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Indieground getta la spugna

lunedì 30 gennaio 2017 Luca castelli/La Stampa.it Foto: La Stampa.it

ISTANBUL - Le porte del Velvet IndieGround di Istanbul non si apriranno più. Seogu Lee, il proprietario del piccolo negozio di dischi, trenta metri quadrati incastrati in un vicoletto del quartiere Cihangir, sul versante europeo della città turca, ha gettato la spugna.
Le ferite subite lo scorso giugno, quando una ventina di persone assaltò il locale durante un “listening party” per il nuovo album dei Radiohead, non si sono rimarginate. Anzi, hanno continuato a bruciare mentre il negozio cambiava pelle: da ritrovo di appassionati di musica a tappa per curiosi, più interessati all’aggressione che ai dischi. 
A riavvolgere il nastro del tempo è l’inesorabile YouTube, che ospita ancora il video degli attimi più concitati di quella sera maledetta. È il 17 giugno e nelle immagini, all’epoca trasmesse via Periscope, si vedono alcuni ragazzi che chiacchierano nel negozio, mentre in sottofondo risuonano le note di Weird Fishes/Arpeggi, una vecchia canzone dei Radiohead. Si respira l’atmosfera tipica di qualsiasi piccolo tempio del rock alternativo: le chiacchiere, la musica, i vinili, le t-shirt, le birre. L’evento è stato organizzato per celebrare l’uscita dell’ultimo disco della band inglese, A Moon Shaped Pool. Qualcosa di simile sta avvenendo in decine di altri luoghi sparsi per il mondo. 
Ma a Istanbul la quiete della normalità si frantuma dopo pochi secondi. Alcuni uomini entrano nel negozio: l’aria minacciosa, le facce scure, gli schiaffi ai clienti, costretti a uscire. La musica svanisce, la luce la segue poco dopo. Non si vede più molto, si sentono colpi provenire dalla strada. Soprattutto urla. I sottotitoli in inglese, aggiunti successivamente al video, ci dicono che l’accusa più grave scagliata contro il proprietario del negozio e i partecipanti alla festa è quella di bere alcolici durante il Ramadan, il mese del digiuno dei musulmani.  
«Sono venuti per uccidere, ci hanno colpito con tubi di ferro, ci hanno spaccato le bottiglie in testa, non so come ne siano usciti vivi», si legge nei commenti a caldo su forum e social network. Alla fine, per fortuna, il conto dei danni non comprende né vittime né feriti gravi. Ai frequentatori di altri spazi consacrati alla musica e al tempo libero, finiti nel mirino del terrorismo di matrice islamica, è andata molto peggio: le discoteche di Bali nel 2002, il Bataclan di Parigi, il Pulse di Orlando, fino al Reina, il nightclub della strage di Capodanno. Stessa città, stessa riva, qualche chilometro più a nord di Velvet IndieGround.  
Dodici giorni dopo l’assalto, incassata la solidarietà anche dai Radiohead, Seogu Lee prova a rimettere in moto la macchina. Ma all’emigrato coreano, che aveva aperto il negozio nel 2014, bastano poche settimane per capire che qualcosa si è inceppato. Come racconta all’agenzia stampa Yonhap News Agency, annunciando la chiusura dell’esercizio, nulla è più come prima. I clienti abituali pian piano si dileguano, sostituiti da sconosciuti che non vengono in cerca di dischi o per scambiare opinioni sull’ultimo album di Run The Jewels o di Leonard Cohen, ma per parlare di quanto avvenuto a giugno. «Non riuscivo più a sopportare il modo in cui le persone trattavano l’argomento - spiega Lee - quasi come se fosse un aneddoto divertente, un gossip, mentre per me era il ricordo di un incubo ancora carico di angoscia». Dopo la bomba, il fall out. 
Quella del Velvet IndieGround non è la storia di una brillante attività imprenditoriale a cui il destino ha tarpato le ali. Seogu Lee ammette che il negozio non era una macchina da soldi, come probabilmente non lo è nessuno spaccio di dischi da trenta metri quadrati nell’era dello streaming. C’erano giorni in cui non vendeva un vinile. A tenerlo in piedi era un incantesimo che si è dissolto. In autunno Velvet IndieGround è diventato «il negozio di dischi più triste del mondo», come lo ha battezzato l’edizione tedesca del Rolling Stone, e il 14 gennaio le sue porte sono rimaste serrate. Anche quelle digitali. L’indirizzo email risponde con un messaggio automatico in turco e in inglese: «Siamo chiusi e non vi risponderemo a breve». Su Facebook, l’ultimo messaggio è una playlist intitolata «Thank U». Il penultimo, la classifica dei dischi più venduti nei due anni e mezzo di vita: al primo posto c’è A Moon Shaped Pool dei Radiohead.