un conto è tutto il resto, un “tutto il resto” in cui gli italiani fra l’altro sono attivissimi: sono fra i primi organizzatori o co-organizzatori di party: l’unico problema è che spesso ti chiedi che senso ha volare fino a Barcellona per vedere le stesse facce, gli stessi dj, gli stessi organizzatori, lo stesso pubblico che hai visto a casa tua nei mesi passati. Il senso è che le feste sono belle e il Sónar vero e proprio un po’ costa, un po’ è fatto anche da molte cose “intellettuali”: boh, se vi va bene così.
Sul Sónar vero e proprio, quello originario, quello che si svolge ogni anno a metà giugno e dura tre giorni, ci torneremo. Quello che molti non sanno è che da un po’di tempo il festival catalano “concede” il suo marchio e/o lo porta in giro per il mondo. Giusto lo scorso weekend per esempio si è svolto il Sónar Istanbul, mentre un mesetto fa era stato il turno di Reykjavik e il fine settimana ora di fronte a noi vedrà entrare in campo Hong Kong. Chiaramente sono dei mini-festival rispetto al fratello maggiore, l’origine di tutto. Delle repliche in scala minore.
Ma quanto minore è un festival che ti porta in due giorni Moderat, Nina Kraviz, Roisin Murphy, Floating Points, Ben UFO, Kode9, Dj Koze, Clark, Prins Thomas, Nosaj Thing, Shackleton, Ryoji Ikeda, Helena Hauff, Tim Hecker, Patten? Ah: questo elenco non è esaustivo, ci sono un sacco di altri nomi più “locali”. Però ecco, come infornata di artisti da gustarsi in 48 ore diremmo che non è male. Va detta una cosa: è tutta gente che per fortuna passa dalle nostre parti abbastanza spesso. Non è più come un tempo (tipo dieci anni fa), quando per vedere determinati artisti e sentire determinata musica dovevi viaggiare per forza o dovevi sperare in rare epifanie italiane. Tendiamo a dimenticarcela questa cosa ma nell’elettronica molto più che in altri generi l’Italia è nelle traiettorie e nelle pianificazioni tour di tutti, anzi è spesso proprio ai primi posti della lista. Quindi ecco, non vorremmo parlare tanto di artisti e dei loro set (se non per dire che Moderat ormai sono più precisi di un orologio svizzero, nel loro concerto sempre più perfetto e affascinante, che il nuovo tour di Roisin Murphy è al momento inspiegabilmente imbarazzante dopo che quello precedente era invece stilosissimo, che HVOB sono stati la sorpresa positiva del festival con la loro tech-house melodica e avvolgente, che Nina Kraviz non sarà un drago tecnicamente ma ha personalità da vendere quando si tratta di scegliere i dischi, che Dj Koze ha annoiato, che Kode9 non ha incantato, che Floating Points ha fatto il suo e Prins Thomas pure, che Shackleton ha ulteriormente affinato la sua seduta spirit, pardon, il suo set).
In realtà vorremmo soffermarci per qualche riga in più su Istanbul. Che è enorme. Che è bellissima. Che sta vivendo una fase politica molto complicata, anche se all’apparenza la vita nella capitale scorre normale, col referendum del 16 aprile alle porte che potrebbe dare dei poteri mai visti a una figura controversa come quella di Erdogan (amato e sostenuto da larghe fette del Paese, ma temutissimo da chiunque pensi che la libertà d’espressione, il pluralismo culturale e la laicità delle leggi siano due caposaldi irrinunciabili).
Soprattutto Istanbul è un crocevia di culture. È l’incontro/scontro per eccellenza tra Est e Ovest. È un brulicare di energie, di stili, di stratificazioni storiche. È una città che sembra non finire mai: sia come estensione chilometrica, sia come spirito e complessità. Ecco: tutto questo ci sarebbe piaciuto vederlo mischiato al Sónar, alle sue atmosfere, alla sua vitalità. Sinceramente non è successo. Abbiamo avuto un festival inappuntabile, bello, organizzato alla grande (sound system strepitosi sia nel main stage sia nel Red Bull Music Academy Stage, luci ottime, timetable rispettate al secondo). Ma in qualche modo asettico. Era a Istanbul, ma avrebbe potuto essere a Stoccolma o Amburgo o Zurigo, sarebbe stato difficile accorgersi della differenza. Forse per la venue: modernissima, lussuosa, spettacolare, ma pur sempre un complesso che è prima di tutto uno scintillante centro commerciale incastonato in un quartiere fatto di soli grattacieli, stile la Londra di Canary Wharf ma senza nemmeno i canali, poi ok è anche un centro culturale della madonna con varie sale per concerti e performance. Avercene in Italia di location così. Ma al tempo stesso di tipico, di autentico non c’era molto. E poi ecco, anche il pubblico: l’impressione è che solo fino a un certo punto il Sónar abbia saputo fare presa fra il clubbing più intenso e verace di Istanbul, trovando invece molta più risposta in un’audience trentenne, raffinata, finemente borghese ed educata, molto composta. Il che va benissimo, sia chiaro, ma se giri anche solo per Beyoglu (la via dello struscio per eccellenza), per la zona hipster di Kadikoy (nella parte asiatica della città) o se vai allo stadio a vedere una partita del Besiktas incontri una componente umana molto più intensa, esplosiva, interessante, tipica, appassionante. Molto più Istanbul. Questo è mancato, così come magari sarebbe stato bello che tutti gli act locali non fossero stati confinati nelle ore più "sfigate" della programmazione a inizio giornata o comunque in stage secondari. Abbiamo visto un bellissimo spin off del Sónar insomma, inappuntabile e ben fatto su tutto. Ma di Istanbul, del suo "sapore" c’è stato ben poco. È un peccato. Perché ormai un certo tipo di artisti – bravissimi – iniziamo a vederli dovunque: ma l’autenticità di un posto o di un’esperienza è un bene sempre più prezioso (in quanto tra l'altro non esportabile, né disponibile per davvero sul mercato). Ma magari questo era quello che chiedeva la gente del posto. Magari siamo noi che vogliamo fare i turisti colonialisti che cercano il "tipico", mentre invece chi vive certe realtà e certe città in realtà vuole entrare in perfetta sintonia con le vibrazioni più internazionali e globali. Sarà così? È giusto porsi questa domanda. Anche perché avere dubbi senza risposta pre-confezionate è salutare tanto quanto avere delle certezze, se non qualche volta pure di più.