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mercoledì 27 gennaio 2017 Marco Ansaldo/R.it Foto:

ISTANBUL - Nella discoteca a un passo dal Pera Palace, l'hotel storico della Turchia, le parole della canzone rimbombano al buio tra fumi e raggi laser. "Vogliono farci paura/ Ci guardiamo allo specchio/ Non sarà così". La bella gioventù di Istanbul, uscita dallo shock del massacro di Capodanno al night club Reina, stasera è qui. E al ritornello alza bicchieri fosforescenti: sono colmi di raki, il liquore d'anice ormai divenuto un simbolo per i laici.
Sul palco del Salon, la cantante Lara Di Lara, scuote i capelli rossi come quelli della protagonista nell'ultimo romanzo di Orhan Pamuk. Al microfono ha annunciato il suo nuovo brano, destinato a entrare nel prossimo album: "È una canzone che parla di questi tempi difficili ". Non c'è bisogno di dire altro. Tutti capiscono. Si fa silenzio. Si ascolta. E si levano i calici bianchi.
La Turchia che resiste, che reagisce al terrorismo jihadista e alla repressione post-golpe, prova a rialzarsi. E lo fa in uno dei locali più in voga di Istanbul, come lo era fino al mese scorso il night club sul Bosforo. Lo stesso al Babylon, dietro l'angolo, dove vanno a suonare i gruppi pop-rock più trendy tipo i Redd o i Mor ve otesi. Oppure alla taverna nel vicolo opposto al Pera Palace, dalla vecchia Cihan, dove a concerto finito si riuniscono artisti, registi famosi, giornalisti indipendenti. Il Paese che soffre politicamente, reagisce alle imposizioni con una movida laica.
La notte turca, allora, sembra davvero un romanzo da Nobel. Con l'uomo che sul marciapiede gelato tira il carretto del latte bollente servito con la cannella, i bambini siriani a cui i camerieri allungano un pasto fasciato caldo, e le danze che continuano sfrenate fra dentro e fuori, avvolte tra fumi di alcol e di tabacco. "Resistere? Ci proviamo - dice Omer, che fa l'attore di cinema e di teatro - chissà se riusciremo mai a vedere l'uscita dal tunnel. Adesso hanno deciso che il nostro Leader rimarrà al potere fino al 2029. L'alternativa, forse, la vedranno i nostri figli ".
Nessuno lo nomina ad alta voce. Ma il presidente Erdogan, appena ottenuta in Parlamento la riforma che spazza via la figura del premier e rinnova il proprio incarico per due mandati di cinque anni a partire dal 2019, allunga la sua ombra sul futuro. "I cambiamenti costituzionali galvanizzeranno la Turchia", assicura convinto, comparendo dagli schermi di tutte le tv. I tassisti barbuti di Istanbul, gli abili commercianti del Mar Nero, gli imprenditori pii dell'Anatolia profonda gli credono sulla parola. "Per noi è come Dio", dice Mahmut, conducente di una delle migliaia di auto gialle che percorrono in lungo e in largo la città stesa su due Continenti (20 milioni di abitanti), ora unita pure da un fantascientifico tunnel sotterraneo che oltrepassa lo Stretto in 4 minuti netti. E lo sosterranno pienamente nel referendum che in primavera sancirà la svolta votata ad Ankara, in un'Assemblea non priva di risse attorno al prezioso microfono del podio (15 mila euro il valore), prima rotto, poi rubato, infine assicurato dalle manette di una deputata indipendente che ci si è legata intorno.
Ma la classe più colta del Bosforo, quella cosmopolita di Smirne, quella curda mai doma nelle lontane terre in fondo all'Anatolia, non mollerà facilmente la presa. Anche se con meno strumenti nelle mani. Mentre i teatri pubblici non rappresentano più Shakespeare e Brecht, ma commedie della tradizione locale. Mentre i leader del partito filo curdo legittimamente eletti languono in carcere. Mentre le colonne di uno dei pochi giornali rimasti all'opposizione, Cumhuriyet, privo di pubblicità, escono bianche sotto le foto dei commentatori messi in guardina. La Turchia che non si riconosce nei conservatori di ispirazione religiosa al potere dal 2002 prova ad arginare l'onda d'urto del Leader, sempre poderosa. Anche quando tutto, ormai, sembra perduto.
La Turchia reagisce nonostante la disfatta delle proprie certezze: come quella della sicurezza, fiaccata dalle epurazioni post-golpe nell'esercito e nella polizia, e ora costretta ad addestrare in fretta i nuovi assunti. Ha detto Abdulkadir Masharipov, il jihadista della strage di Capodanno: "Avevo ricevuto da un emiro di Raqqa, in Siria, l'ordine di colpire a piazza Taksim. Ma al centro di Istanbul c'erano troppi agenti. Così, d'accordo con il mio contatto, ho fatto in taxi un giro sulla costa. E la discoteca Reina mi è parsa l'obiettivo migliore, priva com'era di sicurezza all'esterno". Nell'interrogatorio, il terrorista venuto dall'Uzbekistan si è persino detto pronto "ad accelerare la condivisione delle informazioni" in cambio della vita del figlio. Il bambino di 4 anni era stato prelevato da altri jihadisti nel momento in cui Masharipov si nascondeva. Ora il piccolo è cercato dalla polizia in tutta la città. Perché persino i terroristi più cinici, capaci di eliminare 39 innocenti che festeggiano e chiedono pietà di fronte all'arma del killer, tengono famiglia.
Nell'avamposto divenuto oggi la Turchia, dilaniato da una sequenza devastante di attentati per tutto il 2016, la gente è spaventata. E lo è dal terrorismo quotidiano (l'altro giorno ancora tre attacchi di cui ormai solo le agenzie di stampa tengono il conto), ma pure dalla mancanza di lavoro. Il turismo è crollato del 30 per cento, e negli alberghi non si vede l'ombra di un europeo o di un americano, solo arabi e iraniani. Ataturk, il Padre della patria, svanisce dai libri di testo mentre spuntano le prime monete senza il suo volto. A un convegno un imprenditore straniero ha chiesto a un notabile locale che decantava la tenuta dell'economia: "Scusi, ma non le risulta che al bazar abbiano chiuso 1300 negozi?". E l'altro, ammettendolo: "Veramente sono 1600...".
Le stime ufficiali non mentono e sono crude. Parlano di una disoccupazione che sfiora il 12 per cento, di un'inflazione vicina alla doppia cifra, mentre la lira turca continua a dissanguarsi rispetto a euro e dollaro.
Il Leader lancia l'appello: "Chi ha risparmi sotto al materasso li converta in Lire o in oro". Così le imprese fanno a gara per adeguarsi. C'è il marmista di Bursa che offre lapidi gratis a chi cambia almeno duemila dollari in Lire turche; l'azienda di Van che promette il nome dell'anfiteatro universitario a chi convertirà mezzo milione di euro; e le compagnie pronte ad assegnare premi a suon di polpette e ayran, la buona miscela di yogurt acqua e sale proposta dal partito come bevanda nazionale al posto dell'alcolico raki. Alle due del mattino, con la musica a tutto volume, gli avventori della taverna dietro il Pera Palace commentano le notizie e scuotono la testa. Ingollano dal bicchiere bianco l'ultimo sorso. E mormorano, nella notte gelata di Istanbul: "Vogliono farci paura/ Ci guardiamo allo specchio/ Non sarà così...".