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Per le opposizioni il voto va annullato per brogli

lunedì 17 aprile 2017 La Repubblica.it Foto: La Repubblica.it

ISTANBUL - Vittoria di misura e con polemiche su presunti brogli, per il presidente Recep Tayyip Erdogan al referendum costituzionale che si è tenuto ieri in Turchia. Il fronte del "Sì" ha ottenuto un risicato 51.3 per cento, inferiore di almeno 5 punti percentuali alle aspettative espresse alla vigilia della consultazione, mentre quello del "No" si è fermato al 48.7 per cento. Ma quello che importava a Erdogan era che i sì prevalessero per far passare la riforma in senso presidenziale e concentrare nella sua figura tutti i poteri dello Stato.
Il giorno dopo, però, porta solo tensioni. L'Osce ha bocciato la regolarità della consultazione e il principale partito di opposizione, il kemalista Chp, ha chiesto alla Commissione elettorale suprema (Ysk) di cancellare per sospette irregolarità nel voto l'esito del referendum. Sotto accusa soprattutto l'altissimo numero di schede prive di timbro ufficiale utilizzate, secondo l'opposizione, nel 37% dei seggi.
Il capo della commissione elettorale turca ha ribadito invece che le schede senza timbro sono valide, e che già in passato erano state ammesse dal governo turco. Dopo la prima dichiarazione a caldo di ieri sera, la Commissione elettorale suprema ha ribadito: "Quelle schede elettorali non sono false, non c'è alcun dubbio", ha detto il presidente dell'Ysk, Sadi Guven.
"Al momento, questo è un voto dubbio", ha commentato Utku Cakirozer, deputato del Chp (Partito repubblicano del popolo) che ha contestato complessivamente 2,5 milioni di voti, denunciando una seria irregolarità di procedura riguardante almeno 1.5 milioni di schede senza il timbro ufficiale.
Già ieri sera il Ysk si era giustificato indicando alcuni precedenti (2004 e 1994), senza però menzionare che la legge elettorale del 2010 ha espressamente vietato le buste senza timbro e aggiungendo di avere deciso di accettarle "su richiesta dell'Akp" - come ha affermato il presidente Sadi Güven - e  portando gli oppositori a gridare allo scandalo. "Non si possono cambiare le regole del gioco a metà", ha affermato il leader Chp Kemal Kiliçdaroglu, mentre Meral Akgener, nazionalista Mhp distaccatasi dalla linea ufficiale del partito, ha detto che "il consiglio ha commesso un crimine" e che "la Turchia non può proseguire con quest'onta".
Il referendum costituzionale in Turchia è stato condotto "in condizioni di disparità" e le modifiche procedurali decise all'ultimo minuto hanno "rimosso importanti salvaguardie". E' il durissimo verdetto della missione dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) sul voto di ieri.
L'affluenza al voto si è registrata all'86 per cento su oltre 56 milioni di elettori in 81 province. In attesa che tra 11-12 giorni il risultato elettorale venga formalizzato, colpiscono alcuni dati sulla distribuzione dei voti. Il primo riguarda la perdita di consensi del blocco Akp-Mhp (rispettivamente il Partito della giustizia e dello sviluppo e il Partito di azione nazionalista) sostenitori del sì, rispetto alle elezioni del 1 novembre 2015 che ha registrato un calo di 10,7 punti percentuali. Il sì è rimasto anche al di sotto del 51.7 per cento ottenuto da Erdogan per l'elezione presidenziale del 2014.
Il blocco Akp-Mhp ha perso consensi in 63 province, confermando quanto anticipato da diversi sondaggi precedenti al referendum, riguardo al mancato supporto di parte della base elettorale dei due partiti al progetto presidenziale di Erdogan. Il risultato diventa ancor più significativo se si considerano i mezzi economici e mediatici impari della campagna elettorale condotta dal blocco del sì a confronto con quello del no.
Altro dato rilevante: è stato il voto all'estero a regalare il maggior successo a Erdogan: dalla Germania all'Olanda, passando per Austria e Belgio il 'Sì' ha superato il 60 per cento, andando in molti casi anche oltre, mentre la riforma è stata bocciata dai turchi residenti in Svizzera. A schierarsi con Erdogan sono state soprattutto le comunità residenti in quei paesi - Olanda, Germania e Austria - contro i quali il presidente ha alzato i toni della polemica negli ultimi mesi.
