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Migranti: come è naufragato l'accordo

domenica 19 marzo 2017 Agi.it Foto: Il Corriere Nazionale

ROMA - Doveva essere un accordo capace di riportare la Turchia sui binari dell'Unione Europea e invece, a distanza di un anno, Ankara e Bruxelles non sono sono mai state così lontane.
Il 18 marzo del 2016 la cancelliera tedesca Angela Merkel e l'ex premier Ahmet Davutoglu posero le proprie firme su un accordo bilaterale: la Turchia si impegnava a pattugliare le coste dell'Egeo e a riportare sul proprio suolo i migranti fermati nel tentativo di raggiungere l'area Schengen; l'Europa prometteva ad Ankara l'abolizione dei visti per i cittadini turchi, la riapertura dei capitoli negoziali per l'ingresso nell'Unione e 6 miliardi di euro da investire in progetti di accoglienza e integrazione per i rifugiati. 
Trecentosessantacinque giorni dopo si può affermare che la Turchia è riuscita a fermare l'emorragia di vite umane che, dopo aver lasciato migliaia di morti nell'Egeo, premeva attraverso i Balcani per raggiungere una Unione europea mai capace di mettere d'accordo gli Stati membri su un sistema di accoglienza comune.
Le coste della Turchia, dopo essere state per mesi teatro di uno spettacolo drammatico fatto di uomini e donne accampate tra campi, ulivi e coste in attesa dello scafista che li avrebbe portati a sfidare la sorte, appaiono oggi come il set abbandonato di un film vecchio di anni, dove i resti della sceneggiatura sono gommoni forati, tende di fortuna, taniche e scatolette vuote. La percentuale dei tentativi di traversata è crollata del 85%, insieme a quello dei morti; le coste sono pattugliate costantemente. Numeri che costituiscono l'origine del risentimento di Ankara, con il Governo Akp, che in realtà non aveva alcuna intenzione di entrare in Europa, traguardo che la maggioranza dei turchi non considera più prioritario, quanto piuttosto poter sbandierare come successo politico l'abolizione dei visti e porre fine a quel complesso assai diffuso che fa sentire i turchi in una sorta di 'serie B', nonostante in Europa "vi siano Bulgaria e Romania", come amano ripetere esponenti del governo. I visti non sono stati aboliti. L'UE ha premuto
affinché Ankara derogasse a ciò che considera inderogabile, ovvero la legislazione antiterrorismo. "Impossibile" è stato ripetuto dal presidente Recep Tayyip Erdogan, in un anno costellato da attentati di matrice sia curda che jihadista, da un colpo di stato e dalla ripresa del conflitto nel sud est del Paese, sarebbe stato un segnale di debolezza che non si confà alle prove muscolari del presidente turco.
La rabbia di Ankara ha trovato fondamento in altri due elementi. In primis il mancato versamento dei promessi 6 miliardi di euro. "Non abbiamo bisogno di quei soldi", è stato ripetuto dai ministro turchi decine di volte, tuttavia il fatto che i progetti destinati ad essere finanziati avevano ottenuto il benestare di Angela Merkel, Donald Tusk e il via libera della Commissione Europea e che, nonostante questo, dopo un anno siano stati versati appena 258 mila euro, costituisce dal punto di vista di Ankara l'ennesima prova dell'inaffidabilità dell'Europa. A pesare è stato anche l'atteggiamento di Bruxelles nel post golpe. Erdogan ha spesso rinfacciato il fatto che "nessuno abbia espresso solidarietà alla Turchia" nei giorni seguiti il tragico 15 luglio scorso e la prima  visita ufficiale è avvenuta dopo più mesi. 
Il punto più basso è stato però toccato nelle ultime settimane, quando Germania, Olanda e Austria hanno vietato dei comizi che alcuni ministri turchi avevano in programma presso le comunità turche residenti in Europa per sostenere la campagna a favore del passaggio al presidenzialismo, su cui i turchi sono chiamati a decidere il prossimo 16 aprile. Inevitabile che le tensioni e lo scambio di accuse, che hanno portato Erdogan a parlare di "reminiscenze fasciste e naziste", avessero ricadute nei rapporti tra Ankara e Bruxelles.
Erdogan ha chiesto ora ai turchi residenti nel vecchio continente di fare 5 figli a testa, perché costituiscano "il futuro del continente" e "prendano la rivincita sulle ingiustizie subite dai loro padri". Il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu è intervenuto sulla questione ripetute volte, manifestando l'intenzione di "porre fine in maniera unilaterale all'accordo sui rifugiati". "Non si tratta di una minaccia, né di un bluff. Un accordo che viene onorato da una sola parte giunge alla propria fine in maniera naturale".  L'ennesima conferma che la rottura, forse definitiva, si è consumata sulla base del medesimo accordo che avrebbe dovuto portare la Turchia in Europa.