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Le reliquie di San Filippo Apostolo ritornano a Smirne

domenica 4 giugno 2017 Sanfrancesco Foto: San Francesco/Credit foto- Wikipedia

ROMA - La Chiesa cammina sulla via di Cristo, seguendo l’esempio dei santi che continua ad alimentare la vita ecclesiale di ogni giorno. Il culto e la devozione spesso accomunano diverse chiese locali, anche a lunga distanza, come anche diverse confessioni cristiane, portando ad un dialogo ecumenico “dal basso”.
Un esempio è quello che è avvenuto nella serata del 9 maggio, nella chiesa di San Policarpo a Izmir (Smirne), quando una delegazione dei Frati Francescani Minori Conventuali ha consegnato due insigni reliquie dell’apostolo Filippo all’Arcivescovo della Chiesa cattolica mons. Lorenzo Piretto O.P. e al Patriarca ecumenico della Chiesa ortodossa Bartolomeo, come segno di amicizia e comunione tra la Basilica romana dei Santi XII Apostoli e l’Ordine dei Frati Minori Conventuali con le Comunità cristiane delle due chiese sorelle turche.
Per andare a fondo del significato di questo viaggio abbiamo intervistato il parroco della Basilica dei Santi XII Apostoli a Roma, il francescano conventuale Padre Agnello Stoia, che ha guidato la delegazione.

Tra i più importanti elementi di questo viaggio c’è il "ritorno" di San Filippo in Turchia. Quanto sono significativi questi luoghi e quanto è importante visitarli e renderli accessibili a tutti?
I luoghi hanno una grazia tutta particolare e i posti che abbiamo visitato, in particolare Smirne, Efeso, Hyerapolis, Laodicea, Pergamo e Sardi, anche se in rovina sono carichi di bellezza e di memorie. Visitarli con persone come il prof. Francesco D’Andria, direttore della Missione Archeologica Italiana in Turchia, o con padre Romano Matrone, per anni istruttore per le guide dell’Opera Romana Pellegrinaggi, ha fatto vivere le pietre. I testi dell’Apocalisse o degli Atti degli Apostoli letti in quei luoghi davano forma nuova alla comprensione di parole anche mandate a memoria, ma meno brulicanti senza aver camminato sulle stesse pietre dove camminarono Paolo, Giovanni o Filippo. Riportare, nel simbolico frammento di due reliquie l’apostolo Filippo, nella comunità cristiana che ha evangelizzato e per cui si è speso sino all’estrema testimonianza del martirio in croce, è stato un servizio alla comunione e all’unità di due Chiese sorelle. Un ponte gettato tra la Basilica di Santi Apostoli, la più bizantina tra le basiliche romane, e quelle comunità che, in grandi città come Costantinopoli e Smirne, costituiscono un piccolo e fecondo “resto” di cristiani.

Questa iniziativa è nata grazie al pellegrinaggio di un vescovo di Smirne giunto a settembre 2016 per la ricognizione delle reliquie dei santi Apostoli e dalla richiesta umile di un parroco. I santi continuano ad attrarre, ma siamo sempre noi uomini ad essere protagonisti della storia?
Se metti insieme i pezzi di questa storia di cui Smirne è l’ultimo epilogo in ordine di tempo, ci sono state iniziative ed una fitta rete di relazioni tra persone, fatti, luoghi che prendono luce l’uno dall’altro e alla fine ti fanno concludere che c’è una consegna, un invio che giunge fino a te. E tu rispondi, con libertà e se vuoi. Nello specifico mi riferisco alla ricognizione degli apostoli Filippo e Giacomo, iniziata lo scorso anno ad aprile e conclusa a dicembre. Penso, però, che nella vita delle persone il fatto che Dio sia presente sia un’esperienza alla portata di ogni credente: sono testimone di questa esperienza che chiamo “consegna” perché ho vissuto in tal modo l’inizio e l’evolversi della ricognizione delle reliquie, ma non ne ho visto ancora tutti i frutti. Finora abbiamo compreso solo quanto i due apostoli ci hanno “consegnato”, allargando i nostri orizzonti di conoscenza sulla loro vita e sulla loro morte, sulla loro sepoltura e sul culto riservato ai loro corpi, sul viaggio che hanno fatto fino a Roma da Costantinopoli e sulla conservazione delle spoglie in 1500 anni di deposizione nell’altare della basilica di cui sono parroco. Ma a questo si aggiunge il fatto che quelle poche ossa, quella “polvere sorda” è “vivificata dal Salvatore e vivificante”, citando le parole del patriarca Bartolomeo a Smirne. Ho rivolto tante preghiere perché nella basilica tornasse a splendere il lumen apostolicum ed il lumen orientale che sono proprie della vocazione di questo luogo, dalla sua fondazione, ed ecco che un bel giorno arriva un pellegrinaggio da Smirne… 

