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Istanbul, città in bilico

29 luglio 2017 Gigi Riva/l'Espresso Foto: Alessandro Cosmelli&Gaia Light/l'Espresso

ISTANBUL - Ultime notizie, in ordine sparso, da Istanbul. Abbattuto il “Reina club”, quello della strage del Capodanno 2017, luogo di lusso, promiscuità e peccato. Invece di lasciarlo come monito a futura memoria, lo hanno raso al suolo in 45 minuti, recita un comunicato. I burocrati del comune hanno scovato nella costruzione una «violazione delle norme edilizie».
Evidentemente, Recep Tayyip Erdogan non vedeva l’ora di cancellare insieme un simbolo della contaminazione con i costumi occidentali e di una sua sconfitta nella lotta al terrorismo. Però aprono le Galeries Lafayette, 9500 metri quadrati all’interno del centro commerciale Emaar Square, con 400 marchi di moda e l’elemento architettonico a cupola che ricorda la casa madre sul boulevard Haussmann a Parigi.
Spalti deserti al torneo internazionale di tennis, dove pure erano iscritti numerosi campioni: poca passione per quello sport e timore di attentati nei luoghi dei grandi raduni. Ma prosegue febbrilmente la costruzione del nuovo aeroporto che, una volta ultimato, sarà il più grande del mondo, con un costo di oltre 10 miliardi di euro per un traffico passeggeri previsto di 200 milioni l’anno.
Secondo il quotidiano tedesco “Die Welt”, Germania, Francia, Olanda e Danimarca spingono per impedire che si svolga a Istanbul il prossimo vertice (2018) della Nato, come ha chiesto il Sultano. Non vogliono «valorizzare a livello internazionale la Turchia e evitare di dare l’impressione che la Nato sostenga la politica interna del governo della Turchia». Dove nel frattempo continuano gli arresti di giornalisti e persino di operatori di Borsa: in 102 sono finiti sotto inchiesta, perché sospettati di far parte della rete di Fethullah Gulen, l’imam in esilio negli Stati Uniti considerato dal presidente plenipotenziario come l’ispiratore del fallito colpo di Stato del luglio scorso.
Emesso un mandato d’arresto per terrorismo anche nei confronti di Enes Kanter, pivot della squadra di basket di Oklahoma City, star della Nba americana e campione amatissimo. Delle critiche dell’Occidente Erdogan se ne infischia, ribatte che l’Europa è “islamofoba” e preferisce volgere lo sguardo verso il nuovo partner Vladimir Putin, che ha deciso di cancellare alcune sanzioni imposte alla Turchia come le restrizioni alle attività in Russia delle aziende con la bandiera della mezzaluna.
L’ambiguità storica di Istanbul è stata spiegata in modo esemplare da un aneddoto raccontato dalla linguista Julia Kristeva, francese di origini bulgare, e attribuita al mai troppo compianto Umberto Eco. Quando si incontravano (erano molto amici) per definire la necessità della semiologia ed evitare la Babele, l’intellettuale italiano era solito canticchiarle una canzone degli anni Cinquanta dal titolo “Istanbul (not Costantinople)”, il cui ritornello dice: “Riportami a Costantinopoli. No, non puoi tornare a Costantinopoli. Ora è Istanbul non Costantinopoli”. E ancora: “Se le hai dato un appuntamento a Costantinopoli, lei ti aspetterà a Istanbul”. Si incontreranno i due ragazzi innamorati?
Quella ricca identità plurale dell’ex capitale di un impero e di una capitale del nostro mondo contemporaneo è ben racchiusa nelle fotografie di Gaia Light e Alessandro Cosmelli. È l’ultimo capitolo (per ora) di un lavoro sulle metropoli viste dai finestrini di un autobus del servizio pubblico. Attraverso quei vetri si scorgono donne velate, o totalmente coperte, donne in minigonna (alla Galerie Lafayette), ragazzi che si baciano in pubblico accanto a uomini con un fucile in mano, costruzioni ottomane con sullo sfondo i grattacieli della zona commerciale di Levent con uno skyline simile a quello di New York.
