Economia/agricoltura

Se due Paesi si danno gas

18 febbraio 2017 Tempi Foto: Tempi/Ansa

ROMA - Martedì 7 febbraio il presidente della Federazione russa, Vladimir Putin, ha ratificato l’accordo intergovernativo con la Turchia per la costruzione del gasdotto Turkish Stream. L’accordo entra così pienamente in vigore dopo un lungo percorso legislativo cominciato lo scorso 2 dicembre con l’approvazione della Grande Assemblea nazionale turca e proseguito con il placet prima della Duma di Stato, la Camera bassa russa, avvenuto il 20 gennaio, poi con quello del Consiglio federale russo, il primo febbraio.
Il documento ha una durata di 30 anni, più altri cinque eventuali di proroga, e regola la progettazione, la costruzione e il funzionamento delle due sezioni offshore e delle due onshore del gasdotto. I soli due segmenti offshore hanno un valore stimato di investimenti pari a circa 7 miliardi di euro. «Gli investimenti necessari alla realizzazione del progetto, inclusivi dei costi già sostenuti in precedenza per la rete del segmento offshore del South Stream, sono stati stimati in sette miliardi di euro», si legge nel testo del dispositivo. La parte offshore sarà interamente appannaggio di una compagnia controllata dal governo russo, mentre una compagnia statale turca si occuperà di collegare il primo tratto alla rete di trasmissione metanifera della Turchia.
Il progetto Turkish Stream prevede la costruzione di un gasdotto attraverso il Mar Nero fino alla regione turca della Tracia. La sezione offshore, a lavoro compiuto, dovrebbe estendersi per 910 chilometri. Di questi, 180 passeranno attraverso il territorio turco. L’opera, nel suo complesso, dovrebbe costare attorno agli 11,4 miliardi di euro. Le forniture di gas naturale che verranno effettuate mediante il primo tratto del gasdotto saranno destinate esclusivamente al fabbisogno energetico della Turchia, in costante aumento.
La realizzazione del Turkish Stream era stata annunciata nel dicembre del 2014 durante una visita di Putin ad Ankara. Nell’ottica di Mosca, doveva rimpiazzare il South Stream, il progetto voluto da Gazprom e da Eni per trasportare il gas russo sulle coste italiane, messo da parte in seguito all’introduzione del regime di sanzioni dell’Unione Europea nei confronti della Russia, che tanto è costato in termini economici e strategici all’Italia.
Tuttavia, in seguito all’abbattimento del caccia russo Sukhoi Su-24 nel novembre 2015 da parte dell’aviazione militare di Ankara, il Turkish Stream aveva a sua volta subìto una battuta d’arresto, contestualmente alla crisi dei rapporti bilaterali intercorsa tra le due potenze. Oggi lo stato delle relazioni russo-turche è decisamente migliorato, tanto che nemmeno l’uccisione accidentale causata da un raid dell’aviazione russa di tre militari turchi impegnati nell’operazione Scudo dell’Eufrate, avvenuta il 9 febbraio nella zona di Al-Bab in Siria, è riuscita a scalfirle.
A differenza dell’incidente di un anno e mezzo fa, una telefonata di scuse del presidente Putin al suo omologo Recep Tayyip Erdogan è stata sufficiente a chiarire l’involontarietà della tragedia e, anzi, a rilanciare la volontà di creare un coordinamento sempre più stretto tra le forze armate dei due paesi, impegnati nel conflitto siriano contro lo Stato islamico e le altre milizie fondamentaliste. Identico desiderio di superare le difficoltà si era riscontrato, a parti invertite, in occasione dell’assassinio dell’ambasciatore russo ad Ankara, Andrej Karlov, lo scorso dicembre.
Il nuovo corso russo-turco, che si sta dispiegando in una serie di accordi di cooperazione bilaterale concernenti diversi ambiti – economici, commerciali, politici e militari – ha preso il via subito dopo il fallito golpe anti-Erdogan dell’estate scorsa, suggellato in un incontro, definito “storico” da alcuni analisti russi, tra i due presidenti avvenuto il 9 agosto a San Pietroburgo. Il coronamento di quella stretta di mano tra Putin ed Erdogan, con la quale Mosca ritirava le sanzioni ai danni della Turchia, si è avuto con i colloqui di Astana, la capitale del Kazakistan, il 23 e 24 gennaio, che hanno sancito la tregua delle armi in Siria tra le forze di Assad e le fazioni ribelli (con l’esclusione di Isis e Al-Nusra e ai quali seguirà un nuovo ciclo di negoziati a Ginevra il prossimo 20 febbraio), garantita dall’inedita alleanza costituita dalla triade Iran-Russia-Turchia.
Un’alleanza lungamente caldeggiata dall’ideologo del Movimento Eurasiatista, Aleksandr Dugin, il quale, secondo i bene informati, pare abbia avuto un ruolo di primo piano nella preparazione del citato vertice di San Pietroburgo, incontrando una settimana prima il sindaco di Ankara, Melih Gökçek, fedelissimo di Erdogan, al termine di un rocambolesco viaggio tra i cieli del Mar Egeo.