Azerbaijan

Tra i grattacieli di Baku

lunedì 7 novembre 2016 Enrico Arosio/pagina99 Foto: Gunnar Knechtel/pagina99

BAKU - Asfalto, asfalto, asfalto. Per settimane operai in tuta avevano incremato il Boulevard sul lungomare ricco di verde pettinato da giardinieri obbedienti, chilometri sontuosi tra la città vecchia patrimonio Unesco e l’inquinatissima baia sul mar Caspio.
La colata di bitume era servita a preparare il circuito cittadino di quell’evento ricco, promozionale e – nelle intenzioni – salvifico che è stato il Gran premio dell’Azerbaigian di Formula 1, tenutosi a Baku lo scorso 19 giugno per la prima volta nella storia.
L’asfalto non l’hanno più tolto, naturalmente: è rimasto lì. Spesso, lucido, troppo nero in una città edificata nei colori della sabbia, sarà un dubbio simbolo di progresso anche nel fatale 2020, quando proprio qui si svolgerà una fase importante degli Europei di calcio. Decisione della Uefa che, trattandosi di un Paese marginale nel business globale del pallone, continua a stupire un po’ tutti, gli esperti non meno dei profani. Quest’anno, a maggio, anche se non tutto il mondo se n’è accorto, si è svolto anche il tour d’Azerbaigian di ciclismo. Nell’autunno 2015 c’erano stati gli Europei di polo.
Il curatissimo Boulevard sul lungomare aspira a diventare la Croisette del Caspio. La Filarmonica ottocentesca, la centrale Fountain Square di eredità sovietica, le ricche boutique internazionali di Port Baku si sono rifatte il trucco. E ogni sera le facciate delle Flame Towers, i tre grattacieli a forma di fiamma, nuova icona della città, si accendono di colori rutilanti stile Hong Kong.
Quante arie si dà questa strana capitale? Quanto è megalomane? Sviluppata dai petrolieri a fine Ottocento, ricca di viali e di prospetti ampi e generosi, in certi scorci evoca la Parigi del barone Haussmann, o il Ring di Vienna, e in altri la Mosca di Stalin. Ma nessuno ti mostra volentieri i rioni esterni slumizzati e fatiscenti…