I dati mettono in evidenza che il no ha vinto nelle città principali tra cui Istanbul (51.4%), Ankara (51.2%) e Smirne (oltre 70%). Ad Istanbul il no ha prevalso anche nel distretto di Uskudar, dove risiede Erdogan. Il risultato che emerge nelle città economicamente e industrialmente più sviluppate (Tranne Gaziantep e Kayseri) si contrappone a quello delle province interne e rurali del Paese, indicando una profonda spaccatura tra il contesto urbano e rurale del Paese. Nelle città anche gli elettori Akp più istruiti risultano avere preso posizione a favore del no.
La ridotta capacità politica del partito filo-curdo Hdp (Partito della democrazia e della pace), dovuta agli arresti dei membri e dei dirigenti del partito, nonché al commissariamento di diversi comuni gestiti da amministrazioni filo-curde, hanno causato un calo di voti al fronte del no nelle province sudorientali a maggioranza curda. Mentre qui l'affluenza alle urne si è registrata attorno al 75-80% , il blocco Hdp-Chp per il no ha avuto una perdita media di circa 7 punti percentuali rispetto alle elezioni del 1 novembre 2015. Anche nelle province del sudest sono stati riportati casi di irregolarità e episodi di ostracismo nei confronti dei membri Hdp presenti ai seggi. Il portavoce del partito Osman Baydemir ha detto che presenteranno ricorso al consiglio elettorale, "i risultati non sono da considerarsi definitivi finché non avremo ottenuto risposta alle nostre contestazioni", ha affermato Baydemir.
Sono 1.326.000 i turchi che dall'estero hanno partecipato al referendum. Nel computo complessivo delle preferenze il sì ha prevalso con il 58,6 per cento dei voti, una percentuale assai più alta di quella risultata decisiva su scala nazionale e complessiva. E il sì ha stravinto in Germania, Olanda e Austria, tutti Paesi finiti negli ultimi tempi al centro di dure polemiche con Erdogan per aver vietato ad esponenti del governo turco di incontrare i connazionali. Il no ha invece prevalso tra i turchi che vivono in Canada, Inghilterra e Arabia Saudita.
Il risultato del referendum mette in forse anche il lungo e accidentato cammino europeo della Turchia. Per Kati Piri, rapporteur per la Turchia al Parlamento europeo, "la popolazione della Turchia, con una minima differenza, ha supportato un pacchetto costituzionale adatto ad un sistema autoritario, che darà a Erdogan poteri non controllati", ha comunicato Piri. "È ovvio che con questo risultato la Turchia non possa entrare a far parte dell'Unione europea. Se il pacchetto verrà applicato i negoziati con l'Ue verranno sospesi", ha aggiunto la rapporteur, sottolineando che "i risultati hanno dimostrato che esistono milioni di persone in Turchia che condividono i valori europei e che hanno scelto un futuro diverso per il loro Paese. L'Ue non deve chiudere loro le porte in faccia".
Per il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, i risultati del referendum in Turchia dovrebbero essere rispettati: si tratta di una questione interna al Paese.
Cosa succederà adesso? La vittoria risicata del "sì" presenta diversi interrogativi. Dopo il tentato golpe del 15 luglio scorso Erdogan contava di avere un forte avvallo popolare per portare avanti la propria agenda politica in un Paese che si trova sotto lo stato d'emergenza da oltre 8 mesi. Il piano presidenziale supportato solo dalla metà della popolazione è anche una risposta alle misure repressive ed emergenziali portate avanti finora e alla sempre più difficile situazione economica in cui si trova il Paese.
Per alcuni osservatori questo potrebbe condurre ad una scissione interna dello stesso Akp, dove secondo indiscrezioni apparse sulla stampa locale già si insiste per un ritorno di Erdogan a capo del partito da lui stesso fondato nel 2001, da cui era stato costretto a dimettersi dopo l'elezione a presidente della Repubblica dell'agosto 2014, e non aspetterà neppure la pubblicazione della riforma sulla Gazzetta Ufficiale. Una mossa che gli permetterebbe di tornare a candidarsi alla carica di segretario già nel 2018.
Sebbene sia stato previsto che, per permettere al Parlamento di fare le relative modifiche legislative, la riforma diventi operativa a partire dal 3 novembre 2019

 

 

data in cui sono state fissate le elezioni generali e presidenziali, non è escluso che il Parlamento decida di indire consultazioni anticipate. Intanto, è stata annunciata come imminente la proroga dello stato d'emergenza proclamato all'indomani del tentato golpe di luglio.