Una mescolanza frutto dei secoli e del nuovo impulso dell’economia che Erdogan, già sindaco di Istanbul, vorrebbe ora uniformare in un monocromatico ritorno alla sola radice islamica, cancellando l’eredità preziosa della Turchia laica del padre della patria Kemal Ataturk. Il Sultano è espressione della filiale turca dei Fratelli musulmani, nei 14 anni ininterrotti di potere ha lentamente abbandonato la postura religiosa soft per spingere l’acceleratore su una visione più radicale del ruolo dell’Islam nella società. Lo hanno seguito in modo più o meno compatto le campagne, l’Anatolia profonda. Assai meno le città.
La Smirne della costa e dei commerci, l’Ankara capitale e, soprattutto, cosa che più gli pesa, la “sua” Istanbul, che anche nel recente referendum (16 aprile) sulla riforma costituzionale in senso presidenzialista e autoritario ha votato in maggioranza, seppur risicata, per il “no”. Nonostante una campagna elettorale dove i media sono stati ridotti al silenzio, se non quelli di regime, gli oppositori incarcerati, il culto della sua personalità arrivato al parossismo di un film agiografico distribuito nelle sale nell’imminenza della consultazione.
La repressione della protesta di Gezi park, lo stato d’emergenza seguito al fallito e mai chiarito tentativo di golpe, il terrore sparso tra chiunque osi contrapporsi alla sua politica neo-ottomana e assolutista non sono riusciti a fiaccare lo spirito di una città che non vuole tornare al passato. Ammaccata, ferita dagli attacchi ormai endemici del terrorismo (le foto di questo servizio sono state scattate nei giorni più caldi dell’estate scorsa), ma Istanbul c’è ancora. Non si è piegata al Sultano e rialza la testa, approfittando dei piccoli spazi di democrazia ancor rimasti in uno Stato che sta prendendo una pericolosa deriva. Cerca di far convivere le sue diverse anime prima che vengano irrimediabilmente uccise. Si oppone, come può, ai tentativi di appiattirla sul Medio Oriente quando le sue classi più illuminate hanno per orizzonte l’intero globo.
L’emblema della sua resistenza sta nella battaglia che si combatte, ormai da anni, sul destino di Santa Sofia. Fu basilica cristiana all’epoca di Costantinopoli (Istanbul was Costantinople, come da canzone…), convertita in moschea nel 1453, dopo la conquista ottomana, trasformata in museo laico da Ataturk nel 1935. Progetti sinora respinti, ma sempre ripresentati vorrebbero che tornasse a essere solo moschea e la sfida dell’anno scorso, quando dopo 85 anni il canto del muezzin è risuonato tra le antiche navate, è il segno che l’idea, lungi dall’essere abbandonata, sarà ancora perseguita dal governo conservatore.
Innalzare minareti per segnare fisicamente, da qui al futuro, il destino del Bosforo sembra l’ossessione degli amministratori della città. Sull’unica collina verde rimasta dovrebbe essere costruita la moschea più grande del mondo e visibile da ogni punto della metropoli. Mentre nel febbraio scorso il “consiglio per la protezione culturale” ha approvato la realizzazione di un altro imponente luogo di culto nel cuore di quella che è considerata la zona più laica e cosmopolita della città: piazza Taksim, dove partono e finiscono tutte le manifestazioni, simbolo residuo delle libertà individuali. E da dove si dirama la famosa Istiklal Kaddesi, la via dello shopping più frequentata e viva anche di notte. È abituale trovare donne persino in burqa davanti a negozi di intimo spinto. I laici vorrebbero eliminare il burqa, i religiosi i negozi.
L’Istanbul non solo laica ma nemmeno solo religiosa li vorrebbe entrambi. In un’affascinante convivenza tra opposti.