Il Punto

Il punto n. 2

 IL PUNTO

   TURCHIA
_________ La ricerca della verità

Martedì, Gennaio 24, 2012
ROMA - Turchia Oggi
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Nel diritto internazionale la parola libertà dovrebbe valere
anche quando la pensiamo diversamente dagli altri.
Se non fosse così, qualunque giudizio sarebbe uniforme

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Con il voto favorevole del Senato, il Parlamento francese ha stabilito che d’ora in poi diventa reato negare il genocidio dei armeni perpetrato dai turchi nel corso del primo conflitto mondiale. Noi non siamo giuristi e nemmeno politici – questi ultimi sensibili il più delle volte per i propri interessi al potere delle lobby – ma riteniamo che, se esiste nel  diritto internazionale la parola libertà, essa debba valere anche quando la pensiamo diversamente dagli altri. Se non fosse così, il giudizio – qualunque giudizio e su qualunque cosa – verrebbe ad essere necessariamente uniforme. Con buona pace, appunto, della libertà di espressione.
Detto questo, il problema è un altro e sta a monte.
Prima infatti di stabilire che è reato il negazionismo, nella fattispecie quello del genocidio (presunto) degli armeni, bisogna verificare se i turchi ottomani si siano veramente macchiati di questo crimine esecrando. A questo proposito crediamo che una valutazione sicura debba essere lasciata agli storici e solo ad essi. Fino ad oggi invece sembra che una commissione paritetica turco-armena non sia mai stata formata e proprio per l’ostracismo di Yerevan. La storia è fatta di documenti e questi non possono essere messi in mano a chi di certi avvenimenti (ci riferiamo ad improvvisati studiosi, a ricercatori e giornalisti dilettanti) ne fa uso e consumo per tornaconti di parte.
Ancora una volta quindi noi di <Turchia oggi> evitiamo di entrare nel merito del genocidio. Ci sia permesso però rifarci ad un libro dal titolo “Il massacro degli armeni” scritto da Guenter Lewy, un docente ebreo storico dei totalitarismo. Si tratta di un saggio di 334 pagine di cui ben 23 sulle fonti pubblicate. Questo, a nostro avviso, è molto importante perché dimostra come Lewy si sia documentato parecchio prima di scrivere qualche cosa di suo.
Prima quindi di parlare a sproposito di genocidio armeno, vi invitiamo ad accostarvi con serenità al libro di Lewy dal quale pare di capire che, se è vero che sotto l’Impero ottomano furono compiute comunque violenze ed atrocità, è altrettanto vero che il genocidio non ci fu. Naturalmente questo non scusa le sofferenze subite dalle vittime ma questa purtroppo era la guerra. Quella che si è combattuta in Iraq e quella attuale in Afghanistan è una ulteriore dimostrazione della ferocia da parte dei contendenti.
Ma nel caso degli armeni chi perpetrò i massacri? Scrive in proposito l’autore: “Le nostre conoscenze su chi effettivamente compì gli eccidi degli armeni in concomitanza con le deportazioni del 1915-16 sono malauguratamente lacunose. I morti non parlano; i sopravvissuti, spesso, erano troppo traumatizzati per ricostruire in maniera soddisfacente la loro esperienza. Un elemento tra i più importanti è di carattere geografico: in pratica, tutti i massacri di cui siamo a conoscenza furono commessi nell’Anatolia orientale e centrale, zona di insediamento curdo, o nei luoghi di reinsediamento popolati da circassi, come, per esempio, Ras ul-Ain e i dintorni di Deir el-Zor. Non vi furono massacri in Cicilia, né in Siria a sud di Aleppo, né in Palestina…..”. 
Gli ordini pertanto non sarebbero mai partiti dallo Stato ottomano che però non fu mai in grado di garantire una piena sicurezza delle zone interne dell’Anatolia, in particolare per quanto riguardava “le vie di comunicazione dei territori orientali, lungo le quali i curdi si erano meritati la nomea di spadroneggianti ladri e briganti”.
Anche circa il numero delle vittime occorre muoversi con i piedi di piombo. Ci rifacciamo ancora una volta al libro di Lewy: “Il numero degli armeni uccisi o deceduti durante le deportazioni del 1915-16 può essere soltanto oggetto di stima, poiché non esistono statistiche sulla mortalità relative al pericolo. Si può confrontare la popolazione armena anteriore alla prima Guerra mondiale con il numero dei sopravvissuti al termine della stessa, ma neppure questa comparazione fornisce dati molto precisi. Occorre dire, in primo luogo, che è la stessa dimensione quantitativa della comunità armena nel 1914 a essere vaga. C’è poi un elemento più importante e problematico: sebbene si possa determinare, in via peraltro molto approssimativa, il numero degli armeni sopravvissuti a tribolazioni e patimenti, non c’è poi modo di distinguere tra gli armeni morti di fame o di malattia, e quelli uccisi……Sappiamo che molti deportati morirono sia a causa delle privazioni patite durante le lunghe marce in regioni ospitali, sia per le condizioni terribili che caratterizzavano i luoghi di reinsediamento”.
Ora l’interrogativo è d’obbligo. Ma quanti furono i morti? Secondo il calcolo di Lewy (i 1.750.000 della popolazione armena prebellica e i 1.108 sopravvissuti), si aggirerebbero intorno ai 642.000 ossia il 37 per cento. Niente a che vedere con le stime fornite dalle fonti di Yerevan di un milione e mezzo di morti.
Le conclusioni di Lewy sono ben altre da quelle della vulgata corrente: “Non esiste documentazione comprovante la colpevolezza del Governo centrale turco in ordine ai massacri del 1915-16….Nell’assenza di questo genere di prova, da parte armena ci si è appoggiati su materiali di autenticità assai dubbia quale Le memorie di Naim Bey di Aram Andonian o su copie di pretesi documenti utilizzati dai tribunali militari turchi dopo la fine della guerra. Gli armeni hanno anche richiamato le conseguenze sterminatrici delle deportazioni, ma questo argomento, come ho avuto modo di sostenere (capitolo V, ndr), si appella a una logica fallace e ignora le enormi perdite tra la popolazione turca, come tra i soldati e i prigionieri di guerra, dovute a incompetenza bell’è buona, negligenza, fame, malattia. Anche tra i civili turchi, i soldati e i prigionieri di guerra si registrò un tasso di mortalità elevato, ma non certo addebitabile a un piano di sterminio attuato dai Giovani Turchi”.
L’epilogo di questa triste pagina è che la storia sovente viene politicizzata. Come nel caso in questione. Ne consegue che il campo a tutt’oggi è dominato – per dirla ancora con Lewy - da una scrittura polemica e propagantistica che ha per lo più sviato la ricerca della verità. Sarabbe bene riaccostarsi a questa con obiettivivà e soprattutto con umiltà.