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Come perdere l'appoggio della parte produttiva

18 aprile 2017 Marta Ottaviani/La Stampa Foto: l'Espresso

ISTANBUL - A rimanere totalmente fedele al presidente della Repubblica turca, Recep Tayyip Erdogan, c’è rimasta praticamente solo l’Anatolia profonda, quella che, del resto, ha sempre rappresentato lo zoccolo duro dell’elettorato di Nemettin Erbakan, il padre della destra islamica turca e il maestro del capo dello Stato.
L’unica sorpresa importante arriva dal voto all’estero, dove la riforma che regala al presidente poteri quasi illimitati è stata votata con quasi il 60%, con picchi nei Paesi europei che Erdogan ha attaccato maggiormente.  
Per il resto, a fronte di una vittoria tanto epocale quanto contestata e con il suo 51,4% di sicuro non plebiscitaria, l’Akp, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, che guida il Paese dal 2002, per la prima volta dopo 15 anni, ha perso nella capitale Ankara e soprattutto a Istanbul, dove il no alla riforma costituzionale ha ottenuto rispettivamente il 51.15% e il 51.35%. Si tratta di un particolare non da poco. L’ascesa politica di Recep Tayyip Erdogan è partita proprio dalla megalopoli sul Bosforo, dove il Presidente ha sempre avuto il suo seggio di elezione e con la sua esperienza da primo cittadino che è sempre stata portata come un esempio della sua capacità di realizzare quello che prometteva. Il no si è affermato, anche se per poco, in distretti sulla carta particolarmente filogovernatvi, come Fatih, Eyup e persino Uskudar, quello dove ha la sua residenza il capo dello Stato a segnare come ormai la Mezzaluna sia irrimediabilmente divisa anche dove la si riteneva compatta.  
La laica Smirne rimane un obiettivo irraggiungibile, con il sì al presidenzialismo fermo al 31%. Ma l’Akp ha registrato una flessione in città dove in passato aveva avuto un’affermazione netta, come Antalya e Mersin, sulla costa mediterranea e Adana, non lontana dal travagliato confine siriano. Queste sei città da sole rappresentano un terzo del potere finanziario, turistico, industriale, culturale del Paese. Segno che la parte più istruita, agiata e aperta della Turchia ha detto no ai disegni del presidente e che soprattutto il partito islamico non ha più l’elettorato trasversale che poteva vantare una volta.  
«A dire sì alla riforma - spiega, Murat Gezici, il sondaggista noto nel Paese per azzeccare sempre le previsioni e che nel 2015 per questo si è visto comminare una multa da 38 mila euro - sono state soprattutto le persone più religiose. La motivazione fondamentale è un potere più ampio e stabile al presidente e una Turchia più forte. Il no, invece è stato votato soprattutto da persone di sinistra e dai laici, la motivazione principale era la diminuzione della democrazia del Paese. A risultato ottenuto, è chiaro che questo voto possiede anche un grande valore ideologico».  
I più in difficoltà sono i nazionalisti, quasi matematicamente spaccati in due. Il Mhp, che ha appoggiato la riforma di Erdogan in parlamento permettendole di arrivare al referendum, adesso deve fare i conti con una dirigenza che potrebbe saltare e con un elettorato fortemente deluso da entrambe le parti. A Osmaniye, dal 1997 feudo del segretario del Partito, Devlet Bahceli, il sì ha ottenuto un 57%, lontano da quel valore plebiscitario che si aspettava dalla formazione. Segno che i timori di una deriva islamica hanno frenato quelli che si considerano i veri eredi di Mustafa Kemal Atatürk.  
Sembra quasi un paradosso, ma i risultati migliori li ha ottenuti il fronte del no, che si è affermato con grande convinzione nelle zone della costa Egea, nella Tracia e nel Sud-Est a maggioranza curda. Secondo una prima analisi del voto, I due partiti insieme avrebbero conseguito un aumento delle preferenze dell’11% rispetto alle politiche del novembre 2015. 
«Erdogan - conclude Gezici - ha saputo sfruttare le tensioni con l’Europa e l’accordo sui migranti per catalizzare consenso, ma ha sbagliato a pensare che chi lo ha votato alle politiche del 2015 lo avrebbe fatto anche al referendum».