Economia/agricoltura

Pil, forte contrazione

13 dicembre 2016 Alberto Negri/Il Sole 24 Ore Foto: francescosimoncelli.blogsport.com

ISTANBUL - Il boom della Turchia, dopo anni di crescita, si sta sgonfiando allo stesso ritmo con cui nell’era Erdogan si contrae la democrazia mentre aumentano l’instabilità e l’insicurezza di un Paese che un tempo rappresentava un pilastro della Nato.
Nel terzo trimestre, il Pil è calato di quasi il 2% annuo sulla scia della contrazione dei consumi e dell’export. Si tratta della prima discesa in 27 trimestri, cioè dal 2009. Il prodotto interno lordo accusa un calo dell’1.8% che ha innescato un immediato crollo della lira turca quotata ieri a 3.53 nei confronti del dollaro. L’inversione di marcia si spiega con la debolezza dei consumi, in calo del 3.2%, e soprattutto dell’export (-7%). La Turchia ha un deficit cronico della partire correnti, il 5% del Pil, sui cui incide anche il recente aumento delle importazioni energetiche, mentre le entrate valutarie del turismo, su cui Ankara contava per compensare il passivo commerciale, sono crollate del 33 per cento.
Questi dati negativi risentono anche dell’instabilità politica, accentuata dopo il fallito golpe del luglio scorso, e degli attacchi terroristici jihadisti e curdi, l’ultimo dei quali sabato a Istanbul (44 morti) e rivendicato dal Tak, i Falconi del Kurdistan gruppo nato da una secessione del Pkk. Nelle ultime 24 ore sono state arrestate almeno 240 persone sospettate di complicità in attività del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), ritenuta un’organizzazione terroristica. In realtà molti arresti riguardano anche militanti del partito filo-curdo Hdp, il cui leader Selahattin Demirtas ha accusato un problema cardiaco in carcere dove si trova da novembre.
Il modello vincente della Akp, il partito musulmano al potere dal 2002, comincia a scricchiolare e questo forse rappresenta oggi l’aspetto più vulnerabile del sistema autocratico di Erdogan. Non è un caso che abbia accelerato la presentazione in Parlamento della riforma costituzionale che accentra i poteri in mano al presidente per arrivare il prima possibile, forse già in marzo, a un referendum popolare. La crisi incalza mentre la lira turca traballa sui mercati con performance tra le peggiori nei Paesi emergenti. In un anno la lira ha perso oltre un quinto del suo valore rispetto al dollaro ed Erdogan ha lanciato un appello alla popolazione per un opporre “una resistenza patriottica” convertendo le valute straniere in moneta nazionale o in oro. Una campagna più mediatica che effettiva visti gli acquisti in valuta straniera per oltre un miliardo di dollari.
A questo si aggiungono le problematiche strutturali dell’export: il Governo del premier Binali Yildirim ha appena annunciato un fondo del valore di 73 miliardi di euro per sostenere le imprese del settore fortemente indebitate in valuta. È da queste imprese che viene il miracolo economico delle Tigri dell’Anatolia, quella borghesia conservatrice che finora ha costituito lo zoccolo duro dei consensi per l’Akp ed Erdogan.