Il vostro viaggio è stato un'occasione di dialogo ecumenico, i santi accomunano le chiese "sorelle": quanto è importante preservare la loro memoria e culto per ricucire gli strappi? Può aiutare di più un pellegrinaggio che una visita ufficiale?
E’ di questi giorni la notizia dell’arrivo delle reliquie di san Nicola di Bari a Mosca, accolte dal Patriarca Kirill, da vescovi e da centinaia di sacerdoti ortodossi, mentre i giornali annunciano che in poche settimane milioni di fedeli ortodossi russi andranno a venerarle: è un fatto storico, dopo 930 anni le reliquie del santo più amato dai Russi lasciano la città di Bari, ma non è questo che giustifica tanta mobilitazione. Lo scorso anno, a Cuba, nella dichiarazione congiunta tra il vescovo di Roma e il patriarca di Mosca, si chiamò in causa la comune Tradizione spirituale del primo millennio cristiano, i cui testimoni sono la Vergine Maria e “i Santi che veneriamo”, tra cui innumerevoli martiri (n. 4). Questo ‘viaggio’ di san Nicola a Mosca e a San Pietroburgo è la risposta di Francesco a un desiderio espresso da Kirill a Cuba, e va inteso nel senso della comune volontà di costruire la comunione e l’unità tra le Chiese.
Il 9 maggio scorso, nella chiesa di San Policarpo a Smirne, la nostra piccola delegazione di tre frati e due presbiteri del clero romano ha consegnato due insigni reliquie dell’apostolo Filippo all’arcivescovo della Chiesa cattolica mons. Lorenzo Piretto O.P. e al patriarca ecumenico della Chiesa ortodossa Bartolomeo. Quello che mi pare importante sottolineare è il coinvolgimento della Comunità locale perché questi gesti assumano un pieno significato.

Qual è stato il suo incontro personale con la chiesa "sorella"? Quali parole ha portato e quali le sono rimaste più impresse da chi vi ha accolto?
Nell’indirizzo di saluto al patriarca Bartolomeo e all’arcivescovo Lorenzo, alla presenza di molti fedeli che gremivano la chiesa di san Policarpo, ho detto che dalle reliquie del corpo dell’apostolo Filippo abbiamo voluto scegliere una parte carica di significato, prelevando un frammento dello sterno, l’osso più vicino al cuore, “perché i nostri cuori possano battere all’unisono nel respiro dello Spirito Santo”.
Il patriarca ha tenuto un lungo e coinvolgente discorso, colmo di gratitudine e riconoscenza verso l’arcivescovo Lorenzo per il felice desiderio “di riportare simbolicamente san Filippo nei luoghi del suo apostolato e del suo martirio, una terra che ha dato alla Chiesa indivisa tantissimi santi, confessori, martiri e neo-martiri”. Ha ringraziato l’Ordine nella persona del Ministro generale, fra Marco Tasca, e la nostra delegazione.
Delle parole di Bartolomeo, espresse nel suo fluente italiano, mi ha colpito in particolare il reiterato aggettivo “vivificante” attribuito alle reliquie: lo diciamo nel Credo dello Spirito, dominum et vivificantem! Mi è stato più chiaro il motivo alla fine del discorso: “Scriveva infatti il nostro santo Nicola Cabàsilas, nella sua “Vita in Cristo”, che mentre erano in vita i santi, il Cristo era in loro: dopo la morte non abbandona le loro spoglie, è unito alle anime ma è congiunto e commisto anche a questa polvere sorda. Anzi, se è dato di trovare e di possedere il Salvatore in qualcuna delle realtà visibili, ciò è possibile proprio nelle ossa dei santi”.
Interessante, poi, che il patriarca associasse alla Chiesa indivisa, termine tecnico per indicare la tradizione comune alle Chiese cattolica e ortodossa prima dello scisma, anche i neo-martiri. E’ stata ricorrente la loro menzione: “il loro numero ha superato quello di tutte le epoche”, e “l’onore riservato a queste sante reliquie dell’apostolo Filippo, martire per Cristo, sono l’onore che riserviamo anche ai martiri del nostro tempo”.

