Attualità

Erdogan vince di misura nel referendum (solo il 51.2%)

domenica 16 aprile 2017 Monica Ricci Sargentini/Corriere della Sera Foto: Corriere della Sera

ISTANBUL - E vittoria è stata. Dopo aver percorso in lungo e largo la Turchia, Recep Tayyip Erdogan ha raggiunto il suo scopo: vincere il referendum costituzionale che porterà il Paese al presidenzialismo.
Una vittoria che lascia l'amaro in bocca. I “Sì” al 51.2% e i “No” al 48.7%. Un vantaggio di circa un milione e mezzo di voti che rappresenta una semi sconfitta secondo le prime analisi del voto. L'Akp perde voti nelle principali città. A Istanbul il “No” ha prevalso con il 50.96 mentre alle ultime elezioni nel 2015 Erdogan aveva ottenuto il 57%. Ad Ankara vince di misura il “No” mentre a Smirne, come era previsto, oltre il 68% ha detto “Hayir”. Per Ertugrul Ozkok, editorialista di Hurriyet: «Questa è una non vittoria per il Governo perché mostra un'erosione di voti all'interno del suo stesso elettorato. Significa che molti elettori conservatori nel segreto dell'urna hanno voltato le spalle al leader. La campagna elettorale non è stata condotta ad armi pari, eppure il vantaggio è minimo».
Il tono dimesso di Recep Tayyip Erdogan sembra confermare la mezza vittoria. Il presidente ha parlato a Istanbul di “risultati non ufficiali” e di una vittoria per “un milione e trecentomila voti”, il suo è stato un appello all’unità della nazione “a chi ha votato sì ma anche a chi ha votato no” e ha invitato il mondo a rispettare il risultato elettorale. Poi, incalzato dalle domande dei giornalisti, si è congedato dicendo: «La gente mi aspetta fuori, non voglio farli aspettare».
E proprio all’esterno, però, davanti ai suoi sostenitori ha promesso un referendum sulla reintroduzione della pena di morte: «Lo discuteremo presto con gli altri leader politici», ha specificato. Questa eventuale legge (nel caso passasse) sarebbe incompatibile con la candidatura del Paese per l'entrata nell'Unione.
Intanto dopo l’annuncio del risultato, alcuni residenti in diversi quartieri di Istanbul hanno iniziato a sbattere alla finestra pentole e coperchi facendo rumore: una già usata forma di protesta cittadina, mutuata dalla tradizione argentina . È successo in almeno quattro distretti, come testimoniano video e immagini pubblicati sui social media. Le tre maggiori città turche, tra cui Istanbul, hanno votato “no”.
Le prime reazioni di chi ha votato “no” sono state di rabbia. Siamo a Cihangir, un quartiere di Istanbul a maggioranza laica. Gumus, 26 anni, impiegato, con un perfetto accendo inglese ci spiega che lui e la famiglia lasceranno il Paese: «La Turchia è diventata una monarchia, qui sarà peggio che vivere in Siria quindi io la mia famiglia la porterò via». La moglie Nida fa cenno di approvare. Ancora più sconsolato appare il figlio Ugurbey, 18 anni, che ha votato per la prima volta: «Ero certo che i “no” avrebbero vinto». Plaudono, invece, al risultato, tutti quelli che considerano Erdogan il salvatore della patria.
Gli elettori dell'Akp sono scesi subito in piazza. A Istanbul si sono radunati davanti alla residenza di Erdogan nel quartiere Uskudar, dove però hanno vinto i “no”, ad Ankara, sotto una pioggia fitta, erano in tanti ad aspettare il loro leader davanti al quartier generale del partito. Il premier Binali Yildirim è arrivato tra gli applausi con una vistosa sciarpa bianca e rossa intorno al collo: «Siamo fratelli, siamo una nazione, grazie al nostro popolo. Voglio ringraziarvi. Grazie per i voti all'estero, grazie all'Mhp, al Bbp, grazie ad Erdogan. Questi risultati sono la nostra corona. Non ci sono perdenti, solo un vincitore: la Turchia. Ora guardiamo avanti e sconfiggiamo il terrorismo». In diverse città le automobili hanno suonato il clacson in segno di vittoria e mostrato le bandiere con su scritto “Evet” (“sì” in turco). Sulla tv filogovernativa Haber vengono riprese famiglie che da casa fanno il segno delle quattro dita che simboleggia la lotta contro i golpisti ma anche “un Paese, una lingua, una bandiera e un popolo”.
Il voto ha veramente appassionato i cittadini che si sono recati in gran massa alle urne: ha votato l'86% dei 55 milioni di turchi che avevano diritto al voto. La campagna elettorale è andata avanti fino a tarda sera ieri con accese discussioni anche per le strade.
I 18 articoli di modifica alla Costituzione varata dai militari dopo il golpe del 1980 daranno a Erdogan il potere di governare per decreto: il presidente assumerà i compiti del primo ministro, nominerà il governo, gli alti comandi militari, i rettori delle università, il capo del servizio di sicurezza, alcuni alti funzionari e magistrati, i giudici della Corte Costituzionale. Non ci sarà più una vera divisione tra il potere esecutivo, legislativo e giudiziario. Il Parlamento avrà un ruolo secondario e non potrà più votare mozioni di sfiducia. Erdogan potrebbe correre per altri due mandati di 5 anni, l'uno a partire dal 2019, il che gli darà la possibilità di rimanere al comando fino al 2029.
E subito scoppiano le prime polemiche. La decisione dell'ultimo minuto della commissione elettorale di accettare schede non stampigliate come voti validi ha scatenato la reazione del vicepresidente del Chp, il partito secolare all'opposizione, Bulent Tezcan: «Così si ammette la frode elettorale», ha detto annunciando ricorso. Ma la commissione sostiene che «i voti sono da considerare validi a meno che non si possa provare la contraffazione delle schede». Per tutto il giorno sui social media si sono susseguite denunce per possibili brogli. Gli internauti hanno postato foto di militari che costringevano la gente a votare “sì” o video di schede con il “sì” già barrato.

 

 

 

 

 

 

 

Gli osservatori dell'Osce stanno controllando la validità del voto. Tana De Zulueta, a capo della missione, ha detto di aver visitato 12 seggi elettorali domenica per completare l'analisi del voto. Il presidente Erdogan aveva criticato gli osservatori venerdì scorso: «Chi siete voi? Che volete? Non immischiatevi». Lunedì il gruppo terrà una conferenza stampa sull'elezione.

 

 

Il risultato cambierà anche le relazioni con l'Europa che già erano diventate burrascose durante la campagna elettorale. Parole grosse sono volate tra l'Olanda e la Turchia. Con Erdogan che ha senza mezzi termini accusato Berlino e l'Aja di “pratiche naziste”. La Ue, però, è legata a doppio filo ad Ankara dall'accordo sui migranti che permette di ridurre il flusso di siriani e iracheni sulle nostre coste. Negli ultimi giorni l'Akp ha minacciato di rompere l'accordo se ai cittadini turchi non sarà garantita l'entrata nell'Unione senza il visto come era stato promesso.

 

 

 

 

Nelle prigioni si è andati in controtendenza e i detenuti hanno votato in maggioranza “No”. Avevano diritto al voto 89mila persone e i “sì” sono stati il 19,61% con i “no” all'80%. A mettere la scheda nell'urna anche i 47mila cittadini arrestati dopo il golpe del 15 luglio.