Da parroco di una basilica romana che conserva le reliquie dei santi apostoli Filippo e Giacomo minore, avrà visto tanti pellegrini di diverse fedi: quanto è importante che si possa muovere una chiesa fatta dal popolo e non solo dalle istituzioni?
Il cammino di fede cristiano e la vita spirituale sono percepiti e vissuti più come un fatto personale, la consapevolezza di essere un popolo è attualmente scemata tra i fedeli. Nella basilica di Santa Maria Maggiore, sull’arco trionfale del transetto, c’è scritto Ecclesia plebs Dei, la Chiesa è il popolo di Dio. Anche nella nostra basilica, nel catino absidale e nella controfacciata, c’è questo richiamo nell’immagine della Città santa di Gerusalemme: “le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello” (Ap 21, 14). Incrementare il culto degli apostoli è un esplicito richiamo di appartenenza a un popolo, il nuovo Israele posto come un segno tra le Nazioni. E papa Francesco ha posto molto l’accento sulla sinodalità come espressione tipica della vita e del cammino della Chiesa, ha detto di sé stesso di essere un battezzato tra i battezzati. “Camminare, edificare, confessare” sono i verbi usati durante la sua prima omelia. Ma l’immagine della Chiesa come statica e piramidale è ancora presente nell’idea e nella percezione di tanti, credenti e non credenti.

La Chiesa sta vivendo una stagione particolare, forse più missionaria ma forse anche più a rischio nella sua unione, quale contributo può dare l'esempio francescano?
Il 29 maggio del 1517 papa Leone X promulgò la bolla Ite vos con cui cercò di mettere ordine nel vivace mondo francescano, e quello che voleva essere nelle sue intenzioni un tentativo di unione decretò, di fatto, la separazione tra i frati minori della Regolare Osservanza e i frati della Comunità (Conventuali). Ma quello fu solo uno dei momenti critici della storia dell’Ordine, perché nei secoli sono state tante le riforme vissute ogni volta con la sofferenza della lacerazione della fraternità, ma con l’entusiasmo e la speranza di ridare nuova linfa al carisma francescano.
“Bravi, dovete rimanere uniti” è la frase pronunciata da papa Francesco il 4 ottobre del 2013 nel corso della sua prima visita ad Assisi, dinanzi ai Ministri generali delle famiglie francescane. Nel frattempo si è costituito un gruppo di coordinamento trasversale con l’obiettivo di camminare insieme e di crescere nella comune vocazione e missione. E un segno tangibile di questo cammino comune è il progetto per un’unica Università francescana, che nel 2018 sarà una realtà.
Credo che l’immagine più indicativa, molto amata da papa Francesco, sia quella del poliedro. Unità non è uniformità, né omologazione. E’ l’autoreferenzialità l’attentato più grave alla comunione; una Chiesa missionaria, invece, trova unità nell’annuncio evangelico portato al centro e alle periferie del mondo. Le stesse Chiese sorelle, portando questo annuncio al mondo, trovano unità nella comune vocazione di annunzio del vangelo e nella testimonianza del martirio.
Credo che questo modo di cercare l’unità sia un segno dei tempi, una nuova Pentecoste.